La richiesta di prestazioni assistenziali di qualità e personalizzate è sempre più in aumento; si accresce pertanto anche il livello di competenza e responsabilità dell'infermiere nei confronti della persona assistita; i tempi esigono professionisti preparati, capaci di confrontarsi in équipe multidisciplinari e che sappiano dare garanzie sulle proprie azioni, in quanto consapevoli delle conseguenze che possono derivare dalle loro decisioni e dal modo di condurre gli interventi

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mercoledì, ottobre 22

Rassegna Stampa - 22.10.2008


La Regione Veneto affronta il nodo degli infermieri

Il Sole 24 Ore - NordEst del 22/10/2008 p. 9

Valeria Zanetti
Definire i ruoli dei professionisti sanitari non medici per migliorare la qualità dell'assistenza. Con questo obiettivo il consigliere regionale veneto della Lega Nord, Vittorino Cenci, ha presentato un progetto di legge (pdl n. 352/2008), intitolato "Istituzione delle direzioni delle professioni sanitarie, infermieristiche, ostetriche, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione", che sarà esaminato e discusso in V commissione consiliare dove tra l'altro, durante l'estate, è già approdato un altro pdl, il n.319/2008, presentato dal consigliere regionale di Alleanza nazionale, Raffaele Zanon, che punta invece alla riorganizzazione e ridefinizione della funzione infermieristica pubblica, privata e territoriale nel sistema socio-sanitario veneto.«La nostra proposta è più ampia e nello stesso tempo più specifica - spiega Cenci, che ha una formazione nel settore infermieristico - Si estende a tutte le figure sanitarie non mediche, non ai soli infermieri, e prevede l'istituzione delle direzioni per le professioni sanitarie non mediche all'interno di tutte le aziende sanitarie regionali, fissandone le competenze. In questo modo le componenti infermieristica e tecnica non sarebbero più guidate dalla direzione medica, come ancora accade in alcune realtà». Per conseguire questo obiettivo occorre però arrivare all'approvazione della legge in tempi rapidi. «Ho chiesto quindi in commissione di affrontare la discussione sul mio pdl, condiviso da tutti i collegi Ipasvi del Veneto (al quale sono iscritti i 31 mila infermieri operanti in regione, ndr), oltre che da consiglieri di diversi schieramenti, senza metterlo a confronto con altre proposte. Il progetto è tecnico più che politico: si tratta di recepire a livello regionale una serie di provvedimenti nazionali, magari già adottati da alcune aziende sanitarie venete, in modo tuttavia non omogeneo. I tempi per l'approvazione da parte del consiglio entro il termine della legislatura ci sono». Se invece la discussione viene impostata cercando una sintesi in commissione tra i due pdl si corre il rischio di non portare a casa nulla. «Sono d'accordo in molti punti con il testo elaborato dal mio collega: è importante affidare ai professionisti dell'assistenza nuove funzioni e valorizzare la loro professionalità attraverso l'istituzione, ad esempio, dell'infermiere di famiglia. Ma temo che il confronto necessiti di tempi più lunghi rispetto a quelli disponibili nella legislatura», motiva.Il pdl 352 prevede che ogni azienda sanitaria si doti di due direzioni specifiche, una infermieristica ed ostetrica, l'altra cui facciano capo le altre professionalità sanitarie non mediche (tecnici radiologi, di laboratorio, ecc), da articolare poi in specifiche unità operative in grado di valutare ad esempio quanti infermieri servono in un reparto, che tipo di servizio devono prestare, mettendo ordine nei ruoli e delegando agli operatori socio sanitari i compiti ausiliari.


Curava Provenzano infermiere a giudizio

La Repubblica del 22/10/2008 ed. Palermo p. 11

RINVIATO a giudizio l'infermiere che curava il capomafia Bernardo Provenzano durante la latitanza.Si tratta di Gaetano Lipari, 48 anni, che era in servizio al distretto di Bagheria dell'Ausl 6. A lui polizia e carabinieri erano arrivati dopo lunghe indagini sui pizzini del boss di Corleone. Lipari era il numero «60» nel codice Provenzano. Secondo il sostituto procuratore Nino Di Matteo, l'infermiere avrebbe svolto anche un ruolo all'interno di Cosa nostra, per alcune «messe a posto» in provincia. Il rinvio a giudizio è stato deciso dal gip Maria Elena Gamberini.


(m.a.) Gli infermieri professionali del Suem hanno tutti ...

Il Gazzettino del 21/10/2008 ed. VENEZIA p. V

(m.a.) Gli infermieri professionali del Suem hanno tutti alle spalle un'esperienza di terapia intensiva o di area cosiddetta critica (rianimazione e prontosoccorso).
A questo bagaglio, arricchito in prima linea, si aggiunge un training specialistico per affrontare l'impiego del kit di defibrillazione, i presìdi di immobilizzazione (tavole spinali, estricatori, corsetti per limitare i danni alla colonna vertebrale in caso di incidente stradale) e corsi di supporto cardiologico avanzato che permettono in casi estremi la somministrazione di farmaci salvavita.
«Tale formazione, che è sottoposta a continui aggiornamenti - spiega Ugo Rossi, responsabile regionale degli infermieri per la Uil/Flp - è assicurata e garantita solo dalla struttura pubblica. È un aspetto importantissimo, questo, che determina la qualità dell'offerta formativa ma anche e conseguentemente della prestazione professionale a tutela dell'utenza».
«Purtroppo di recente - critica Rossi - pare sia invalso da parte della direzione dell'Ulss l'orientamento ad esternalizzare anche i servizi di emergenza senza valutare appieno che nelle gare d'appalto uno dei criteri decisivi per l'affidamento diventa economico e non quello qualitativo».
Rossi lancia l'allarme anche sul fronte della carenza di personale e di mezzi: «È da anni che sollecitiamo la direzione dell'Ulss 12 a espletare i concorsi per l'assunzione di personale da assegnare al Suem e per consentire il turn over e perché l'organico attuale è sottodimensionato e costringe a turni aggiuntivi di lavoro per coprire ferie, aggiornamenti professionali etc. Per quanto riguarda il parco mezzi - conclude Rossi - la situazione più sofferente è quella del centro storico. Due idroambulanze sono insufficienti per Venezia e Isole e spesso viene utilizzata quella del Lido per far fronte alle richieste. È quindi inevitabile che i tempi di attesa si allunghino, considerando che a Venezia tutto si complica: l'utente anche per una banale slogatura non può raggiungere l'ospedale in auto... Per non parlare di una popolazione residente sempre più anziana con difficoltà di movimento e di utilizzo dei mezzi pubblici e un afflusso turistico per tutto l'anno che triplica la popolazione, senza contare le numerose manifestazioni che attirano migliaia di persone nella città più bella del mondo».


Queste le risorse di uomini e mezzi dell'emergenza in ...


Il Gazzettino del 21/10/2008 ed. VENEZIA p. V

(m.a.) Queste le risorse di uomini e mezzi dell'emergenza in provincia di Venezia. A spiegare nel dettaglio la complessa articolazione è Roberto Crivellaro della Uil/Fpl.
Mestre - Centrale operativa 118 che gestisce le chiamate di soccorso per l'intera provincia: 5 medici più un primario, 24 infermieri più un coordinatore. Suem: 23 infermieri più una coordinatrice, 22 autisti più un coordinatore, tre ambulanze h 24 (dalle 21 alle 7 un'ambulanza medicalizzata), un'automedica dalle 7 alle 21.
Inoltre sono a disposizione 2 ambulanze con equipaggi di volontari: 1 a Marcon (dalle 7 alle 22 che copre il territorio dei comuni di Marcon e Quarto d'Altino) e 1 a Mestre (dalle 7 alle 23 a supporto del Suem.
Venezia - Suem: 4 medici più un coordinatore, 12 infermieri professionali più un coordinatore, 14 motoscafisti, più due operatori sociosanitari di supporto per ogni mezzo. Centro storico: due idroambulanze; ogni equipaggio è composto da un pilota, da un infermiere e due operatori socio sanitari di supporto per il barellaggio. Lido: un'ambulanza medicalizzata con rianimatore h 24 e un'ambulanza abbinata ad una idroambulanza con equipaggio composto da autista-motoscafista infermiere e due operatori sociosanitari di supporto per il barellaggio in idroambulanza; Pellestrina: un'ambulanza con autista e infermiere .
Veneto Orientale e Litorale - Portogruaro: 2 ambulanze dalle 8 alle 20 con medico a bordo, dalle 20 alle 08 un'ambulanza senza medico; San Donà come Portogruaro; Chioggia: 2 ambulanze 24 ore con supporto medico; Dolo 2 ambulanze 24 ore con supporto medico; Mirano 2 ambulanze 24 ore con supporto medico; Jesolo 2 ambulanze dalle 8 alle 16 con possibilità di medico a bordo; Caorle 1 ambulanza 24 ore senza medico;
Periodo estivo dal 15 giugno al 15 settembre - Caorle 2 ambulanze e supporto medico; Bibione 2 ambulanze e supporto medico; Eraclea 1 ambulanza con infermiere; Jesolo 1 ambulanza fino a mezzanotte. Diventa operativo anche Leone II ovvero l'elisoccorso con servizio limitato alle Effemeridi e al litorale.
I vincoli ministeriali prevedono che l'ambulanza inviata deve raggiungere il cosiddetto target entro otto minuti in ambito urbano ed entro venti minuti in ambito extraurbano.


Accordo firmato all'ex Pime
fra dirigenti e rappresentanti sindacali

Il Gazzettino del 21/10/2008 ed. TREVISO p. IX

Oltre due milioni di euro per premiare i lavoratori eccellenti dell'Usl 9 e garantire nuovi servizi al cittadino. È il frutto dell'accordo firmato l'altro giorno all'ex Pime di via Terraglio dai dirigenti dell'azienda socio-sanitaria diretta da Claudio Dario e dai rappresentanti sindacali. Si conclude così una lunga partita che ha visto impegnati i due fronti nel tentativo di trovare un accordo sulla destinazione dei fondi contrattuali residui. Si tratta di una somma accumulata negli anni 2006-2007 che spetta di diritto ai lavoratori.
«Nello stipendio - spiega il direttore sanitario Pier Paolo Faronato - ci sono alcune voci variabili, che se non erogate nell'anno si accumulano». La difficoltà consisteva nel trovare un criterio condiviso da azienda e sindacati. Alla fine è prevalso il criterio di merito. Così, entro la fine dell'anno, migliaia di dipendenti dell'Usl 9 troveranno una cifra in aggiunta rispetto al consueto stipendio. L'importo varia, da una base di circa 50 euro a cifre più consistenti, legate a mansioni speciali come quella, ad esempio, del caposala infermieristico. Guerrino Silvestrini, portavoce regionale del Nursing Up, sigla sindacale che tutela gli infermieri, si dichiara soddisfatto dell'accordo. «Si è finalmente sbloccato un fondo importante a beneficio dei lavoratori ma anche dei cittadini». I due milioni di euro, infatti, verranno utilizati secondo due modalità. La prima prevede circa un milione di euro destinato ad incrementare la busta paga del lavoratore, con criteri che seguono la «progressione economica orizzontale».
Ma non tutte le buste paga diventeranno più pesanti, perché il «premio» coinvolge la metà dei 4.900 dipendenti Usl, seguendo le schede di valutazione compilate all'interno dei reparti o dei servizi socio-sanitari coinvolti. Riconoscimenti più consistenti riguarderanno chi svolge mansioni di coordinamento, con particolari responsabilità. La seconda modalità di utilizzo fa riferimento ad alcuni progetti obiettivo, le cui ricadute beneficeranno anche i cittadini. Si tratta di iniziative importanti quali la riduzione delle liste di attesa nel delicato reparto di Cardiochirugia (47 mila euro) o il potenziamento dello screening del cancro al colo-retto (52 mila euro). «Questi progetti impegnano un migliaio di lavoratori che meritano il giusto riconoscimento» aggiunge il dottor Faronato che cita ulteriori iniziative di valore, come quella legata al dono del sangue e all'esecuzione degli esami ematochimici per validare le sacche dei donatori.
Progetto che costa 14.600 euro ed è finanziato con il contributo dell'Avis, l'associazione che riunisce i volontari del sangue. Altri 189 mila euro serviranno a organizzare meglio i ricoveri non programmati, che spesso mettono in difficoltà reparti come le Medicine; altri 14 mila euro supporteranno il personale infermieristico nell'assistenza domiciliare ad anziani e malati cronici. Un migliaio i dipendenti coinvolti nei progetti sanitari, sociali e tecnico-amministrativi. Si chiederà loro di svolgere ore aggiuntive o rispondere alle «chiamate in servizio» nei casi di emergenza, con un impegno di spesa che supera il milione di euro.
Laura Simeoni


Policlinico, vergogna finita I bimbi lasciano Neurologia

Corriere del Mezzogiorno del 21/10/2008 ed. BARI p. 6

Erano costretti a stare con gli adulti in una clinica fatiscente Dopo sette mesi apre il reparto di Neuropsichiatria infantileI piccoli pazienti ricoverati in un reparto riservato ad Asclepios. «Un ambiente rispettoso della dignità umana», dicono i genitori BARI - L'attesa è finita. Con qualche mese di ritardo - sette stando al programma iniziale - il reparto della vergogna, quello di Neuropsichiatria infantile, si stacca da Neurologia, chiude e si trasferisce all'interno di Asclepios. I bambini da ieri hanno una clinica tutta loro, da non condividere con i pazienti adulti. Un «ambiente rispettoso della dignità umana », dicevano ieri i genitori dei piccoli pazienti. Dopo 30 anni anche il Policlinico - il secondo ospedale più grande del Mezzogiorno dopo il Cardarelli di Napoli - si allinea al resto delle strutture del Paese e conquista la totale autonomia operativa. Il reparto sarà diretto dalla dottoressa Lucia Margari e potrà ospitare fino ad otto posti letto ordinari più tre per il day hospital, tutti in camere singole e con bagno privato. Settecento metri quadri che comprendono - oltre alle stanze di degenza - due ambulatori e una sala di accoglienza. Otto, invece, i medici specialisti che compongono l'equipe per il trattamento e la cura di disturbi neuropschiatrici dell'età evolutiva.«Il trasferimento - spiega il direttore generale, Vitangelo Dattoli - non è un'operazione puramente logistica. Abbiamo assunto sette nuove unità (due medici e cinque infermieri) grazie al pieno sostegno dell'assessore alla Salute, Alberto Tedesco». Il trasloco arriva con qualche mese di ritardo (sarebbe dovuto essere completato lo scorso marzo). A febbraio, il papà di una bambina ricoverata nella clinica fatiscente presentò una denuncia ai carabinieri; gli infermieri invece un esposto all'ispettorato del lavoro. «Il pieno rispetto delle procedure amministrative - spiegano dal centro d'eccellenza - ha richiesto, per obblighi di legge, un tempo superiore alle aspettative delle famiglie dei piccoli pazienti. E hanno fatto slittare di qualche mese l'inaugurazione della nuova sede prevista all'inizio del-l'estate, creando difficoltà ai bambini ricoverati e ai genitori che li hanno assistiti». «Ma loro sono sempre stati al centro della nostra preoccupazione - dice Dattoli - e l'obiettivo di alleviare sofferenze e disagi di natura così particolare ci ha sempre spronati ad accelerare il lavoro amministrativo, pur sottostando ai vincoli imposti dal pieno rispetto delle norme».Risolta la vergogna di Neuropsichiatria, resta il nodo del reparto di Neurologia per adulti diretto dal professore Paolo Livrea. La clinica in questione è tutto un paradosso: i locali della riabilitazione non dispongono dei servizi minimi per i portatori di handicap; al primo piano l'impianto elettrico è talmente obsoleto - e fuori norma - che le prese sono a 160 volt. I bagni assomigliano a degli sgabuzzini, bugigattoli. Dal soffitto filtra acqua e, ad ogni pioggia un po' più copiosa, gli infermieri devono spostare i letti dei ricoverati a seconda di dove vanno a formarsi le chiazze d'umidità. I cantieri sono aperti quasi ovunque: solo nei sotterranei i lavori per la ristrutturazione dei laboratori sono terminati. Al primo piano - dove l'Ateneo sta provvedendo a rifare muri, soffitti, bagni, ingressi - le opere sono a buon punto. I mali della neurologia iniziano nel 2004. All'epoca il direttore generale era Pompeo Traversi.Uno dei tanti casi di mal gestione delle risorse in stile italiano: il governo centrale, nel 1999, versa nelle casse della Regione 65 miliardi di vecchie lire. Nei piani, quei soldi sarebbero serviti ad edificare la nuova neurologia. Un progetto mastodontico, un padiglione moderno, funzionale. Cinque anni più tardi il ministero congela e riporta a Roma quei fondi. Motivo? Sulla carta manca il progetto, negli uffici del ministero è stata faxata solo qualche bozza.Vincenzo Damiani



Furti in corsia Gli infermieri lo bloccano

Eco di Bergamo del 22/10/2008 p. 22

TRESCORE Il personale dell'ospedale di Trescore lo ha visto gettare nella spazzatura quattro portafogli, ed è stato questo insolito comportamento a far scattare il sospetto: dopo gli accertamenti in manette con l'accusa di furto è finito G. P., 45 anni di Gazzaniga, che ieri è stato processato in direttissima, difeso dall'avvocato Alessandro Magni. L'uomo, con precedenti penali, secondo l'accusa è entrato in due distinte stanze dell'ospedale Sant'Isidoro di Trescore, approfittando della momentanea distrazione dei quattro degenti, due per ciascuna stanza, e si è impossessato dei loro rispettivi portafogli, allontanandosi poi in tutta fretta. L'allarme degli infermieriA tradirlo, a quanto pare, è stata la fretta di togliere il denaro contante e gettare il resto: si è infatti fermato mentre ancora era all'interno dell'ospedale, e il suo gesto non è passato inosservato agli infermieri. Insospettiti lo hanno fermato, trovando nei vari portafogli i documenti dei quattro degenti: a quel punto hanno allertato i carabinieri di Trescore, che hanno arrestato il quarantacinquenne, recuperando anche il denaro rubato, in tutto circa un centinaio di euro. Arresto convalidatoIeri mattina in direttissima il giudice ha convalidato l'arresto applicando la misura dell'obbligo di firma, quindi su richiesta della difesa il processo è stato rinviato al 4 novembre.



È un "Pronto soccorso" all'americana

Il Giornale di Vicenza del 22/10/2008 p. 37

di Chiara Bonan La parola d'ordine è stata affrontare le criticità esistenti, facendo tesoro dell'esperienza accumulata e sfruttando al massimo le potenzialità della nuova struttura, organizzata proprio secondo le riflessioni maturate in anni di esperienza. Si sintetizza così l'analisi del primario del pronto soccorso di Bassano e Asiago, Claudio Menon, sul funzionamento del reparto a qualche mese dall'inaugurazione della nuova ala in occasione dell'Adunata nazionale degli alpini. Dott. Menon, a Maggio è stato presentato un pronto soccorso ampliato e riorganizzato. Come si è stabilizzata la situazione di "normalità" nel dopo adunata? «Parte dei lavori di ristrutturazione del Pronto soccorso, partiti meno di un anno prima dell'adunata, in occasione dell'evento sono stati conclusi. Il tutto è stato fatto in tempi record, con una fretta che non sempre ha incontrato il nostro favore, dato che in un momento di particolare impegno organizzativo in preparazione dell'Adunata, abbiamo dovuto anche essere a disposizione per i progettisti e gli impiantisti. È stato un onere non da poco, ma la ditta è stata molto corretta, i progettisti disponibili ad ascoltare le nostre esigenze, e la consegna dei locali è avvenuta a 24 ore dal via ufficiale dell'adunata. Dopo l'Adunata abbiamo dovuto fare un passo indietro e ripensare l'utilizzo della struttura in considerazione delle risorse a disposizione in condizioni normali. Con il nuovo pronto soccorso intendevamo superare le criticità esistenti svolgendo la missione che compete a questa struttura. In altri termini, avere uno spazio in più non significa aprirsi ad un maggior numero di accessi, ma gestire meglio gli accessi appropriati». Qual era la principale criticità della struttura? «Innanzitutto l'accettazione. Lo sportello era un po' come quello delle ferrovie: l'infermiere aveva un contatto esclusivamente visivo e verbale con l'utente, senza un contatto vero nè la possibilità di valutare adeguatamente i parametri vitali. Non c'era inoltre rispetto per la privacy, dato che ognuno raccontava i propri disturbi davanti agli altri utenti in coda. Ora disponiamo di una sala specifica per il "triage", dove la privacy è massima e l'infermiere è in grado di svolgere accuratamente la valutazione necessaria a stabilire il grado di priorità di accesso alla visita medica vera e propria. Una valutazione che non si basa più solo sulle percezioni e le parole del paziente, ma su dati oggettivi». Una garanzia per il paziente del rispetto della gravità della situazione anche nell'ordine di chiamata per la successiva visita? «Triage significa stabilire delle priorità: il codice assegnato è solo parzialmente aderente al reale livello di urgenza ed appropriatezza di accesso, perché questo verrà definito solo dopo la visita medica. Il triage viene svolto come stabilito dalla normativa nazionale: un infermiere professionale, con almeno un anno di esperienza al pronto soccorso, utilizza un sistema informatizzato di raccolta dati, in cui l'unico intervento soggettivo è la valutazione dello stato di sofferenza, che però interferisce solo nell'assegnazione dei codici bianco e verde (non urgenze od urgenze comunque differibili), mentre i codici giallo o rosso (situazioni di rischio o pericolo di vita) vengono assegnati automaticamente dal programma informatico, tramite la compilazione di una serie di schede che valutano numerosi parametri reali. In questo modo siamo in grado di riconoscere immediatamente emergenze ed urgenze indifferibili: nella nostra struttura garantiamo l'accesso immediato al pronto soccorso a codici rossi (con alterazione dei parametri vitali) e gialli (urgenze indifferibili)». L'attesa, anche quando l'urgenza non c'è, rimane pesante per l'utente. «Il nuovo pronto soccorso prevede una sala d'attesa spaziosa, mentre quella più ristretta usata in precedenza è ora riservata al ritorno del paziente da consulenze, accertamenti o brevi periodi di osservazione che si risolvono nello spazio di un'oretta. Proprio nell'ambito dell'attesa abbiamo risolto una seconda criticità, relativa ai pazienti in barella o non autosufficienti che devono fermarsi solo per il tempo di una flebo o per attendere i risultati degli esami e, non necessitando di cure mediche, possono essere assistiti da un parente». Si è trovato uno spazio dedicato? «Da un mese circa abbiamo adibito allo scopo una sala che era usata in origine come bagno attrezzato, poi come magazzino: così facendo abbiamo dato più ordine al pronto soccorso e più dignità al paziente». Altri problemi a livello organizzativo? «La convivenza strutturale tra 118 e "Osservazione breve intensiva". Ora gli operatori del 118 possono usare uno spazio riservato e l'Obi ha guadagnato un letto in più (da 7 ad 8) e la possibilità di un monitoraggio in telemetria di tutti i degenti». È stata oggetto di ampliamento anche l'area di arrivo delle ambulanze... «Per garantire l'immediatezza dell'intervento sono state realizzate due corsie d'accesso e sono stati installati dei portoni ad apertura rapida automatica. Le ambulanze operative possono ora sostare in area coperta e immediatamente accessibile dal pronto soccorso. Con l'adunata abbiamo avuto la possibilità di ottenere l'omologazione Enac delle due piazzole per l'elisoccorso, sia per il volo diurno che notturno (una a Bassano e una ad Asiago). Nel punto di collegamento tra la camera calda, dove arrivano le ambulanze, e il pronto soccorso, abbiamo ricavato una sala da usare come area di decontaminazione per urgenze biologiche e chimiche». Parte dello spazio in più è riservato a due sale d'emergenza, che nello stile ricordano un po' quelle che siamo abituati a vedere nei telefilm americani... «Avendo prima soltanto due sale, talvolta poteva risultare difficoltoso garantire l'accesso immediato dei codici gialli alla sala d'emergenza, l'area "rossa". Avevamo bisogno dunque di altro spazio. Le due sale nuove sono completamente attrezzate, ma per ora vengono usate solo in caso di necessità e non ancora di routine». L'integrazione tra i due ospedali ha tratto beneficio dalla ristrutturazione? «Asiago e Bassano lavorano insieme. Le attrezzature e l'organizzazione sono identiche; il sistema informatico è condiviso e permette un dialogo costante tra le due sedi, con accesso di tutti i sanitari alle informazioni relative a ciascun paziente, in tempo reale».


differenze Io, infermiere laureato e gli operatori OSS
Sono un infermiere laureato

La Provincia di Como del 21/10/2008 p. 59

differenzeIo, infermiere laureato e gli operatori OSS
Sono un infermiere laureato. Scrivo in merito all'articolo pubblicato su "La Provincia" di sabato 18 Ottobre 2008, riguardante il concorso pubblico per Operatori Socio Sanitari (OSS) svoltosi per conto dell'Azienda Ospedaliera Sant'Anna di Como.Di tale articolo ha suscitato il mio sdegno il titolo: «Infermieri, in mille al concorso». C'è un'abissale differenza tra la figura dell' OSS e quella di infermiere, non solo dettata dal diverso titolo di studio (per la prima basta un attestato regionale acquisibile con un corso di un anno- circa 1000 ore-; per la seconda figura bisogna essere in possesso di una laurea triennale -4600 ore- con la possibilità di accedere alla Specialistica e a diversi Master universitari) ma anche da responsabilità sul campo di lavoro. L'OSS è una figura di supporto all'attività Infermieristica. L' Infermiere è un professionista quanto lo è il Medico.A volte veniamo scambiati impropriamente per paramedici (figura che in Italia non esiste) e adesso per Operatori Socio Sanitari. Sempre quasi che ci sia una campagna diffamatoria contro la figura dell'Infermiere, come se ci si ostinasse a non dargli il prestigio che gli spetta.A volte compaiono articoli che screditano la figura dell'Infermiere e mi riferisco a uno in particolare pubblicato sempre sul "La Provincia" (11 Marzo 08) , dove veniva consigliato a un gruppo di operai dipendenti di un'azienda in difficoltà di andare a fare gli infermieri; perché non si è consigliamo loro di andare a fare i giornalisti o i medici?Devo anche ammettere, però, che la categoria degli infermieri stia facendo poco per conquistare quello status sociale che si merita.Tale traguardo non deve essere raggiunto solo con manifestazioni e articoli su giornali ma soprattutto dimostrando professionalità che si traduce in capacità, conoscenze, abilità relazionali et. di fronte all'assistito nella pratica clinica.Concludo dicendo che mi sembra palese l'errore nel titolo, il quale fonde le due figure. Gli Infermieri non sono SO (nonostante ci siano SO che si spacciano per Infermieri).Davide Cortialf.corti@tiscali.it(m.cav.) Innanzitutto anche l'operatore socio-sanitario è un professionista. Che collabora, come dice la normativa, «con gli altri professionisti dell'équipe (infermieri, assistenti sociali?), nel prendersi cura della persona nel rispetto della vita e della dignità dell'individuo, attraverso interventi assistenziali, anche di carattere sanitario, che richiedono capacità di natura cognitiva, tecnica e relazionale. Mantiene confortevoli e sicuri gli ambienti di vita e di cura, collabora nell'accoglienza della persona e della sua famiglia favorendone l'inserimento nei servizi». Quindi, poiché si tratta senza dubbio alcuno di pregevole attività, lo sdegno è mal riposto, nonostante le 3600 ore di corso in più.Anche perché, caro Corti, in un titolo di giornale lei non troverà mai operatore socio-sanitario, come non troverà «operatore ecologico» al posto di spazzino, né «operatore tecnico» al posto di muratore, come pretenderebbero invece i burocrati che stendono leggi grazie alle quali nulla cambia fuorché i nomi, sempre più astrusi ad ogni nuova falsa riforma. Non li troverà mai perché il lettore ha diritto di leggere senza finire in manicomio, anzi ospedale psichiatrico, anzi ex ospedale psichiatrico, anzi struttura socio-psico-turbo-pedagogica protetta per persone in temporanea necessità di trattamento sanitario obbligatorio, eccetera.politicaE già finita l'eradel "dagli a Prodi"Durante il governo Prodi, l'attuale Pdl ha fatto una dura opposizione "a prescindere", contro la dittatura del voto di fiducia; accusava quell'esecutivo di tutti i mali possibili: l'aumento dei prezzi, del petrolio, delle tasse, svendere Alitalia, scarsa crescita, insomma di tutto e di più. Quel governo ha dato uno spettacolo indecoroso di litigiosità, ma troppi, dimenticano che è stato costretto dagli italiani a governare con un solo voto in più di maggioranza (il primo governo Berlusconi, con simili condizioni è andato a casa ancora prima), ah la memoria! Da circa cinque mesi al governo c'è il Cavaliere, ha eliminato la parte di Ici restante sulla prima casa, prendendosi il merito anche di quello fatto da Prodi (40%); ha mantenuto per intero la tassazione soffocante dei vampiri del fisco (Visco); ha spostato la spazzatura da Napoli alla provincia; dell'emergenza rifiuti di Catania poche notizie (lì governano i suoi); tutti gli indici economici del paese sono negativi, guarda caso è colpa dell'economia mondiale (sino a ieri parlavano d'altro). Il governo Prodi aveva subito l'aumento da 33 a 100 $EURO al barile del petrolio, ma la colpa era sua! Oggi l'Italia retrocede nella classifica dei paesi Ue, abbiamo una crescita negativa; il rapporto aumento prezzi, stipendi/pensioni, è in caduta libera. Il vituperato Prodi, aveva cercato di introdurre uno sconto sulle accise dei carburanti, dato la quattordicesima ai pensionati indigenti, ridotto l'Ici del 40% sulla prima casa, l'attuale annuncia: "faremo" la riduzione delle tasse entro i cinque anni di legislatura; "faremo" le tessere Card per i più indigenti, nessuno le ha viste, mentre sono già in vigore quelle della provincia di Milano. Il presidente del consiglio, nella conferenza stampa in inglese, rispondendo ai giornalisti, dice con orgoglio che l'Italia ha il 70% del patrimonio artistico di tutta l'Ue; che l'Italia è campione mondiale di calcio; che lui è proprietario della squadra di calcio campione del mondo; che in Italia il benessere è largamente diffuso.Sicuramente diffondere un po' di ottimismo, può far bene alla salute dei cittadini, ma se le borse crollano, le banche falliscono, le imprese chiudono, i prezzi aumentano, il "ghe pensi mi" per i nostri risparmi, mi pare poco rassicurante, anche perché, come dice Vauro, "i soldi non sono i suoi". Il presidente Berlusconi dà il buon esempio, continuando a fare schopping di mega ville; dopo la Brianza, i mari, adesso i laghi; fatelo anche voi, oltre ad acquistare azioni Eni ed Enel naturalmente. Strano paese per davvero, quando il Cavaliere era all'opposizione, la colpa di tutto proveniva da Prodi, quando governa lui, è colpa in ogni caso degli altri (crisi internazionale, Cgil, comunisti), ma i problemi non si risolvono.Silvio CanovaSondrioStranieriSulle classi ponte evitiamoil dissenso ideologicoTemo che il buonismo della sinistra stia giocando ancora una volta un brutto scherzo al Pd e alle tante anime belle dei movimenti.Il fatto che la proposta di classi di inserimento per gli studenti immigrati provenga dalla Lega ha sollevato preoccupazioni stante la presenza in quel partito anche di orientamenti xenofobi. Tuttavia le istituzioni di classi e corsi transitori di inserimento per gli studenti stranieri ai fini dell'apprendimento della lingua è una prassi già ampiamente diffusa in Europa, in paesi che prima di noi si sono misurati con il fenomeno della immigrazione di massa. È bene dunque entrare razionalmente nel merito del tema sollevato dalla mozione parlamentare, evitando rigurgiti xenofobi ma anche reazioni puramente emotive, ideologiche o demagogiche. Una cosa è buona o cattiva per quello che è e non in funzione di chi la propone, per cui è sempre opportuno entrare nel merito prima di fare sparate anche per, se del caso, poter fare proposte correttive e migliorative.Claudio Vanettie.mail21/10/2008


Ruba i vestiti agli infermieri

La Sicilia del 21/10/2008 ed. Nazionale p. 34

Ospedale: va al pronto soccorso dopo un malore, fugge con gli indumenti del personaleIL PRONTO SOCCORSO All'ospedale Barone Lombardo ormai accade di tutto e quindi non c'è da meravigliarsi più di tanto se due infermieri si sono presentati al commissariato di pubblica sicurezza denunciando che un cittadino di nazionalità romena, in preda ai fumi dell'alcool, si era impossessato dei loro vestiti che si trovavano all'interno dello spogliatoio. La certezza che a compiere questo inusuale furto sia stato proprio lui, è dato dal fatto - almeno secondo il racconto dei due infermieri - che all'interno dello spazio riservato al personale sono stati ritrovati i vestiti dell'uomo che poco prima era stato visitato al pronto soccorso dell'ospedale di contrada «Giarre» perché l'aver alzato un po' troppo il gomito lo aveva fatto sentire male. Il furto avvenuto l'altra sera ripropone nella sua interezza un problema che si trascina ormai da anni ed anni e che riguarda la sicurezza del personale e dei pazienti dell'ospedale di Canicattì. Infatti, ormai da tempo si parla di istituire un servizio di vigilanza all'interno del nosocomio cittadino tramite l'assegnazione dell'incarico ad una delle tante ditte che si occupano di sicurezza. Ad oggi però nessun passo avanti su questo fronte è stato fatto. Le cause del mancato avvio del servizio sono da attribuire alla carenza di fondi da parte dell'Asl. Sempre in passato la direzione sanitaria dell'ospedale di Canicattì aveva fatto intendere che per la questione sicurezza vi era già pronto un progetto che doveva essere soltanto finanziato anche in parte con fondi propri ed invece la vicenda non ha avuto seguito. Essendo privo di vigilanza l'ospedale di Canicattì può essere meta a qualsiasi ora del giorno e della notte di malintenzionati così come avvenuto domenica sera. L'unica custodia, se così la vogliamo definire, è quella dell'ingresso dove vi è la guardiola dei portieri i quali hanno il compito soltanto di aprire e chiudere i cancelli per consentire l'accesso delle ambulanze e delle vetture del personale. A piedi chiunque può entrare e recarsi all'interno dei vari reparti della struttura sanitaria cittadina. Sempre a causa della mancanza di controlli all'interno del Barone Lombardo di Canicattì si sono registrate aggressioni a carico dei medici da parte di utenti i quali non hanno gradito i rimedi posti per la risoluzione di problemi che riguardavano loro in prima persona oppure congiunti. Emblematica l'episodio avvenuto diversi anni addietro ad un medico raggiunto dal suo aggressore direttamente all'interno della sala parto dove stava operando una paziente. Una volta dentro il giovane iniziò a picchiare in maniera brutale la sua vittima. CARMELO VELLA


Corsie senza infermieri: i sindacati si ribellano

Unione Sarda del 22/10/2008

L'adeguamento del personale infermieristico promesso dall'assessore regionale Dirindin a tutt'oggi non è stato realizzato. La denuncia viene dal sindacato infermieristico Nursind Up. In una nota del referente provinciale Alessandro Nasone e di quello aziendale Sergio Frassetto si ricorda che «nei tre presidi ospedalieri dell'Asl n. 1 abbiamo di ruolo 913 infermieri; di questi ne abbiamo 31 in maternità, 86 in part-time o esentati dai turni, 92 assunti a tempo determinato. Fra tutti questi dati ricaviamo che in azienda abbiamo 618 turnisti. Per dare una adeguata assistenza nei reparti di degenza servirebbero 730 infermieri turnisti. Mancano all'appello 112 infermieri che sommati alla carenza di altri 38 infermieri necessari per i servizi diurni dei presidi, portano a un deficit totale di 150 infermieri nell'Asl n. 1. Ricordiamo che tale numero sarebbe ancora maggiore senza i 92 infermieri precari, attualmente in servizio nei reparti, che non potranno essere sempre riconfermati. Il ricorso al lavoro precario è superiore all'8%, un dato allarmante, in contraddizione con quanto stabilito contro il precariato nel piano regionale, che ha cercato di dare alle Asl uno strumento importante per far si che si evitasse di usare il ricorso ai contratti a tempo determinato per l'ordinaria attività assistenziale. Non va certo meglio nell'Azienda ospedaliera universitaria dove il ricorso al precariato è ancora maggiore: l'organico di interi reparti è costituito da infermieri a tempo determinato. Si veda l'organico della clinica ortopedica, della clinica di patologia chirurgica, della maxillo facciale e della chirurgia dell'obesità. Mentre nell'Azienda ospedaliera universitaria la dirigenza si è insidiata da circa un mese e per ovvi motivi dobbiamo dargli ancora tempo e fiducia , alla Asl non ci sono più scusanti, la Dirigenza si è insidiata da più di un anno e tutti i dirigenti sono nella loro poltrona». 22/10/2008


L'Africa ha fame di medici

Il Sole 24 Ore Sanita' del 21/10/2008 N. 41 21-27 OTTOBRE 2008 p. 7

Dottori africani in fuga - Amref: più formazione per le figure ausiliarieIl vero mal d'Africa è uno solo: non ci sono medici (e infermieri) per vaccinare i bambini, assistere le madri durante il parto e curare i tantissimi malati di malaria e Aids. All'appello manca almeno un milione di camici bianchi. Perché la pioggia di aiuti, medicinali e fondi (sempre mai sufficienti) per garantire le cure a centinaia di milioni di persone non centra il problema numero uno. Mettere in piedi dei sistemi sanitari. E prima di ospedali, ambulatori e farmacie cosa serve più di tutto? Dottori e operatori sanitari. Perché l'Africa oggi sostiene il 24% delle malattie globali, ma ha a disposizione solo il 3% del personale sanitario mondiale, pagato con meno dell'1% del budget globale per la salute. A fare il punto, provando a trovare «soluzioni africane alla crisi del personale sanitario» è Amref, la principale organizzazione sanitaria no profit che opera in Africa, che questo giovedì 23 ottobre riunisce a Siena esperti e addetti ai lavori per raccontare le sue strategie e anche i suoi successi, come nel caso del Sud Sudan (si veda articolo in pagina). L'esodo dei camici africani. In Africa per ogni mille abitanti si contano 2,3 camici bianchi (tra medici e infermieri), quasi un decimo che in Europa. Le urgenze sono tante e di diverso tipo: basti pensare che da sole le malattie infettive e le complicazioni durante la gravidanza e il parto tolgono la vita a oltre dieci milioni di persone. Secondo l'Oms sono 36 i Paesi africani dove è più acuta la penuria di personale medico. Ma a rendere ancora più difficile tutto c'è l'emorragia continua di personale sanitario verso l'estero che al ritmo di 20mila operatori all'anno lascia il proprio Paese a caccia di migliori stipendi, opportunità e riconoscimento sociale. Solo nel 2002-2003 più di 3mila infermieri formati in Sudafrica, Zimbabwe, Nigeria, Ghana, Zambia e Kenya hanno fatto le valigie, destinazione Inghilterra. Mentre l'Etiopia perde ogni anno il 10% dei suoi dottori. A conti fatti quasi un quarto dei medici formati in Africa (il 23%) lavora in una delle nazioni dell'Ocse. Le ricette Amref. Formazione, formazione e ancora formazione. Sul posto e in base ai bisogni sanitari del luogo. Anche ricorrendo all'e-learning per migliorare la preparazione di chi è già formato. Il primo obiettivo - secondo Amref - deve essere quello di addestrare i quadri sanitari di livello medio e di base (per fare un nuovo dottore ci vuole troppo tempo: almeno 5 anni). Cercando, poi, di convincere, con azioni di «advocacy», i politici e i governi locali a replicare le buone pratiche che Amref ha già sviluppato in altri posti. Marzio Bartoloni
Le risorse di personale nel mondoZona Numero operatori sanitari Totale forza lavoro in Sanità Numero management e amministrativi Numero x 1.000 ab. Africa 1.640.000 2,3 1.360.000 280.000 Mediterraneo orient. 2.100.000 4,0 1.580.000 520.000 Sud-Est asiatico 7.040.000 4,3 4.730.000 2.300.000 Pacifico occidentale 10.070.000 5,8 7.810.000 2.260.000 Europa 16.630.000 18,9 11.540.000 5.090.000 Americhe 21.740.000 24,8 12.460.000 9.280.000 Mondo 59.220.000 9,3 39.470.000 19.750.000 Fonte: Oms "Health workers: a global profile"
Le carenze di personale nel mondoZona N. Paesi N. Paesi con carenze Totale Con carenze Totale operatori Carenza stimata % aumento richiesto Africa 46 36 590.198 817.992 +139 Americhe 35 5 93.603 37.886 +40 Sud-Est asiatico 11 6 2.332.054 1.164.001 +50 Europa 52 0 - - Mediterraneo orient. 21 7 312.613 306.031 +98 Pacifico occidentale 27 3 27.260 32.560 +119 Mondo 192 57 3.355.728 2.358.470 +70 Fonte: Oms "Health workers: a global profile"



CARTELLA DIALITICA INTEGRATA (prima parte)

De Qualitate del 21/10/2008 N. 9 OTTOBRE 2008 p. 54

La revisione documentale è stata occasione di un serrato confronto interprofessionale sullo stesso modus operandi dei diversi centri, con messa a nudo delle criticità percepite dai sanitari che vi operano.INTRODUZIONE In tema di documentazione sanitaria, la maggior parte degli approfondimenti dottrinari e delle pronunce giurisprudenziali, così come la più copiosa serie di esperienze e innovazioni, ha riguardato la cartella di ricovero. Un'attenzione di gran lunga inferiore è stata riservata, fino a oggi, ai documenti di altri contesti assistenziali, ancorché rappresentino insostituibili strumenti di lavoro per molti operatori di diversa estrazione professionale e, al contempo, siano importanti fonti di dati per indagini epidemiologiche e valutazioni di appropriatezza, qualità, esiti di alcuni trattamenti sanitari. Della documentazione troppo a lungo negletta riteniamo faccia parte quella riguardante i servizi dialitici, nelle loro diverse articolazioni organizzative. Il presente contributo è la cronaca dell'esperienza di riordino dei documenti di questo settore, condotta nel corso dell'anno 2008, nell'Azienda Unità Sanitaria Locale di Bologna. Secondo le indicazioni di programmazione regionale, la responsabilità clinica di tutte le attività dialitiche è in capo alle Unità di Nefrologia e Dialisi, indipendentemente dall'ubicazione dei centri. Nella nostra Azienda, non è presente alcuna Unità nefrologica, sicché tutti i centri dialitici afferiscono a 2 UU.OO. di Nefrologia dell'Azienda Ospedaliera Universitaria di Bologna (che indicheremo come Nefro 1 e Nefro 2), con la quale esiste uno specifico rapporto contrattuale. All'inizio del lavoro di cui si riferisce, nell'AUSL di Bologna erano presenti 10 servizi dialitici, di cui: • 1 "centro dialisi ad assistenza decentrata" (CAD), per uremici cronici complessi, instabili, posto sotto la responsabilità della U.O. Nefro 1; collocato all'interno di un ospedale cittadino e caratterizzato da una costante presenza medica e infermieristica; • 9 "centri dialisi ad assistenza limitata" (CAL), per uremici cronici, stabilizzati, 2 1 di cui 5 in responsabilità alla U.O. Nefro 1 e 4 alla .0. Nefro 2, sparsi nel territorio provinciale -3 soli ubicati in contenitore ospedaliero, i restanti presso strutture distrettuali- e caratterizzati da presenza medica discontinua e infermieristica continua. I pazienti in trattamento erano 313 al 3112-07. Sul piano assistenziale, il personale di tutti i centri dialitici (in numero di 90) è accorpato in un'unica area omogenea alla quale è preposto un infermiere responsabile. A livello documentale, alle differenze correlate alla dipendenza da due UU.OO. di nefrologia, si aggiungevano quelle derivanti, per così dire, dalle vicissitudini storiche, poiché l'attuale configurazione aziendale è esito della fusione di 3 precedenti aziende che, a loro volta, erano originate dall'unione di 9 Unità Sanitarie Locali. L'utilizzo di tanti documenti diversi, per modello e contenuto, aveva portato, negli ultimi tempi, all'espressione di un crescente disagio da parte degli operatori, con richiesta di una loro revisione radicale. Lo scontento derivava agli infermieri, oltre che dalle difformità operative a cui dovevano adattarsi, essendo sovente richiesti di apporto lavorativo in sedi diverse, da un'impostazione ritagliata, in larga prevalenza, sulle sole occorrenze mediche. Senza tralasciare che il non infrequente spostamento dei pazienti -per ragioni cliniche o per esigenze personali- tra un centro e l'altro, comprese le 2 UU.OO. di Nefrologia, è di per sé elemento destinato ad accentuare i problemi organizzativi. Si aggiunga che il dossier del paziente non veniva conservato unitariamente, ma risultava scisso in due componenti: una custodita presso il centro dialitico di trattamento e una giacente presso la Nefrologia di riferimento. MATERIALI E METODI a cui i centri dialitici affeSu questo sfondo si è calata la decisione aziendale -tradotta in obiettivo di budgetdi ripensare l'intera documentazione di settore e definire un modello funzionale e unico per tutti i servizi. Da qui ha preso le mosse il direttore del dipartimento riscono, in accordo con i direttori delle Nefrologie dell'AOU. È stato quindi istituito un Gruppo di lavoro, composto da 5 medici e 15 infermieri , coordinato dal responsabile dell'area omogenea assistenziale, a cui è stato conferito il mandato di elaborare una bozza di cartella dialitica unitaria, recante i contributi integrati delle diverse figure professionali coinvolte nel processo assistenziale, inizialmente basata su supFigura 1 PRESCRIZIONE DIALITICA porto cartaceo, seppure proiettata verso una successiva gestione informatica. Effettuata una ricognizione meticolosa dello "stato dell'arte" e censiti i modelli documentali in uso (risultati in numero di 200), all'interno del Gruppo si è manifestata la necessità di una conoscenza organica e approfondita degli aspetti più generali inerenti ai documenti: dai requisiti esigibili al valore giuridico, dai contenuti indefettibili ai profili di responsabilità dei redattori, fino alle regole di conservazione e ad altro ancora. Si è quindi allestito un percorso formativo, indirizzato a tutto il personale dell'area, articolato in un doppio modulo teorico di ore 8 e un successivo modulo applicativo di ore 4, consistito nella disamina -assistita dal docente- dello schema documentale predisposto dal Gruppo di lavoro. In un arco temporale di circa sei mesi, si è giunti alla presentazione agli operatori dei centri dialitici di una bozza di cartella integrata che, a seguito della condivisione dei professionisti interessati, è stata immediatamente avviata alla fase di impiego sperimentale in tutte le sedi e seguita da un gruppo di monitoraggio. I caratteri salienti del nuovo modello documentale possono essere così riassunti: • unicità del dossier per tutti i centri dialitici aziendali; • integrazione degli apporti documentali; • contenuto calibrato sul fabbisogno informativo delle diverse professionalità; • redazione di ogni scritto rispettosa dei canoni di qualità documentale; • attenzione ai profili della sicurezza clinica; • struttura modulare; • standardizzazione di formai e lay out; • custodia presso il centro di trattamento e trasferimento ad altro centro aziendale, al seguito del paziente; • conservazione per un tempo minimo di dieci anni a decorrere dalla data dell'ultima prestazione registrata. Questo l'indice del dossier: • Anagrafica del paziente • Inquadramento clinico • Anamnesi • Diario medico • Prescrizione dialitica (Figura 1) • Prescrizione farmacologica dialitica (Figura 2) • Prescrizione farmacologica domiciliare (Figura 3) • Gestione di FAV (Figura 4) • Gestione di CVC (Figura 5) • Gestione di terapia anticoagulante • Prestazioni diagnostico-terapeutiche • Comunicazioni telefoniche interprofessionali • Informazioni all'utente • Valutazione infermieristica (secondo il modello Gordon adottato dall'associazione nazionale infermieri di dialisi) • Medicazioni • Scheda seduta di dialisi (Figura 6) • Diario assistenziale (Figura 7) • Scheda di trasferimento DISCUSSIONE • Dichiarazioni dell'assistito • Allegati L'ordinamento dei moduli all'interno del II lavoro di riordino si è svolto recependo fascicolo, seppur già profilato, potrebbe i prìncipi illustrati nel corso di formaziosubire modifiche sulla scorta delle indi- ne (1,2,3,4,5,6,7). cazioni che si avranno al termine del pe- Si sono pertanto impostati i moduli in riodo di prova. guisa da agevolare una compilazione all'insegna della rintracciabilità, della chiarezza, della tempestività e dell'accuratezza. Ulteriori dettami a cui ci si è attenuti sono state: l'indicazione delle generalità del paziente su ogni foglio; la precisazione temporale di ogni atto; la sistematica riconduzione di ogni scritto al suo estensore. Alcuni argomenti sono stati oggetto di maggior approfondimento e di più vivace confronto. Tra questi si è collocata la gestione delle disposizioni mediche date a distanza, a mezzo del telefono. Sulla questione - indubbiamente delicata e foriera di responsabilità, sia per il nefrologo che dispone, sia per l'infermiere che riceve la disposizione- si è fecalizzato un diffuso interesse, poiché nei CAL il nefrologo è presente solo in alcuni giorni e la continuità assistenziale è garantita dal personale infermieristico. La prescrizione a distanza può essere frutto d'iniziativa autonoma del medico -ad es. dopo aver appreso i risultati di alcune indagini- oppure scaturire da segnalazione di un problema da parte dell'infermiere che si prende cura di un assistito. In questa seconda ipotesi, le informazioni trasmesse dall'infermiere al medico, condizionando la risposta di quest'ultimo, appaiono meritevoli di traccia scritta. Qualora al medico non sia possibile disporre per iscritto -via fax, E mail o documento elettronico, quando sarà disponibile una ben strutturata gestione informatica- si è valutato indispensabile che l'infermiere si attenga alle seguenti regole di condotta: • ripetere il messaggio ricevuto, affinchè l'emittente possa verificarne la corretta ricezione; • registrare la disposizione e, se le circostanze lo permettono, dare lettura al medico di quanto annotato. Non appena possibile, il nefrologo deve procedere a documentare la prescrizione, con precisazione del momento in cui l'aveva data verbalmente. Al dibattito sul tema è conseguito l'allestimento di un modulo apposito, dal titolo "Comunicazioni telefoniche interprofessionali", sul quale dar conto degli estremi degli interlocutori, delle coordinate temporali dello scambio e del contenuto della comunicazione. Avendo concordato di superare l'attuale prassi del frazionamento del dossier clinico tra sede dialitica e Nefrologia di afferenza, ci si è chiesti come garantire l'accesso alle informazioni sanitarie da parte del nefrologo non presente nel luogo di trattamento. I medici hanno esposto le loro difficoltà ad assumere decisioni a distanza, senza disporre di un insieme di dati dei pazienti di cui hanno la responsabilità cllnica. Riconosciuta da tutti l'effettività del problema, si è convenuto sull'indispensabilità che presso le Nefrologie sia conservata una documentazione sintetica e aggiornata di ogni paziente, esito di specifica redazione da parte del medico, con possibile corredo di copia di componenti del dossier dialitico in esame. Si tratta quindi di un documento - cartaceo o digitale, laddove già possibile- ulteriore e indipendente rispetto al dossier dialitico, teso a sopperire alle occorrenze informative, in attesa di disporre di una gestione informatica che renda consultabile il fascicolo in rete. La durata della terapia dialitica, solitamente protratta per anni, lascia presumere il formarsi di un dossier molto corposo: da qui l'indicazione di procedere a periodici assessment - da evidenziare debitamente all'interno del fascicolo- per facilitare la conoscenza dei problemi aperti del paziente. Nella nuova cartella sono stati introdotti alcuni moduli, a compilazione infermieristica ma di interesse per l'intera équipe trattante, destinati sia a migliorare la presa in carico del paziente, riguardato nella sua globalità di persona (es.: scheda di valutazione infermieristica), sia a rendere più consapevole l'assistito delle proprie condizioni nonché delle tutele e Gabriella Negrini, Direttore medico Ospedali Area Ovest AUSL Bologna Vito Pedrazzi, Responsabile Area Omogenea Assistenziale Dialisi AUSL Bologna1 Dipartimento Igienicoorganizzativo. 2 Componenti del Gruppo di lavoro: Claudio Campieri, Giorgio Feliciangeli, Luigi Coli, Soni a Pasquali, Elena Mancini -medici; Roberta Toschi, Remo Zuffa, Giuseppina Bisonti, Lorenza Bianchi infermieri coordinatori; Rita Pelliconi, Graziella Grìllini, Daniela Bertoncelli, Marinella Minganti, Silvia Cocchi, Elena Barbi, Angela Bruzzi, Stefania Pecorelli, Giuseppe Morandi, lulia Neri, Claudio Morselli infermieri.
Foto: Figura 2 PRESCRIZIONE FARMACOLOGICA DIALITICA
Foto: Figura 3 PRESCRIZIONE FARMACOLOGICA DOMICILIARE
Foto: Figura 4 - GESTIONE FISTOLA ARTERO-VENOSA (FAV)
Foto: Figura 5 DATI DI GESTIONE CATETERE VENOSO CENTRALE
Foto: Figura 6 - Scheda di seduta dialitica
Foto: Figura 7 - Diario assistenziale


Gli infermieri Falsi e veri

Cronaca Qui Milano del 22/10/2008 p. 15

Gentile Direttore, sono un' infermiera (una volta aggiungevo professionale), le scrivo per ricevere delucidazioni su uno dei tanti articoli apparsi in questi giorni sui vari quotidiani che ancora una volta getta nella bufera noi infermieri. Delucidazioni riguardo al termine "infermiere" tanto abusato e defraudato dalla "gente comune". Siamo proprio sicuri che i 41 soggetti arrestati fossero veramente infermieri? dalla lettura dell'articolo si direbbe di no. Infatti, non mi risulta che esistano infermieri di camera mortuaria (sarà una nuova specializzazione?). Possibile che in sanità esistano solo due categorie di profili: il medico e l'infermiere? Per fregiarsi del titolo di infermiere si deve avere la maturità e conseguire il diploma di laurea triennale. Noi veri "infermieri" siamo un po' stanchi di questi continui attacchi alla professione, spesso non ce ne curiamo, ma non è che non ci importa. Anzi. È solo per la nostra grande magnanimità d'animo che lasciamo correre. Lettera firmata giudiziaria che ha indagato sui traffici di cadaveri da parte di imprese funebri. Ho 76 anni costellati da tanti acciacchi, anche se la mia vita è stata spesa contro soprusi e abusi. Ora sapere che qualcuno possa arrivare a trafficare sul dolore delle persone che perdono un proprio congiunto per del vile denaro mi indigna. Dove è finito l'onore, il rispetto per la vita, la sacralità del corpo? In quale società viviamo? Così frivola, meschina e mercenaria che non riesce nemmeno a fermarsi davanti all'immenso dolore di chi perde una persona cara. Confido nella giustizia che sappia punire severamente questi sciacalli. Irma Del Colle

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