La richiesta di prestazioni assistenziali di qualità e personalizzate è sempre più in aumento; si accresce pertanto anche il livello di competenza e responsabilità dell'infermiere nei confronti della persona assistita; i tempi esigono professionisti preparati, capaci di confrontarsi in équipe multidisciplinari e che sappiano dare garanzie sulle proprie azioni, in quanto consapevoli delle conseguenze che possono derivare dalle loro decisioni e dal modo di condurre gli interventi

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venerdì, agosto 22

Rassegna Stampa 22.08.2008


Pochi infermieri e turni massacranti: è polemica

La Stampa del 22/08/2008 , articolo di BRUNO MONTICONE ed. IMPERIA p. 65

E, a settembre, chiuse due sale operatorie per lavoriSANREMOPersonale insufficiente nei reparti, qualità di assistenza ai pazienti in pericolo, sedute operatore ridotte nei prossimi mesi per i lavori al blocco operatorio. E' un elenco, corposo, di problemi quello che la Cisl ha messo sul tavolo all'ospedale di Sanremo. Lo hanno fatto il segretario aziendale Paolo Ferrero e il presidente della Rsu Attilio Pasquale, che è anche coordinatore provinciale della Cisl-Sanità, che hanno preannunciato un documento ufficiale alla direzione Asl per denunciare la carente situazione degli organici del nosocomio sanremese.Reparti «sofferenti». La Cisl ha fatto i conti: mancherebbero 2 unità in pediatria, 3 in medicina, 2 in neurologia, 2 negli ambulatori, mentre il blocco operatorio attende, da tempo, 3 nuove unità. «Chiediamo - spiega Attilio Pasquale - alla direzione aziendale piante organiche reali, adeguando il personale di ogni reparto a quello previsto in organico. Se non si provvede si rischia di andare sotto i livelli assistenziali. Non si può provvedere perennemente con lavoro straordinario: o si completa l'organico o bisognerà adeguare i posti-letto al personale che c'è. Con un danno, quindi, per i cittadini. Bisogna affrontare con decisione il problema. Come sindacato faremo la nostra parte, ma l'azienda deve fare la sua».Blocco operatorio.Nel mirino dei sindacati anche il blocco operatorio in cui, da settembre, verranno chiuse due sale per permettere lavori di ristrutturazione. «Una chiusura - dicono i sindacati - che inciderà sul turn over degli infermieri i quali, essendo in numero ridotto, dovranno sobbarcarsi turni massacranti. C'è da chiedersi perchè non si sia anticipato l'inizio dei lavori a luglio. In estate le sedute operatorie sono meno. Si sarebbero limitati i disagi».La replica Asl. «Le carenze, purtroppo, ci sono ma stiamo operando per far fronte ai problemi - dice Giampaolo Pagliari, direttore del presidio unico ospedaliero - Abbiamo una graduatoria aperta per gli infermieri ma non basta: possiamo solo assumere con incarichi a tempo e molti, così, non accettano. Stiamo facendo il possibile per ottenere deroghe per le assunzioni. In sala operatoria dovremmo, entro il 25, assumere tre nuove unità». Perchè non si è partiti a luglio con i lavori? «Non era possibile - spiega Pagliari - A luglio si sono fatti lavori nelle sale operatorie di Bordighera e Sanremo ha dovuto far fronte anche alle sedute operatorie di quell'ospedale. Abbiamo cercato di anticiparli il più possibile, ma ad agosto molte imprese sono in ferie. Comunque, in cinque settimane, i lavori saranno completati».


I telefoni dell'Angelo funzioneranno a settembre

Il Gazzettino del 21/08/2008 ed. VENEZIA p. VI

La Gemmo promette che entro la metà del prossimo mese l'ospedale sarà a portata di cornetta. Anche con i portatiliA metà settembre i telefoni nel nuovo ospedale funzioneranno. Dappertutto. Lo promettono i tecnici di Gemmo Impianti, alle prese con un sistema telefonico che fa disperare medici e infermieri. Ieri, come ha anticipato il Gazzettino, è entrato in funzione il meccanismo di deviazione automatica della chiamata per cui i telefoni dei rianimatori, se per 15 secondi non rispondono, vengono deviati su un telefono fisso di Rianimazione dove c'è sempre qualcuno che risponde, 24 ore su 24. E questa è una bella sicurezza. Ma questo meccanismo della deviazione automatica non risolve il problema e, dunque, il direttore sanitario dell'ospedale, Onofrio Lamanna, ha suggerito di rimettere in funzione il vecchio sistema Dect, quello in uso all'Umberto I. Lì funzionava, perchè non dovrebbe funzionare nel nuovo ospedale dell'Angelo? La centralina dell'Umberto I è stata smontata e sono stati salvati anche i telefonini. Dunque, basta installare di nuovo il centralino e la spesa nuova sarebbe limitata alle antennine da collocare nei corridoi. L'idea, dunque, è di mettere in funzione, contemporaneamente, a partire dal 15 settembre, il vecchio Dect, il nuovo sistema wi-fi e ovviamente i telefoni fissi che per adesso sono gli unici che vanno sempre. Più i cellulari. Distinguendo così. I Dect per l'area del piano terra e primo piano sotto terra dove ci sono pronto soccorso, rianimazione, radiologia e sale operatorie. Il wi-fi invece nel resto dell'ospedale. Ovviamente i fissi in tutti i reparti e anche nelle sale operatorie e per i cellulari si vedrà. Questo non significa che medici e infermieri gireranno con quattro telefoni in tasca. Ognuno ne avrà uno solo, solo che chi lavora in certi reparti avrà un tipo di telefono portatile e chi lavora in altri un altro tipo. Ma i Dect funzioneranno in tutto l'ospedale e il wi-fi invece ovunque fuorché nei due piani sotto terra.Ma il problema quale è esattamente?
La struttura è il problema - rispondono i tecnici di Gemmo Impianti - Il vetro, il cemento armato e l'acciaio. Più i macchinari. Tutta questa roba metallica fa da schermo alle onde, basti pensare che i cellulari appena all'esterno dell'ospedale hanno il massimo della ricezione e 100 metri dentro l'ospedale non prendono più. La "vela" insomma funziona anche come schermo riflettente. Solo che medici e infermieri erano abituati a comunicare con il cellulare. Ma perchè, al di là dei cellulari, non si installato il vecchio sistema Dect? La Gemmo ha deciso di puntare sul wi-fi perchè, anche nell'immediato futuro, ci sarà bisogno di girare per l'ospedale anche con computer portatili e il wi-fi permette collegamenti immediati anche senza fili immediati. Ma intanto il telefono con il wi-fi non funziona esattamente nei posti in cui è più indispensabile e cioè pronto soccorso, rianimazione e sale operatorie. Secondo i tecnici della Gemmo il sistema può essere messo a punto e funzionare, ma ancora non si vede la fine della corsa. Ecco perchè si è deciso di testare il funzionamento del vecchio Dect. Se funziona, allora verrà installato il Dect. Così il nuovo ospedale da settembre potrebbe avere a disposizione tre sistemi, il Dect, il wi-fi e il telefono fisso. E così avremmo la certezza matematica che in un modo o nell'altro comunque i medici saranno raggiungibili. Ma solo dopo il 15 settembre. E perchè ci vogliano 3 mesi per avere un telefono che funziona resta un mistero. Neanche ai tempi della Telve si aspettava tanto.
Maurizio Dianese


Servizio «118» sul Gargano nord, protestano infermieri e autisti delle «Misericordie» per il contratto in scadenza

La Gazzetta Del Mezzogiorno del 21/08/2008 ed. Capitanata p. 82

l VICO DEL GARGANO. Se da una parte la costituzione «Sanitàservice» ha fatto sì che ben 180 lavoratori delle cooperative che, per un decennio, hanno garantito il servizio 118 in alcune aree territoriali come il Gargano Nord, abbiano potuto vedersi assicurato un posto di lavoro stabile e una retribuzione secondo quanto previsto dalle norme contrattuali, dall'altra lascia ancora con il fiato sospeso una larga fascia di operatori (autisti e infermieri) che fanno riferimento alle cosiddette associazioni di volontariato, in particolare le Misericord i e. Una situazione che non soddisfa assolutamente i diretti interessati, secondo i quali non è possibile usare un metro di valutazione diversa nei confronti di quanti continuano a garantire un servizio essenziale ma che, in cambio, sono privi di contratto e, ripetutamente, sotto la minaccia di licenziamento. La situazione di conflittualità tra i cosiddetti volontari e il loro «datore di lavoro», le Misericordie, è vecchia di anni, tant'è che venne interessata anche la Procura della repubblica di Foggia con un esposto per denunciare presunte situazioni di «vero e proprio arricchimento da una parte e di sfruttamento dall'altra». Ci sarebbe stata anche un'ispezione per verificare la correttezza dei rapporti ma, nonostante sembra siano state riscontrate anomalie, le cose non sarebbero cambiate più di tanto. Ecco perchè i lavoratori tornano a chiedere che l'Asl non usi «due pesi e due misure», ma che abbia il coraggio di tagliare corto, come ha fatto con le cooperative, anche con le cosiddette Misericordie che, di volontariato avrebbero poco. I lavoratori delle «Misericordie» chiedono di intervenire in tempi strettissimi, poiché 31 agosto scade la convenzione con l'Asl, una eventuale proroga della convenzione non farebbe altro che consolidare una posizione di privilegio per le Misericordie e il mantenimento di una precarietà che non farebbe altro che appesantire uno stato di cose, a tutto danno di autisti e infermieri. Sulla nascita della "Sanità service" pende la spada di Damocle dei ricorsi al Tar presentati dal consigliere regionale, Francesco Damone, e da alcune cooperative, mentre la Confcooperative si è rivolta al Consiglio di Stato. [F. M]



Medici, task force contro i fannulloni

Corriere del Mezzogiorno del 22/08/2008 ed. BARI p. 5

Aperta un'indagine interna dopo alcune segnalazioni: primi riscontriMonitorate le assenze di medici e infermieri.Il fenomeno dell'assenteismo non sarebbe isolato BARI - Non si tratterebbe di un caso isolato. I tre medici dell'ospedale pediatrico Giovanni XXIII finiti sotto inchiesta con l'ipotesi reato di truffa ai danni dello Stato (sono accusati di assenteismo ingiustificato durante i turni di lavoro) non sarebbero gli unici dipendenti della sanità pubblica barese "poco produttivi".L'Asl di Bari nutre più di un dubbio su qualche suo medico e infermiere, tanto da aver aperto un'indagine interna condotta dalla task force guidata dal nuovo direttore ammini-strativo, Gianfranco Lippolis (nominato i primi giorni d'agosto). Nella più grande azienda sanitaria pugliese (quarta in Italia) è partita la caccia al fannullone. La task force ha avviato i controlli sul numero di assenze e di presenze dei medici, infermieri, tecnici e personale amministrativo. L'Asl pare abbia già individuato chi, nel corso degli ultimi anni, ha dimostrato poca dedizione al lavoro durante i propri turni. La direzione generale, adesso, si starebbe concentrando sulla ricerca delle prove per incastrarli. Sono stati passati al setaccio tutti i verbali di presenza degli oltre cinquemila dipendenti. Le verifiche, però, non si limiteranno alle ore dichiarate di lavoro, dato poco indicativo. L'obiettivo è scovare chi, pur risultando quasi sempre presente, in realtà è troppo spesso lontano dal posto di lavoro o, comunque, non impegnato nelle mansioni che gli sono state affidate.Per questo, l'Asl sta verificando la veridicità di alcune denunce anonime e le segnalazioni dei pazienti. Intanto, la direzione del Policlinico ha contattato la segreteria del capo della procura di Bari per chiedere maggiori informazioni sull'indagine in corso. «Per il momento non sappiamo nulla - spiega il neo direttore generale del centro d'eccellenza, Vitangelo Dattoli - nemmeno i nomi dei medici coinvolti. Non appena riceveremo qualche dettaglio in più interverremmo nei confronti dei dipendenti ». «Non resteremo a guardare », aggiunge il direttore sanitario, Giuseppe Lonardelli. I camici bianchi finiti nell'occhio del ciclone rischiano dalla censura alla più probabile sospensione. «La sanzione dipenderà dalla gravità del reato - dice Dattoli - stando alle prime notizie diffuse dalle stampa la sospensione potrebbe essere l'equo provvedimento». Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto, Giuseppe Barabba: gli accertamenti dei poliziotti della sezione di polizia giudiziaria del tribunale sono cominciati in seguito ad alcuni esposti anonimi giunti in procura. Durante gli appostamenti e i controlli, gli investigatori hanno scoperto che negli esposti c'erano effettivamente alcuni elementi di verità: i tre professionisti - emerge dall'inchiesta - avrebbero fatto timbrare il cartellino ad altri colleghi e poi non si sarebbero presentati al lavoro. O se lo facevano accadeva solo a turno iniziato. Preferivano - è stato ancora accertato - andare a giocare a carte con gli amici, accompagnare le mogli a fare shopping o dedicarsi ad hobby più piacevoli. Ed ancora i tre professionisti sotto inchiesta avrebbero dichiarato spesso di essere a casa in malattia, ma quando i poliziotti sono andati a verificare "lo stato di malattia dichiarato" in casa non hanno trovato nessuno.Vincenzo Damiani Linea dura La direttrice generale dell'Asl di Bari, Lea Cosentino, ha istituito una task force per individuare medici e infermieri assenteisti


Donna maltrattata, indagine della Asl

Il Centro del 22/08/2008 ed. Chieti p. 1

Paziente albanese denuncia un infermiere: insulti razzisti in reparto - RADIOLOGIA DEL POLICLINICOCHIETI. Indagine immediata della Asl. Sulla base di una lettera indirizzata da una donna albanese al Centro e alla Repubblica per denunciare il comportamento di un infermiere del reparto di radiologia dell'ospedale clinicizzato di Colle dell'ara, il direttore generale della Asl Mario Maresca ha disposto un accertamento accurato, richiamando dalle ferie due medici del "dipartimento diagnostico per immagini e radiologia interventistica" per sapere fino a che punto è fondata la protesta della paziente.La donna, che non ha firmato la lettera per e.mail, ha illustrato comunque in modo circostanziato la disavventura a sfondo razzistico offrendo tutte le indicazioni utili per un'indagine e un rapporto sulla cui base il manager adotterà le opportune decisioni. La donna albanese, 50 anni, da 10 residente a Montesilvano, nel finale della lettera scrive: «... provo disappunto sapendo che dentro quella struttura così lodata in cui mi sono trovata sempre molto bene... Spero che questo episodio sia solo una mosca bianca...». E racconta: tutti i suoi familiari «hanno un regolare lavoro e i miei figli studiano all'università di Pescara-Chieti, paghiamo le tasse, abbiamo una casa di proprietà. Il 13 agosto sono stata chiamata per una tac addome pelvica all'ospedale SS. Annunziata di Chieti, al 5° livello stanza n°9 alle ore 16.50/17 circa. Lì sono stata vittima di un comportamento razzista da parte di un "operatore ospedaliero" del reparto di radiologia. L'infermiere mi chiese la mia provenienza, visto il mio nome insolito; gli risposi che ero albanese. Di lì a poco iniziò un offensivo sfogo... mi ha apostrofato con epiteti razzisti... Affermava: "Gli albanesi sono una razza squallida, dei ladri, vengono qui solo per rubare, non gli piace lavorare" e altro. Nonostante il violento turbamento causatomi dal poco cordiale utilizzo della libertà di parola dell'infermiere, io cordialmente gli risposi che ciò non era vero... e che comunque ora la situazione è cambiata. Ma ciò non bastò per placare la sua furia razzista... Intervenni nuovamente, affermando che di tutto ciò che stava dicendo non mi interessava nulla in quanto io ho un nome e cognome che mi distingue dagli altri e di come si comportano gli altri albanesi o qualsiasi altro di qualunque altra nazionalità non mi riguardava e da residente in Italia ho diritto alle stesse cure di qualunque italiano». La paziente lamenta anche che «appena mi introdusse l'ago nella vena della mano io emisi un urlo per il dolore insopportabile. L'infermiere non cercò di calmarmi ma esclamò...: "Signora ma che credi, se lo facevi al paese tuo ti avrebbero fatto meno male?" A quelle parole... capii sulla mia pelle il significato di odio razziale... Ma la cosa che mi sconcerta di più è il fatto che dentro quella stanza non si trovava solo l'infermiere, bensì altre due persone... e nessuna delle due ha detto niente affinché l'infermiere cessasse...».




In arrivo trenta nuove auto per il servizio domiciliare

Il Mattino di Padova del 22/08/2008 ed. Nazionale p. 3

USL 16 Sostituiranno quelle a pezziPADOVA. Vecchiette e ammaccate. L'airbag non sanno nemmeno che cosa sia. Perdono colpi le auto in dotazione agli infermieri dell'Usl 16 che svolgono il servizio domiciliare sul territorio padovano. E sono pure pochine, tanto che molti operatori sanitari dei distretti si sono inventati un insolito car pooling: partono in due o tre nella stessa macchina, si aspettano l'un l'altro, si fanno scaricare lungo il tragitto, mentre ciascuno svolge il proprio lavoro.I più salutisti si muovono in bicicletta, ma il torrido caldo estivo ed il pungente freddo invernale spesso li obbliga a lasciare la due ruote al palo e a supplicare un passaggio al collega che è riuscito ad accaparrarsi l'auto.Stefano Tognazzo (Uil) non ci sta a vedere una situazione che peggiora di anno in anno: «Al distretto 3 hanno aspettato per quasi un anno la sostituzione di un'automobile che era stata rottamata a causa di un incidente. Gli infermieri devono fare giochi di prestigio per non ritrovarsi appiedati. Le macchine sono poche e quelle che ci sono, il più delle volte, hanno sfondato il tetto dei centomila chilometri». Il sindacalista da anni si batte per l'ammodernamento del parco auto dei distretti dell'Usl 16: «Il lavoro aumenta sempre più e le auto sono sempre meno. Si rompono e, a ruota, sono un giorno sì e l'altro pure dal meccanico. E' da tempo che chiediamo che gli infermieri del servizio domiciliare possano svolgere il loro lavoro in modo consono». Dalla direzione generale dell'Usl 16 arrivano buone notizie: «Entro i prossimi tre mesi - annuncia Fortunato Rao, direttore generale dell'Usl 16- arriveranno trenta nuove auto a rimpinguare il parco auto del servizio territoriale. Sedici acquistate e quattordici a noleggio tra Fiat Panda e Punto».Ma la polemica della Uil non si ferma alle piccole quattro ruote: «Le ambulanze per i trasferimenti interni versano in condizioni ancora peggiori. Si fermano in mezzo alla strada. Sono vecchie e adatte al ferrovecchio, non agli ammalati». Secondo Tognazzo il problema è sempre lo stesso, vecchio come il mondo: «Non ci sono soldi, è la solita risposta. Se è una questione di fondi siamo pronti a scendere in campo noi del sindacato: aspetteremo una bella giornata e ci piazzeremo in Prato della Valle a chiedere qualche spicciolo». (fa.p.)


E a Trieste Fi integgora: «Infermieri o dirigenti?»

Messaggero Veneto del 22/08/2008 ed. Nazionale p. 8

TRIESTE. Il consigliere regionale del Friuli Venezia Giulia, Piero Camber (Pdl), vuol sapere, in un'interrogazione, quanti sono gli infermieri effettivi all'Azienda sanitaria Triestina. «C'è, infatti, personale infermieristico - osserva Camber - che, pur essendo stato assunto come tale, svolge mansioni diverse, a scapito dei colleghi costretti a lavorare anche per loro e a danno dell'utenza che si trova a fronteggiare lunghe liste di attesa». A proposito inoltre di un concorso per dirigente infermieristico con 25 candidati, Camber auspica che «le valutazioni dei titoli siano oggettive, poichè nessun infermiere dovrebbe assumere cariche dirigenziali in mancanza di un'adeguata preparazione gestionale. L'anzianità di servizio non deve essere il solo criterio con il quale scegliere il personale dirigente».


Dose unitaria: soluzioni a confronto

NCF del 21/08/2008 , art di Pierluigi Altea GIUGNO 2008 PACKAGING p. 204

A più di dieci anni dalla prima sperimentazione introdotta presso l'ospedale San Sebastiano di Correggio, i tempi sembrano ormai maturi per una nuova stagione. Tra le innovazioni più interessanti, la richiesta per un servizio di gestione del farmaco in outsourcing e il primo stabilimento per il confezionamento monodose conto terziConfezionare e gestire un farmaco in dose unitaria comporta grandi vantaggi. Lo sanno bene le farmacie ospedaliere che hanno implementato il sistema ormai da alcuni anni. Tracciabilità del farmaco, più sicurezza e minori sprechi, questi i benefi ci più evidenti. Ma le operazioni necessarie alla gestione dell'unità posologica comportano anche grandi investimenti, non sempre sostenibili. Il primo, conditio sine qua non, riguarda l'informatizzazione del sistema: rende possibile la registrazione dell'intero ciclo del farmaco, dalla prescrizione alla somministrazione, ottimizzando le operazioni di acquisto e consentendo di conservare traccia di molte informazioni utili alla ricerca clinica e perfi no al controllo delle infezioni ospedaliere. Ma anche le attrezzature fi nalizzate al confezionamento vere e proprie richiedono l'impiego di grandi risorse economiche. Tuttavia, è bene ricordare che la dose unitaria è innanzitutto un'idea, un modo di pensare: è l'organizzazione logica di un sistema che permette di dare forma concreta a un nuovo packaging sì, ma prima ancora e soprattutto di implementare nuove procedure nella cura dei pazienti. Per chi crede nell'idea della dose unitaria in sé, dunque, ma non può o non intende compiere investimenti per realizzarla nel modo tradizionale, ci sono buone notizie. Saranno presto disponibili, infatti, nuove soluzioni davvero interessanti: uno stabilimento per il confezionamento monodose conto terzi, progettato da una società di ingegneria clinica, e un modello organizzativo che prevede l'im piego di risorse umane per le operazioni di singolarizzazione e di preparazione della terapia personalizzata, suggerito da un gruppo di ricerca siciliano. Solo il tempo e l'esperienza diranno quale di queste soluzioni, vecchie e nuove, sarà la migliore per il mondo ospedaliero e per l'industria farmaceutica che sino a oggi non ha offerto altri spunti nello studio di packaging più funzionali alle nuove esigenze di mercato. La prima esperienza in Italia Risale a undici anni fa, quando Daniela Zoboli , responsabile della farmacia dell'ospedale San Sebastiano di Correggio, in provincia di Reggio Emilia, diede vita al primo progetto destinato allo sviluppo di un sistema per la gestione della cosiddetta dose unitaria. «La nostra struttura in quegli anni - ricorda Zoboli - si stava trasformando in un ospedale a indirizzo riabilitativo. Ci sembrava opportuno attrezzare la nostra farmacia affi nché si caratterizzasse in senso molto più clinico. Avevamo già iniziato a trattare la terapia parenterale, così decidemmo di estendere l'intervento anche alla preparazione completa della terapia». Dapprima la farmacia si attrezzò di una macchina in grado di riconfezionare manualmente i prodotti in singole unità posologiche. «Per alcuni anni - spiega Zoboli - il software di prescrizione è stato gestito direttamente dalla farmacia: trascrivevamo la prescrizione del medico dalla cartella al sistema informatico». Poi, l'evoluzione progressiva del sistema, sino ad arrivare all'allestimento automatico delle terapie e a un sistema informativo in rete al quale oggi medici e infermieri hanno accesso per le operazioni di prescrizione e di somministrazione delle terapie farmacologiche. Nonostante siano trascorsi più di dieci anni dalla prima sperimentazione e oggi siano abbastanza numerose le realtà ospedaliere che hanno sviluppato sistemi automatizzati per la gestione della dose unitaria, le aziende farmaceutiche non sembrano ancora convinte della novità. I farmaci destinati alle realtà ospedaliere che hanno implementato il nuovo sistema, infatti, non sono ancora supportate da un packaging adeguato alle nuove esigenze. «Comincia a esserci un po' di curiosità - afferma Daniela Zoboli - soprattutto da parte di alcune multinazionali estere presenti anche in Italia, ma nulla di più. Speriamo che presto anche in Italia si possa attuare ciò che è realtà già da tempo in altri Paesi. Negli Stati Uniti, per esempio, sono in commercio grossi barattoli che contengono anche mille compresse: il confezionamento della dose unitaria in questo caso diventa molto più veloce e meno costoso», anche rispetto all'impatto ambientale dovuto al doppio confezionamento. Il processo che ha condotto l'ospedale San Sebastinao di Correggio a sviluppare il nuovo sistema di gestione del farmaco è stato fortemente caratterizzato dalla storia professionale di Daniela Zoboli che lo ha introdotto con una modalità del tutto particolare. «La nostra è forse una storia a parte - riconosce Zoboli - in realtà, sarebbe bene che una simile iniziativa oggi venisse condivisa e progettata all'interno del gruppo ospedaliero che si occupa della gestione del rischio clinico». I vantaggi del nuovo sistema riguardano infatti in prima istanza la sicurezza, ma anche l'ottimizzazione delle risorse, il controllo della terapia in ogni sua fase che consente tra l'altro un'aderenza quasi assoluta al prontuario. «Non si può più tornare indietro una volta introdotto il nuovo modello - sostiene Zoboli - anche se la paura al cambiamento inizialmente può generare qualche resistenza». I tempi sono maturi oggi per accogliere il nuovo sistema di gestione del farmaco? «La nostra categoria è pronta a compiere il passo - afferma Zoboli - anche perché con la nuova organizzazione il farmacista può fi nalmente applicare le conoscenze farmacologiche non più in modo astratto, al reparto, ma direttamente al paziente». Uno stabilimento per il confezionamento dei farmaci in dose unitaria Lo sta realizzando a Gragnano Trebbiense, in provincia di Piacenza, Ingegneria Biomedica Santa Lucia, la società del Gruppo Giglio dal 1998 attiva nella gestione dei servizi di ingegneria clinica. Primo in Italia, il nuovo stabilimento, il cui progetto è stato selezionato per un fi nanziamento dal Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifi ca, sarà attivo entro la fi ne del 2008 e consentirà agli ospedali di approvvigionarsi di farmaci confezionati in dose unitaria. Una vera innovazione nel settore, una risposta all'esigenza di molti strutture sanitarie desiderose di introdurre la nuova modalità di gestione dei farmaci, senza però ricorrere a ingenti investimenti per l'acquisto di attrezzature destinate al riconfezionamento dei farmaci in unità posologica. «Lo stabilimento pilota - spiega l'ingegnere Giorgio Pavesi , amministratore delegato di Ingegneria Biomedica Santa Lucia - funzionerà secondo le regole GMP delle aziende farmaceutiche. Inizialmente si occuperà di singolarizzare il contenuto delle confezioni tradizionali, di riconfezionarle in dose unitaria e consegnarle alle farmacie ospedaliere o direttamente ai reparti». Piacenza, ricorda Pavesi, è situata in un punto strategico, in un crocevia nel cui intorno sono localizzati circa 50 mila posti letto. «Il progetto prevede il coinvolgimento delle aziende farmaceutiche - dice Pavesi - che in futuro potranno affi dare al nuovo impianto direttamente le operazioni di confezionamento in dose unitaria dei farmaci destinati al settore ospedaliero: ciò consentirà di ridurre i tempi di produzione e limitare i costi di imballaggio a una sola operazione di confezionamento». Per questo, è già in previsione, spiega Pavesi, la costruzione di altri stabilimenti: nel Veneto, in Piemonte, a Roma e a nord di Milano, cioè nelle aree geografi che più strategiche. I farmaci in dose unitaria confezionati nei laboratori industriali poi, raggiungeranno l'armadio farmaceutico dei reparti ospedalieri che, a seconda della tipologia scelta, potrà contenere dalle 3 alle 5 mila dosi di farmaco: il dispositivo permetterà di poter scaricare la terapia dei pazienti direttamente nel carrello di medicazione. «Questa macchina, brevetto di Ingegneria Biomedica Santa Lucia, è già attiva all'Ospedale San Martino di Genova, dove presto ne saranno introdotte altre 25, e in via sperimentale presso la AUSL di Piacenza». Novità, parte di un progetto ben più ampio che Ingegneria Biomedica Santa Lucia ha realizzato per il nosocomio ligure e per fornire soluzioni tecnologiche avanzate agli ospedali italiani. «Dopo un attento studio sulle realtà esistenti in Italia - afferma Pavesi - ci siamo resi conto che le strutture sanitarie necessitano di un grande supporto nella gestione del cambiamento, soprattutto per gli aspetti tecnici e informatici. Il software che abbiamo realizzato ad hoc per la gestione dei processi si chiama Sofi a ed è la base di tutto il progetto: può essere facilmente integrato con gli altri software già esistenti e permette la gestione della prescrizione e della somministrazione del farmaco in tutti i suoi aspetti». È il primo scoglio da superare, fa capire Pavesi, ma è anche lo strumento che garantisce la tracciabilità e consente di realizzare l'automazione del sistema che nell'ospedale San Martino di Genova comprende anche la preparazione della dose unitaria e della terapia personalizzata. La tecnologia impiegata è stata realizzata da Sinteco, l'azienda di Belluno partner di Ingegneria Biomedica Santa Lucia, specializzata nella costruzione di robot e impianti per il confezionamento dei farmaci in dose unitaria. I vantaggi introdotti dall'innovazione riguardano il miglior controllo del rischio nella somministrazione della terapia, oltre che l'organizzazione e la logistica. «Le numerose esperienze condotte sia in Italia, sia in altri Paesi europei - conclude Pavesi - mostrano un risparmio signifi cativo nel consumo dei farmaci, oltre che una riduzione delle scorte di magazzino». Dunque, preparata interamente all'interno dell'ospedale come al San Martino di Genova o in stabilimenti esterni ai nosocomi come sarà in futuro, la dose unitaria è la nuova frontiera nella gestione del farmaco.
Foto: Daniela Zoboli
Dose unitaria sì, ma in outsourcingLuca Baldino, direttore amministrativo dell'azienda sanitaria locale di Piacenza, spiega per ché tra gli investimenti previsti in materia di sicurezza, quello destinato alla gestione del farmaco in unità posologica, occupi un ruolo davvero importante, anche per le sue ricadute positive in termini economici. «Dai nostri studi preliminari - spiega Baldino - è emerso come l'introduzione della cosiddetta dose unitaria nella nostra organizzazione potesse rappresentare un vantaggio nell'ambito della sicurezza e della logistica, oltre che in termini di riduzione dei consumi e di una maggior adeguatezza della terapia». Tuttavia, i benefi ci, secondo Baldino, sono oggi accompagnati da alcune criticità riferite in prima istanza ai grossi investimenti necessari a implementare il nuovo modello e alle problematiche di gestione e manutenzione delle macchine destinate al confezionamento delle dosi unitarie. Da qui la volontà di introdurre l'innovazione sì, ma solo nei suoi aspetti positivi, lasciando gli oneri di realizzazione e di gestione del sistema ad altri. Un'idea semplice, ma davvero innovativa in un settore che, non ancora maturo, pare già proiettato verso il futuro. «Abbiamo predisposto un capitolato e indetto una gara europea - spiega Baldino - per l'acquisto del solo servizio di preparazione della dose unitaria destinato ai nostri quattro presidi che contano complessivamente 900 posti letto». Che senso ha acquistare macchine industriali, costose e complesse, dice Baldino, in grado di soddisfare molte migliaia di posti letto, per poi impiegarle solo parzialmente? «Solo nella Pianura Padana, sino a Bologna, per esempio - spiega il direttore generale - c'è una concentrazione di decine di migliaia di posti letto. Per questo, un unico laboratorio di confezionamento, situato in una zona strategica, potrà essere in grado di soddisfare due, tre o più ospedali». È questo lo scenario dei prossimi anni di cui l'AUSL di Piacenza è già protagonista. Luca Baldino
IN SICILIA, LA DOSE UNITARIA CREA POSTI DI LAVORO IN SICILIA, LA DOSE UNITARIA CREA POSTI DI LAVOROiSoluzione Informatica, del Gruppo Delisa Sud, società di informatica con sede a Palermo specializzata nello sviluppo di software per enti pubblici e sanità, è impegnata da tempo, insieme al Co.A.S.S., il Consorzio delle aziende sanitarie siciliane diretto dal professor Marco Modica de Mohac e all'Università di Palermo, nello studio di un proget to, denominato Pareto, per la realizzazione di un sistema informativo per la sanità siciliana al cui interno è prevista anche la gestione della farmacia per la preparazione della terapia in dose unitaria. «Abbiamo pensato di metter a fattor comune - spiega Girolamo Gaudesi , presidente di Delisa Sud - le esigenze del territorio, che non sono soltanto quelle di dare una risposta effi cace al mondo della sanità, con quella di creare opportunità di lavoro. Così, abbiamo coinvolto la sezione Sicilia della C.R.I. e l'ente benefi co di volontariato La Misericordia. L'idea è stata quella di pensare all'impiego di risorse umane, adeguatamente formate, a cui affi dare i compiti relativi alla preparazione della dose unitaria». La prescrizione e la gestione dell'armadio farmaceutico sono invece interamente informatizzate. «Questo sistema - chiarisce Gaudesi - permette la tracciabilit à dell'intero percorso del farmaco, il raggiungimento delle stesse economie di scala che si otterrebbero con la distribuzione automatizzata del farmaco in dose unitaria, ma con investimenti di gran lunga inferiori». Le risorse umane impiegate, infatti, sarebbero ret ribuite con fondi regionali per la gestione dei servizi utili che l'azienda ospedaliera potrebbe fi nanziare in rapporto ai risparmi ottenuti e dunque alla qualità del servizio erogato. «Il sistema, inoltre - precisa Gaudesi - consentirebbe di valorizzare la professionalità del farmacista che, non dovendosi più occupare dell'organizzazione e delle problematiche relative all'approvvigionamento dei farmaci, potrebbe fi nalmente dedicarsi ai compiti più strettamente attinenti alla sua funzione, così come l'infermiere di reparto». Il progetto è ormai pronto. «Ci aspettiamo - dice Gaudesi - che nella logica del recupero dei costi, di effi cienza ed effi cacia, la sanità siciliana risponda presto al nostro invito». I soci del Gruppo Delisa SudDalla C.R.I. un aiuto per il confezionamento dei farmaci Salvatore Cerra Salvatore Cerra , direttore marketing di SiSe, la società siciliana di servizi della Croce Rossa Italiana, spiega i vantaggi di impiegare risorse umane qualifi cate per confezionare le dosi unitarie dei farmaci destinati ai reparti ospedalieri delle strutture sanitarie siciliane. Dottor Cerra, qual è il contributo della C.R.I. al progetto realizzato da Delisa Sud, dal Co.A.S.S., il Consorzio delle Aziende sanitarie siciliane e dall'Università di Palermo? Attraverso un corso di specializzazione, C.R.I. ha formato un gruppo di volontari destinati a svolgere le operazioni di confezionamento dei farmaci in dose unitaria. Con quali vantaggi per le strutture sanitarie siciliane? Si è stimato che l'abolizione dell'armadio di repar to e l'ottimizzazione dell'impiego dei farmaci consentirebbe un risparmio del 20% circa sulla spesa farmaceutica. Inoltre, le operazioni di approvvigionamento del farmaco, svolte dal personale della C.R.I., libererebbero l'infermiere di reparto da numerose incombenze. Nello sviluppo di questo nuovo modello, l'impiego delle risorse umane, anziché delle macchine, sembra per ora la soluzione più idonea alla realtà siciliana.

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