La richiesta di prestazioni assistenziali di qualità e personalizzate è sempre più in aumento; si accresce pertanto anche il livello di competenza e responsabilità dell'infermiere nei confronti della persona assistita; i tempi esigono professionisti preparati, capaci di confrontarsi in équipe multidisciplinari e che sappiano dare garanzie sulle proprie azioni, in quanto consapevoli delle conseguenze che possono derivare dalle loro decisioni e dal modo di condurre gli interventi

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lunedì, settembre 22

Rassegna Stampa 20-21-22.09.08

Ha scioperato il 50% dei precari


ADNKRONOS SALUTE 22.09.08

Sono almeno 15 mila i lavoratori precari della sanità pubblica che stanno aderendo allo sciopero nazionale dei dipendenti 'a tempo determinato' del pubblico impiego, indetto per l'intera giornata di sabato scorso dalla Federazione Rdb-Cub. Tutti lavoratori che chiedono la stabilizzazione del loro contratto. "Dai primi dati che ci arrivano dalle delegazioni regionali, la percentuale di adesione allo sciopero è almeno del 50%", spiega all'ADNKRONOS SALUTE Carmela Bonvino, responsabile settore precari della Rdb-Cub, intervenuta all'assemblea nazionale indetta dalla Federazione a Roma. La protesta riguarda circa 200 mila lavoratori precari del pubblico impiego, di cui 30 mila nella sanità tra medici, biologi, amministrativi e soprattutto infermieri e operatori socio-sanitari. "Sinceramente - sottolinea la Bonvino - non ci aspettavamo un'adesione così massiccia, perché questi lavoratori, non avendo un adeguato 'potere contrattuale', non riescono ad esprimere liberamente il proprio dissenso. In buona sostanza - conclude - sono facilmente ricattabili dalle aziende in cui lavorano".


L'infermiere «dirige» interventi e personale

Il Sole 24 Ore del 22/09/2008 AFFARI PRIVATI p. 50

In sala operatoria è il trade d'union tra medici, operatori e pazienti. La responsabilità dell'organizzazione è sua, dalla gestione del rischio clinico alla formazione del personale, ma anche per gli aspetti economici che riguardano dispositivi medici e materiali necessari agli interventi.

Dario Dal Corso, 47 anni, è infermiere dirigente coordinatore delle sale operatorie dell'ospedale Orlandi di Bussolengo (Verona). E ha raggiunto questa responsabilità anche grazie al master in management infermieristico per le funzioni di coordinamento che ha conseguito nel 2005, tre anni prima cioè che scattasse l'obbligo della formazione universitaria per ottenere questa funzione.E grazie alla sua esperienza Dal Corso ha organizzato corsi di formazione specifici sulla formazione permanente, la gestione del rischio clinico e l'accreditamento, certificazione e sistema della qualità in sala operatoria.Il suo è un ruolo di mediazione e organizzazione delle figure che vanno dall'operatore sociosanitario al primario, senza mai perdere di vista le esigenze del paziente.La gestione di un processo pluridimensionale che punta anche a risolvere i problemi trasformandoli in opportunità di miglioramento dell'assistenza. Un compito non facile.Anche perché, sottolinea Dal Corso sorridendo, quando tutto va bene è merito «della professionalità acquisita con esperienza e master, ma se qualcosa non va allora la colpa è solo mia...». Come dire: onori si, ma anche oneri di essere a tutti gli effetti un dirigente.

Sala del 118 trasferita? "Bussana può essere ideale"

La Stampa del 21/09/2008 ed. IMPERIA p. 57

Continuano le polemiche suscitate dalla proposta di trasferimento della sala operativa del 118 da Imperia a Bussana. Una vicenda che va a sovrapporsi a quella della futura realizzazione dell'ospedale unico a Taggia. Oggi interviene il sindacato Nursing Up di Imperia, una delle organizzazioni che rappresentano gli infermieri. Dice il segretario Valentino Lanteri: «Non capiamo il motivo di tanto clamore sul trasferimento della centrale che se attuata non comporterà assolutamente una riduzione della qualità dei servizi. Tanto che, per assurdo, potrebbe anche essere collocata in vetta al monte Faudo. Inoltre, non vi è alcuna legge che imponga la sede nel capoluogo. Sarebbe invece auspicabile che la centrale si collocasse in una posizione più baricentrica e Bussana potrebbe essere ideale. I veri, e molti, problemi della sanità sono altri: strutture obsolete e inadeguate, liste di attesa sempre troppo lunghe, carenza cronica di infermieri in tutti i servizi,(almeno 60 unità). Ne è un esempio proprio il 118 ove molto spesso medici ed infermieri fanno doppi turni giornalieri per poter garantire un servizio completo e continuativo. E che dire sempre degli infermieri del 118 unici in tutta la Liguria, "costretti" a condurre l'automedica, perché non c'è la volontà di inserire gli autisti, quantificando un risparmio netto per l'Asl vicina ai 600 mila euro annui, lasciando a loro soltanto le briciole per sopperire del disagio, con in più il rischio di vedersi decurtare punti sulla patente». \

Oulx, da soccorrere è il servizio del 118

La Stampa del 20/09/2008 , art di FRANCESCO FALCONE ed. VALSUSA p. 67

OULX Chi lavora nell'emergenza sanitaria, a bordo delle ambulanze del 118, sa bene che spesso la differenza tra la vita e la morte è questione di attimi: bisogna saper agire in équipe. Ma quando la squadra inviata sulla scena di un incidente stradale, o a raccogliere un infortunato al fondo delle piste da sci, è formata da un solo medico, non affiancato da un infermiere, perché si lavora costantemente sotto organico, è difficile garantire il massimo dell'efficienza.Però è questa la situazione che da anni si vive alla postazione 118 di Oulx, dove 24 ore su 24 è in servizio l'unica ambulanza medicalizzata chiamata a operare sul territorio dell'intera Alta Val Susa. Un'ambulanza che da oltre cinque anni ha l'infermiere a bordo solo nei weekend, un mese d'estate e qualche settimana a cavallo delle festività natalizie. Il tutto a causa di «carenze di fondi» necessari a pagare il personale previsto dai protocolli regionali, che indicano espressamente l'obbligo di un medico e di un infermiere a bordo dei mezzi di questo tipo.«Nonostante le nostre rimostranze, la situazione non è mai stata affrontata e risolta - ammettono i medici di Oulx -. Così, molte volte, ci troviamo a operare da soli sulla scena di un incidente con due o tre feriti. E, senza infermiere di appoggio, non possiamo certo chiedere ai volontari o ai dipendenti della Croce rossa di sostituirsi alla figura mancante: non è tra i loro compiti e i nostri protocolli lo vietano». Tutto a danno degli standard di qualitànell'affrontare l'emergenza.Mediamente, l'ambulanza di Oulx interviene una volta al giorno, e nei periodi di punta si arriva anche ad 80-90 chiamate in 24 ore: troppe per un solo medico. E mesi fa la situazione ha perfino rischiato di peggiorare, perché si era ventilata l'ipotesi di declassare al rango di «H12» (ovvero attiva solo di giorno) la postazione di Oulx, costringendo i pazienti ad attendere l'arrivo dell'ambulanza da Susa. Solo le pressioni dei Comuni e della Comunità montana hanno, poi, tenuto in vita la convenzione con la Croce Rossa di Bardonecchia, che oltre a fornire i volontari ai mezzi di Oulx, spesso affianca l'ambulanza del 118 con un altro veicolo di stanza a Bardonecchia.Alla carenza di personale infermieristico, comunque, non si è ancora fatto fronte. Nemmeno dopo la denuncia inviata dai medici, nell'aprile scorso, alla Procura della Repubblica: «Quando accadono delle disgrazie, e per gli errori dei medici qualcuno perde la vita, noi finiamo nella bufera. Ma non ci si rende conto che operare in situazioni di continuo stress fa aumentare i margini di rischio», lamentano i dottori.

Sale operatorie, la lunga notte

La Stampa del 20/09/2008 , articolo di GIULIO GELUARDI ed. IMPERIA p. 53

Chiuse giovedì sera, e riaperte ieri, dopo i sintomi di intossicazione per 7 infermiere

IMPERIA Sono state riaperte nel pomeriggio di ieri le quattro sale operatorie chiuse per disposizione della Direzione sanitaria dell'Asl, dopo che l'altro pomeriggio sette infermiere avevano accusato sintomi di intossicazione. La causa dei malesseri sarebbe da addebitare ai vapori di sostanze chimiche sprigionate dal materiale usato per l'impermeabilizzazione del tetto che si sarebbero infiltrate nell'impianto di aerazione. Dopo il sopralluogo dell'Arpal che ieri ha svolto ripetutamente analisi su campioni d'aria, non riscontrando ulteriori elementi di preoccupazione, l'Asl ha deciso di far rientrare l'allarme.I sintomi di intossicazione sono comparsi nel tardo pomeriggio di giovedì, al termine di un intervento chirurgico. Le infermiere (non risultano coinvolti medici) hanno cominciato ad avvertire senso di nausea. Una ha addirittura vomitato. Sono state soccorse e portate al Pronto soccorso. Immediata la decisione della Direzione di chiudere le sale operatorie e di sospendere le operazioni in programma.I sospetti si sono subito concentrati sull'impianto di aerazione: soltanto da lì poteva essersi scatenata la causa dei malesseri generali, escludendo problemi di alimentazione. Le sette infermiere avevano tutte, infatti, un denominatore comune: le sale operatorie. Quindi è stata logica e tempestiva la decisione di sospendere ogni attività in attesa delle analisi dell'aria. E' stato così chiesto l'intervento dell'Arpal che ieri, dopo accurate analisi, ha dato nuovamente il via libera alle attività chirurgiche. Ma che cosa può essere accaduto? Probabilmente - è questa l'opinione della direzione dell'Asl - i vapori di alcune sostanze chimiche usate nell'impermeabilizzazione del tetto, si sono introdotti nell'impianto di aerazione. Essendo molto volatili il loro effetto si è esaurito in breve tempo. Sufficiente, tuttavia, a provocare i malesseri nelle operatrici. La direzione dell'Asl ha comunque avviato un'indagine interna per verificare le cause esatte dell'incidente. I disagi dovuti alla chiusura delle sale operatorie sono stati molto contenuti. Risulta che soltanto sei siano stati i pazienti che avevano bisogno di interventi di urgenza, in ogni caso, differita. Sono stati trasferiti a Sanremo. Per la maggior si è trattato di partorienti. Anche gli interventi programmati che ieri erano stati sospesi, a quanto pare una ventina, sono stati reinseriti nella programmazione delle prossime sedute operatorie e saranno svolti regolarmente.

L'ira delle cliniche: usati due pesi e due misure

Il Messaggero del 21/09/2008 ed. FROSINONE p. 35

di GIANPIERO PIZZUTIe SACHA SIROLLI Dopo le proteste "mediatiche" dei giorni scorsi ora i dipendenti delle cliniche di Sora e di Isola Liri cambiano marcia. Martedì gli interi staff delle due case di cura che hanno perso la convenzione con la Asl, come decretato dal presidente della Regione Marrazzo, con in testa i sindaci dei due Comuni e l'onorevole Udc Formisano, si recheranno a Palazzo Chigi per chiedere lumi sulla scelta e studiare piani alternativi. «Viene leso il diritto fondamentale del diritto della libera scelta del luogo di cura del singolo cittadino». Commenta così carte alla mano il provvedimento del presidente Marrazzo sul riassetto ospedaliero nel Lazio, Fabio Miacci proprietario della clinica Santa Teresa ad Isola del Liri, una delle strutture finite sotto la mannaia della Regione. Un decreto quello del presidente della Regione Lazio, che prevede la perdita dell'accreditamento convenzionato alle strutture con meno di 90 posti letto; in pratica, 21 case di cura su 31 saranno costrette a chiudere i battenti. Tra queste la Clinica Santa Teresa di Isola del Liri, con 60 dipendenti, il cui indotto ne assorbe altri 40, 1900 interventi l'anno, 3900 ricoveri, con reparti di Ortopedia e Chirurgia Generale, con laboratori convenzionati di analisi, radiologia digitale e cardiologia, e tra qualche giorno con la messa in funzione della risonanza magnetica nucleare(di tipo aperta). La struttura ha investito 3 milioni di euro per il suo ampliamento in questi ultimi 2 anni, nuovi macchinari, nuove sale. «Non riesco a comprendere il rapporto di valutazione dei 90 posti letto - commenta Minacci - usati due pesi e due misure per cliniche nel pontino, come se il numero dei posti possa far dipendere o meno l'efficienza della struttura». Miacci analizza i posti letto in provincia di Frosinone «Come percentuale è la più bassa nella regione 2,51 per 1000 abitanti, il che significa 500 posti letto in meno nella nostra provincia». Questi tagli manderebbero sul lastrico 3000 persone «Le strutture rischiano di licenziare 2000 dipendenti - conclude il proprietario della Clinica Santa Teresa - con l'interruzione di rapporti di libero professionali di altre 1000 unità». I dipendenti della clinica, martedì saranno sotto il Parlamento a Roma per manifestare i loro diritti al lavoro, congiuntamente al primo cittadino Vincenzo Quadrini. Ci sarà anche la parlamentare Udc, Anna Teresa Formisano. Stessa cosa faranno il sindaco di Sora Casinelli (che andrà anche da Marrazzo) e sessanta tra medici, infermieri e ausiliari della clinica privata Villa Gioia. Ieri intanto a Sora c'è stato un summit all'interno delle casa di cura. Erano presenti la proprietaria Mariagrazia Nota, il direttore sanitario Pierino Serafini, medici, infermieri e ausiliari, il sindaco di Sora, i consiglieri comunali Roberto Di Ruscio, Natalino Coletta, Nazzareno Cioffi, Andrea Petricca, gli assessori Pietro Facchini e Angelo Ianni e il presidente del consiglio comunale Antonio Lombardi. «Come politici difenderemo Villa Gioia - ha detto Lombardi - Il sindaco si è attivato per un incontro con Marrazzo, sul problema sanità faremo un consiglio comunale ad hoc aperto ad altri sindaci limitrofi. Guarderemo bene le carte per tutelarvi con la voce di 10 sindaci». Rassicurazione che però non ha convinto tutti i medici, infermieri e ausiliarie della clinica. «Vado a Roma per parlare con il governatore e capire - dice Casinelli - Se non c'è un piano di equità non permetteremo alle lobby di Roma di beffare il nostro territorio». Disperato un infermiere dice al sindaco: «Il 1 gennaio la signora ci licenzia, io e mia moglie lavoriamo qui, non ci spetta neanche la mobilità. Abbiamo due figli, come faremo?». Infine la proprietaria della struttura: «Confido sul ricorso al Tar», conclude la dottoressa Mariagrazia Nota.

Villa Gioia chiude, protesta in strada

Il Messaggero del 19/09/2008 , articolo di SACHA SIROLLI ed. FROSINONE p. 40

I 60 dipendenti: «Dal primo gennaio saremo senza lavoro»

Protesta dei dipendenti di Villa Gioia ieri a Sora. Circa 60 tra infermieri e medici sono stati informati ufficialmente dalla proprietà della casa di cura che il 1 gennaio 2009 non lavoreranno più nella clinica sorana in quanto la Regione in quella data sospederà gli accreditamenti. E allora è scattata una pacifica manifestazione spontanea alle ore 18 fuori la casa di cura. "A parole del direttore sanitario con il ritiro della convenzione - spiegano un infermiere e un medico rappresentati il gruppo - non ci spetterà neanche la mobilità. Né alla riunione dell'altro ieri a Roma presso la Regione si è parlato di ammortizzatori sociali o di reinserimento del personale nelle strutture pubbliche. Nessun tipo di protezione, dunque, ci mettono in mezzo ad una strada e basta. Sessanta famiglie senza lavoro e senza mobilità". Tutta la clinica, medici, infermieri e utenti ieri hanno raccolto una serie di firme contro la chiusura della clinica, preoccupati per il taglio ai servizi e per il depauperamento del territorio. Poi la manifestazione alle 18 di fronte la clinica, con un simbolico attraversamento di strada su Viale San Domenico, pacifico e civile, per attirare l'attenzione sul problema. Un medico di Villa Gioia aggiunge: "Il problema non è solo di Villa Gioia, ma anche di altre cliniche private ciociare come Santa Teresa a Isola del Liri, Villa Serena e Sant'Anna di Cassino: coinvolti dai tagli 300 persone che resteranno senza lavoro". La casa di cura di Villa Gioia possiede tre specialità chirurgiche: chirurgia generale, ginecologia e urologia, nella struttura vengono utilizzate tecniche chirurgiche d'avanguardia, eseguiti interventi di chirurgia laparoscopica (operazione con telecamera all'interno dell'addome) di elevata complessità "che non vengono eseguiti in altre strutture pubbliche della provincia - afferma un medico di Villa Goia che conclude - Tanti i pazienti che vengono qui da noi sia dalla Ciociaria che da altre regioni". La numerosa utenza della clinica ieri ha manifestato con i sanitari e gli operatori della struttura "siamo scontentissimi -dicono - della chiusura perché sul territorio non avremo più un punto di riferimento alle nostre problematiche".

Interventi chirurgici regolari dopo l'incidente in ospedale

Il Secolo XIX del 22/09/2008 ed. Imperia p. 11

IMPERIA. Operazioni regolari oggi all'ospedale di Imperia dopo l'incidente di giovedì scorso che aveva costretto la direzione a sospendere gli interventi. Lo Xilolo, un solvente utilizzato per prodotti vernicianti, aveva provocato l'intossicazione di tredici tra infermieri e infermiere, mentre una decina di pazienti dall'ospedale di via Sant'Agata era stati trasferiti nei nosocomi di Sanremo e Bordighera. Tra oggi e domani il personale verrà nuovamente sottoposto ad una serie di analisi a scopo precauzionale, in particolare agli esami del sangue, così come consigliato dal centro veleni, a garanzia che il peggio è davvero passato. E' ancora in corso comunque l'inchiesta interna, ordinata dalla direzione amministrativa dell'Asl, per accertare l'origine dell'inconveniente che ha costretto lo staff chirurgico a rinviare almeno otto interventi già programmati per il pomeriggio di giovedì e quelli del giorno successivo. Sembra ormai appurato che l'incidente sia stato causato dal solvente, sostanza chimica particolarmente volatile, che sarebbe stato aspirato dai bocchettoni dell'aria del blocco operatorio situato proprio al di sotto della soletta dove da giorni si stavano effettuando lavori di manutenzione. Sostanza che sarebbe andata poi in circolo proprio mentre l'équipe di chirurgia stava completando un intervento alle ore 14. I tecnici dell'Arpal, già il giorno successivo all'incidente, hanno escluso la presenza nelle sale di residui di prodotti tossici dopo quelli che avevano provocato il malessere generale tra il personale chirurgico dell'ospedale imperiese.

Solvente intossica tredici infermiere

Il Secolo XIX del 20/09/2008 ed. Imperia p. 21

Sono stata male. Erano tre giorni che si avvertiva quel forte odore in tutto il blocco operatorio

IMPERIA. Sono state intossicate dallo "xilolo", un solvente utilizzato per prodotti vernicianti, le tredici infermiere e infermieri che l'altro pomeriggio erano in servizio nel blocco operatorio al secondo piano dell'ospedale di Imperia. Tutte sono state portate al pronto soccorso: nessuna di loro è grave. Una decina di pazienti dell'ospedale sono stati trasferiti nei nosocomi di Sanremo e Bordighera, perchè le sale operatorie sono rimaste chiuse fino a ieri sera. Sull'incidente la direzione dell'Asl, su richiesta del direttore generale Antonio Rossi, ha avviato un'indagine interna anche se pare ormai accertato che il problema sia stato causato dal solvente, sostanza chimica particolarmente volatile, che sarebbe stato aspirato dai bocchettoni dell'aria del blocco operatorio situato proprio al di sotto del soletta. Sostanza che sarebbe andata poi in circolo proprio mentre l'équipe di chirurgia generale stava completando un intervento alle ore 14. Il paziente non avrebbe subito alcuna complicazione nel decorso post operatorio. La sostanza chimica era stata utilizzata dagli operai dell'impresa che lavora all'ospedale a conclusione dell'intervento di impermeabilizzazione della soletta. I tecnici dell'Arpal, che ieri mattina hanno effettuato un minuzioso controllo, hanno escluso la presenza nelle sale di residui di prodotti tossici dopo quelli che avevano provocato il malessere generale tra il personale ospedaliero. Il personale rimasto leggermente intossicato dallo xilolo, che ha provocato cefalee e bruciori, è stato sottoposto, a puro scopo cautelativo, alle previste procedure di emergenza sanitaria. «Ho avvertito un forte mal di gola e un senso di nausea ha raccontato ieri mattina Lucia, una delle infermiere rimaste intossicate Le operazioni sono state tutte sospese e con le colleghe siamo state visitate dai medici per esami più approfonditi per chiarire l'origine di quei malesseri. Erano almeno tre giorni che in tutta l'area del blocco operatorio si avvertiva quel forte odore di vernice o di una sostanza chimica». Testimonianze che sono state raccolte anche dal direttore sanitario Franco Revelli, che già giovedì pomeriggio aveva incontrato il personale medico e infermieristico della divisione chirurgica del secondo piano. Naturalmente è scattato anche il protocollo d'emergenza che ha interessanto i pazienti. Durante il periodo di chiusura delle sale almeno una decina di degenti, bisognosi di interventi d'urgenza differita, sono stati trasferiti all'ospedale Borea di Sanremo. Tre donne, che dovevano essere sottoposte a taglio cesareo, sono state trasferite nella notte dal reparto di ginecologia al nosocomio della città dei LUCIA infermiera intossicata fiori con le ambulanze della Croce Rossa di Imperia, mentre tutti gli altri interventi programmati che sono stati sospesi a causa della chiusura forzata dopo l'incidente di giovedì scorso, sono stati inseriti nella programmazione delle sedute operatorie della prossima settimana. Il reparto di ginecologia diretto dal dottor Franco Gorlero, nel frattempo, si è attrezzato per poter continuare a seguire le pazienti già ricoverate. Ieri in ospedale non si parlava d'altro. Al bar, nelle sale d'aspetto dei vari reparti, quindi negli uffici della direzione sanitaria dell'ospedale di via Sant'Agata la notizia era commentata da tutti, non solo dal personale, ma anche dai pazienti, dopo che era stata anticipata nell'edizione del Secolo XIX di ieri e seguita dalle radio e dalle televisioni.

Mancano infermiere «Assumiamo rumene»

La Nazione del 20/09/2008 , articolo di GIANNA FABBRIZI ed. Livorno p. 8

Di GIANNA FABBRIZI A CAUSA della carenza di personale infermieristico l'Auxilium Vitae sta assumendo infermiere rumene. «Al momento - dice il presidente Giovanni Brunale - ne abbiamo assunte tre, con non poche difficoltà. Stanno frequentando un corso di italiano. Questo per far capire come certe professionalità mancano non solo nella nostra zona, ma in tutta Italia». Il problema è emerso nuovamente a un anno dall'apertura del reparto di riabilitazione respiratoria a Volterra, unico in Toscana, ieri si è tenuto un convegno al Centro Studi Santa Maria Maddalena dal titolo: «Il paziente cronicamente critico: svezzamento e riabilitazione respiratoria». Una giornata di studio e confronto che ha visto riuniti pneumologi, intensivisti e internisti di fama europea. «Un anno di sperimentazione ben riuscito, con un gran numero di vite salvate - dice Maria Teresa de Lauretis, direttore generale dell'Asl 5 - L'Auxilium ha rafforzato ulteriormente l'ospedale di Volterra. E' nostra intenzione consolidare quello che abbiamo fatto». Ecco i dati fornitici da Guido Vagheggini (reparto di svezzamento): in 10 mesi di attività del centro di svezzamento, sono stati ricoverati 86 pazienti, il 70% provenienti da terapia intensiva. Sono stati svezzati completamente (respirano autonomamente) il 46% dei ricoveranti, e parzialmente il 26%. I tassi di mortalità sono risultati inferiori ai valori attesi per la gravità dei pazienti. Al convegno è intervenuto tra gli altri Vairo Contini (direttore generale dell'azienda ospedaliera pisana) il quale ha messo in evidenza l'importanza del paziente che deve avere sempre la massima considerazione. «L'eccellenza del polo riabilitativo volterrano - ha detto Contini - si distingue per le professionalità che ci lavorano e per l'unicità del servizio dato». Per ultimo Contini ha affrontato le problematiche dell'eticità del medico nell'approccio alla fase terminale della vita, che non può prescindere dalla salvaguardia della vita. «Tutti i conflitti vanno risolti in favore del paziente. Perciò dobbiamo fare uno sforzo collettivo, come amministratori e come medici e parlare più spesso con i pazienti». AL CONVEGNO c'era anche il presidente dell'Auxilium Vitae, Giovanni Brunale. «Accanto ai buoni risultati clinici che il centro ha dato in questo anno di attività - dice il presidente dell'Auxilium Vitae - ci sono anche gli ottimi risultati aziendali. Credo che con qualche piccolo aggiustamento, il progetto può reggere, anche dal punto di vista economico». Il centro di riabilitazione respiratoria, fu avviato un anno fa in fase sperimentale. Quali saranno i progetti futuri? «La sperimentazione, darà lo spunto per presentare un progetto grazie al quale si creerà un punto di riferimento per chi dovrà subire un percorso riabilitativo complesso. Sia neurologica che cardiologica». Ma c'è di più. «Io ritengo - continua Brunale - che al momento in cui si realizzerà la vendita del terreno di Poggio alle Croci, di proprietà della Usl, con il ricavato, si potrà affrontare un nuovo progetto di grandi entità quale quello di creare un ospedale interagente con la riabilitazione».

Si attende la risposta di Theiner

Alto Adige del 22/09/2008 ed. Nazionale p. 12

MERANO. Quella degli infermieri in ambulanza è una vecchia discussione. Figura obbligatoria per legge nel resto d'Italia e ancora discussa alle nostre latitudini. Fino ad oggi ci si è limitati a qualche esperimento "minimale". A Merano e dintorni, ad esempio, l'infermiere è presente solo di giorno e nei giorni feriali. «Abbiamo fatto presente il risultato positivo dell'esperimento e sottolineato la necessità della presenza in ambulanza 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 - ha riferito la presidente del collegio infermieri Gundula Kröber - ora non ci resta che attendere la risposta di Theiner».

Infermieri in cerca d'immagine

Alto Adige del 22/09/2008 ed. Nazionale p. 12

La "due giorni" del collegio provinciale al Kursaal

MERANO. L'assistenza infermieristica deve diventare più visibile e avere più voce in capitolo. Con questo motto il Collegio provinciale degli infermieri, degli assistenti sanitari e degli infermieri pediatrici della Provincia di Bolzano si è fatto promotore del congresso tenutosi al Kursaal nello scorso fine settimana.Numerosi relatori di alta levatura provenienti da tutta Italia e dall'estero hanno illustrato i moderni sistemi di ottimizzazione della qualità dell'assistenza infermieristica. ma per poter supportare l'elevata qualità, creare trasparenza, comprensione e giuste aspettative - è stato detto - è oltremodo necessaria una comunicazione mirata.Un contatto diretto ed esauriente costituisce la premessa per consentire alla cittadinanza di cionoscere ruoli e competenze degli infermieri, nonché di sfruttare tempestivamente e al meglio le opportunità che si presentano - è emerso nel corso del convegno - tutto questo all'insegna di una efficace prevenzione e di un'assistenza professionale.«garantire e migliorare i livelli qualitativi dell'attuale sistema sanitario rappresenta un obiettivo importatnte di tutte le professioni sanitarie - è stata la premessa e anche la conclusione del convegno - un elemento significativo è dato da un aggiornamento qualitativamente elevato degli infermieri e degli assistenti sanitari. Forte del suo livello elevato, la qualità dell'assistenza infermieristica rappresenta una professione sanitaria autonoma e di livello formativo universitario: le persone bisognose vengono assistite in modo completo e sicuro secondo i livelli qualitativi attuali».L'obiettivo emerso a conclusione dei lavori è quello di essere al passo con i tempi per quanto concerne le tematiche specifiche, nonché quello di rendere visibili e applicabili gli attuali sviluppi nell'ambito dell'assistenza.«Al di là della formazione professionale - ha specificato Gundula Kröber, presidente del collegio provinciale - è assolutamente necessaria una penetrante operazione di marketing, perché l'immagine dell'infermiere venga rappresentata rendnedo merito alla professionalità».A margine del congresso anche una mostra fotografica sul tema dell'assistenza infermieristica.

Raddoppiano i pazienti, calano i ricoveri

Corriere Adriatico del 20/09/2008 , articolo di MIRCO DONATI p. 5

la sanitàche cambia ANCONA - Calano decisamente i ricoveri (dal 38,6% al 24,3%), aumentano i pazienti anziani che vengono dimessi e proseguono le cure a casa. Tanto da raggiungere il 71,6% delle 362 persone con oltre 65 anni che nei primi quindici giorni hanno usufruito del nuovo servizio. Tutto ciò nonostante siano raddoppiati gli accessi, passando da una media giornaliera di 14 pazienti valutati a una di oltre 28, con punte fino a 40 pazienti al giorno. Sono i dati presentati dal dottor Giuseppe De Tommaso, direttore dell'accettazione geriatrica d'urgenza e responsabile del punto di primo intervento inaugurato ieri presso l'ospedale geriatrico Inrca. In funzione dal primo settembre, con un personale composto da 10 medici, un coordinatore infermieristico, 19 infermieri professionali e 9 operatori socio sanitari, è il primo esempio in Italia di accettazione ospedaliera d'urgenza dedicata alla popolazione anziana. Il principio è quello di un lavoro d'equipe finalizzato al concetto di "cure and care�?, inteso come "non solo al curare biologicamente ma anche al prendersi cura in senso olistico del paziente�?, ha sottolineato il dottor De Tommaso. Con questo servizio di assistenza diretta si tiene conto della complessità del paziente anziano che tende alla fragilità e presenta un elevato rischio di disabilità. "L'anziano fragile è il soggetto di età avanzata affetto da patologie croniche, clinicamente instabile, spesso anche disabile - ha osservato De Tommaso -. Con questo servizio riusciamo a fornire un'assistenza geriatrica sempre più moderna e immediata�?.La struttura, in questi primi quindici giorni di attività, ha di fatto raddoppiato il numero di pazienti: ben 362 persone (153 uomini e 209 donne) in visita, quasi il doppio rispetto alla media del 2007, quando si sono registrati 4.967 accessi in accettazione. Pochi i codici rossi (2,5%), si attestano sul 16% quelli gialli, mentre se i bianchi raggiungono il 20% dei pazienti visitati, i codici verdi rappresentano il 61,6% del totale: il 71,6% dei pazienti ha infatti proseguito le cure a casa e solo il 24,3 ha avuto necessità del ricovero. L'età media dei pazienti è di 75,86 anni, in particolare di 77 per le donne e di 74 per gli uomini. "Il trend - ha commentato il dottor Giuseppe De Tommaso - è in continuo aumento, con un incremento delle richieste, specie in vista della stagione invernale. Grazie all'utilizzo di tecnologie moderne, alla presenza di infermieri geriatrici specializzati anche nella medicina d'urgenza e alla rapida funzionalità per fare esami epatici e radiologici, in questi quindici giorni abbiamo assistito a una netta diminuzione di ricoveri non necessari�?.Dopo una conferenza all'auditorium dell'Inrca, alla presenza di un centinaio di persone, è seguito il taglio del nastro della nuova struttura, al quale era presente, oltre al direttore generale dell'Inrca Antonio Aprile, anche il vice presidente della Commissione Sanità della Camera Carlo Ciccioli (Pdl), che ha ribadito l'importanza dell'Inrca come sintesi "tra struttura regionale, territoriale e anche nazionale�?. Soddisfazione è stata espressa dal presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca e dal sindaco Fabio Sturani. E' seguita la benedizione dei locali da parte del vicario generale della diocesi di Ancona-Osimo monsignor Roberto Peccetti. Presenti anche l'assessore alla sanità Mezzolani, i parlamentari Amati, Magistrelli e Favia, oltre a diversi politici.L'ingresso dell'Inrca, l'ospedale geriatrico della MontagnolaI parlamentari Ciccioli e Faviail direttore generale dell'Inrca Aprile, l'assessore Mezzolaniil governatore Spacca e il sindaco Sturani poco prima del taglio del nastro della nuova struttura. Foto Video Carretta Dal 1° settembre assistiti 362 anzianiil doppio della media del 2007

A Gallipoli la Macchinari e strutture pronte

ma mancano ancora i fondi per il personale

Corriere del Mezzogiorno del 21/09/2008 ed. LECCE p. 9

Falzea, direttore del presidio: «Servono altri fondi per il rilancio».Sanapo (Asl): «I costi sono eccessivi» Rianimazione resta chiusa

LECCE - Ottobre è vicino. Dicembre non è lontano. Ciò che si allontana, invece, è la tanto attesa apertura dei reparto di rianimazione dell'ospedale di Gallipoli. Che non avverrà il prossimo mese e, probabilmente, neppure entro la fine dell'anno, come si aspettavano gli stessi dirigenti del presidio sanitario gallipolino. La politica - si fa notare dal chiuso degli uffici - aveva fatto promesse che rimarranno tali. Parole che non si trasformeranno in fatti compiuti.Il progetto E dire che di Rianimazione, a Gallipoli, se ne parla dal lontano 2003, quando la Regione iniziò a finanziare lavori di adeguamento dei locali e l'acquisto delle apparecchiature. La mappa della sanità salentina disegnata a quel tempo dall'ente di Via Capruzzi prevedeva tre «Rianimazioni»: Casarano, Scorrano e, appunto, Gallipoli. A Casarano, in realtà, si trattava di avviare il potenziamento della struttura già esistente portando i letti da quattro a otto. «Procedura portata a termine», fa notare il direttore sanitario dell'Asl, Franco Sanapo. Negli altri due ospedali si doveva cominciare da zero. A Scorrano - secondo quanto spiega lo stesso Sanapo - l'attività è ormai ben avviata. Solo a Gallipoli la situazione è in fase di stallo. Porte chiuse, apparecchiature spente, organico ancora tutto da costituire. Morale: a cinque anni dai primi flussi di denaro indirizzati alla rete delle Rianimazioni del sud Salento, la realtà più penalizzata e quella jonica, malgrado i suoi oltre 20mila abitanti, cui si aggiungono quelli del circondario. Malgrado la popolazione, in estate, faccia registrare impennate fino a oltre 150mila residenti. E nonostante l'incremento del rischio di incidenti - quindi del ricorso a cure intensive - connesso alla balneazione e a tutte le attività legate al mare.La polemica «Il governatore Nichi Vendola e l'assessore alla Sanità, Alberto Tedesco, sono stati qui. Hanno visitato la struttura quando abbiamo inaugurato la nuova Pneumologia che non può fare a meno di Rianimazione », mugugna il direttore sanitario dell'ospedale di Gallipoli, Bruno Falzea. E chiarisce: «Abbiamo fatto i conti. Mancano circa 200mila euro per l'acquisto di alcuni arredi, mentre le strumentazioni sono al completo. Poi, più in generale, a Gallipoli ci sono carenze di medici e infermieri da cui dipende il ricorso alla reperibilità ». Lo scoglio più grosso da superare è quello del personale. Nulla si muove per il reclutamento di 6 medici, 24 infermieri e 2 ausiliari, per far funzionare la nuova Rianimazione. «La copertura finanziaria non c'è, né possiamo prevedere se ci sarà nel prossimo futuro. E' questa la difficoltà di fronte alla quale oggi ci troviamo - ammette il direttore Franco Sanapo - . Ogni infermiere costa circa 40mila euro e un medico 80mila, quindi parliamo di cifre importanti». In sostanza, al momento, la Asl non sa da dove prendere i soldi per pagare gli stipendi. Rianimazione, a Gallipoli, rimane un reparto fantasma.Antonio Della Rocca

Auto nel policlinico, poche e in divieto

Corriere del Mezzogiorno del 21/09/2008 ed. BARI p. 9

In vigore da oggi il nuovo piano di viabilità nell'area ospedaliera Previste sanzioni disciplinari e due punti in meno sulla patente per chi parcheggerà in aree vietate o senza esporre il permesso

BARI - Meno auto, ma vecchie scene: vetture incolonnate sotto i cartelli di divieto di sosta e rimozione forzata, veicoli parcheggiati sui marciapiedi e davanti agli scivoli per disabili, moto ad occupare le rampe d'accesso riservate alle ambulanze e persino qualche doppia fila, nonostante gli spazi liberi. Più che l'entrata in vigore della nuova ordinanza sulla viabilità nel Policlinico - che prevede lo stop alle auto dalle 6 alle 14 e ingresso solo con permesso la minaccia di sanzioni disciplinari e due punti in meno sulla patente, è il sabato a scoraggiare medici, infermieri, studenti e visitatori ad invadere con le auto i viali dell'ospedale.Con meno personale in servizio e le lezioni di Medicina sospese nel weekend, nel centro d'eccellenza ieri mattina in effetti c'erano meno vetture in giro. Eppure gli automobilisti indisciplinati e i trasgressori non sono mancati. I controlli davanti agli ingressi non hanno fatto filtro come avrebbero dovuto: anche il cronista del Corriere del Mezzogiorno, intorno alle 10 e 30, è riuscito ad entrare nel centro d'eccellenza con il proprio mezzo non autorizzato e senza che i vigilantes ponessero troppa resistenza.Dentro 200-300 auto: una su due non esponeva il pass che autorizza la sosta. Solamente davanti al pronto soccorso, le vetture ferme mostravano il lasciapassare blu distribuito ai familiari dei pazienti dai medici in servizio. Le nuove regole non hanno spaventato gli automobilisti indisciplinati. Anche perché a fine giornata non si è contata nemmeno una multa. Ma quello di ieri è stato un rodaggio, «da lunedì - promette il direttore generale, Vitangelo Dattoli - faremo sul serio e saremo intransigenti. Chiedo la collaborazione di tutti: è un cambiamento importante. Il piano è stato condiviso con i sindacati e gli universitari».L'ordinanza prevede la presenza fissa di quattro vigili urbani che avranno il compito di pattugliare, ogni giorno, dalle otto alle venti i viali del Policlinico e sanzionare i trasgressori. Chi verrà beccato a parcheggiare nelle aree non autorizzate o in assenza del permesso perderà due punti sulla patente e subirà una sanzione disciplinare. L'accesso a medici, infermieri e universitari sarà impedito dalle sei alle 14. Nelle ore pomeridiane e notturne (quindi dalle 14 alle 20 e dalle 20 alle 6) il personale sanitario e accademico potrà sostare liberamente all'interno dell'area ospedaliera, basterà mostrare il tesserino aziendale.Bocciato in parte e rimesso nel cassetto il piano sulla viabilità che era stato predisposto dall'ex direttore generale, Antonio Castorani, Dattoli prova a mettere fine alla sosta selvaggia e a regolamentare il traffico attraverso nuove soluzioni. Il manager ha deciso di applicare un regolamento datato 2005 (firmato dall'allora direttore generale, Pompeo Traversi), ritoccato e riveduto in alcune parti. Una rivoluzione soft, in attesa di un piano più dettagliato che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo gennaio. Al posto dei vigilantes ci saranno accessi elettronici: i dipendenti potranno entrare con la vettura «strisciando» il cartellino personalizzato, con tanto di foto e dati identificativi. La sbarra si alzerà solo per quei medici e infermieri che quel giorno risulteranno in servizio. Un sistema che permetterà anche di controllare l'effettiva presenza sul posto di lavoro del dipendente. Per altri tre mesi, però, si andrà avanti con l'attuale piano anti-traffico.L'ingresso, così come prevede l'ordinanza - è garantito a tutti i pazienti non in grado di camminare, alle aziende fornitrici, oltre che ai dipendenti ospedalieri (medici e infermieri) e agli universitari impossibi-litati a deambulare. L'accesso a medici, infermieri e universitari non autorizzati sarà impedito solo dalle sei alle 14. Il personale sanitario in servizio nelle ore pomeridiane e notturne (dalle 14 alle 20 e dalle 20 alle 6) potrà percorrere i viali del Policlinico liberamente. Basterà mostrare il tesserino aziendale.L'accesso al pronto soccorso verrà garantito in tutti i casi di urgenza, ma non consentirà agli utenti di raggiungere con la propria vettura altre zone dell'area ospedaliera. I percorsi obbligati guideranno i pazienti esclusivamente nella direzione del pronto soccorso generale, ginecologico, pediatrico e oculistico. Le auto e le moto potranno essere parcheggiate solamente nelle zone di sosta predisposte: sono circa 250 i posti.Vincenzo Damiani Senza pass All'interno 200-300 auto: una su due non esponeva il pass che autorizza la sosta Neanche una multa A fine giornata non si è contata nemmeno una multa. Dattoli: «Da lunedì faremo sul serio»

La sanità della Bassa fa i conti con gli anziani

Gazzetta di Modena del 20/09/2008 ed. Nazionale p. 37

Il direttore Nicolini: qui il record di ultra 85enni Mancano infermieri e ricorriamo a extracomunitari - Due ospedali, cinque poliambulatori 765 dipendenti in tutto il distretto Ecco le strategie e i problemi da affrontare

MIRANDOLA. «In sei anni il distretto è risucito a mantenere gli impegni del territorio compatibilmente al budget previsto dalla contrattazione annuale e assegnato dalla direzione generale dell'Ausl». Il dottor Nicolino Michelini, dal 2002 alla direzione del distretto di Mirandola, che fa parte dell'Ausl di Modena, traccia un bilancio del suo operato, tra punti di forza e punti critici del servizio sanitario previsto per la Bassa. Una zona che negli ultimi anni, a causa del contemporaneo aumento e invecchiamento della popolazione, ha modificato le sue esigenze.La legge regionale 29 del 2004 ha deciso il riassetto del servizio sanitario emiliano.Nell'Ausl di Modena sono così nati sette distretti sanitari tra cui quello di Mirandola.Dottor Nicolini il suo distretto è "in salute"?«Annualmente abbiamo un budget assegnato dalla direzione generale dell'Ausl che ci consente di intervenire in vari settori. In sei anni il bilancio complessivo, per quanto riguarda la parte economica, è positivo. Il distretto è riuscito sempre a mantenere gli impegni del territorio e la compatibilità economica».Com'è cambiata in questi anni la sanità della Bassa?«In sette anni si è passati da 16mila a 50mila residenti, soprattutto anziani. Siamo il distretto che in regione ha il numero più alto di ultraottantacinquenni. E' cresciuto quindi l'impegno in termini assistenziali. Altro aspetto di rilievo è l'importante aumento della popolazione straniera, soprattutto magrhebini e cinesi. Sono aumentati così i consultori pediatrici in analogia ad altri distretti».Il numero dei dipendenti riesce a rispondere all'aumento delle richieste?«La carenza che sentiamo di più, non solo nel nostro distretto, è la difficoltà a reclutare infermieri e tecnici. Facciamo ricorso a figure infermieristiche dei paesi comunitari ed extracomunitari. Reclutando stranieri però possono sorgere difficoltà con la lingua... Dovremo rivedere certi modelli organizzativi ed affidare alcune cose a figure non infermieristiche».Qualche successo, in termini di servizi offerti?«Abbiamo investito risorse per il coinvolgimento dei professionisti nell'assistenza domiciliare. Seguiamo più di 1200 pazienti a domicilio. Altro punto di interesse sono le "dimissioni protette": un percorso di tutela dove la persona viene dimessa con un programma assistenziale a domicilio o in una struttura residenziale. Un altro momento assistenziale importante tra professionisti e volontari è il "consultorio demenze". E c'è il "punto di accoglienza" all'interno del poliambulatorio dove una figura infermieristica programma un percorso di visite per il malato».I vostri punti critici?«Il più importante è la mobilità per la mancanza di apparecchiature o per tempi di attesa lunghi, per alcune visite particolari, rispetto ai termini fissati dalla regione.Siamo a confine con la Lombardia e i residenti si spostano in altri distretti per fare esami o visite. Questo provoca un disagio economico per l'azienda perché poi la Regione Lombardia manda il conto alla nostra Regione e soprattutto un disagio per il paziente. Abbiamo siglato una convenzione con una struttura privata di San Felice per la risonanza delle articolazioni e i tempi di attesa ora sono bassissimi. Grazie alla donazione della Cassa di risparmio di Mirandola entro l'anno dovremo avere all'ospedale di Mirandola anche un macchinario per le risonanze total body».

Una maratona per arrivare in reparto

Il Centro del 22/09/2008 ed. Avezzano p. 5

Proteste all'Utic, spogliatoi spostati a sorpresa nell'altro padiglione - OSPEDALE Grossi disagi per gli infermieri

TERAMO. Ora devono affrontare un vero e proprio viaggio per mettersi e togliersi la divisa, che dura almeno 15 minuti. Gli infermieri dell'Utic hanno trovato una gran bella sorpresa giovedì, all'arrivo in reparto. I loro spogliatoi sono stati spostati molto, molto lontano. L'unità di terapia intensiva coronarica è al terzo piano del 2° lotto dell'ospedale, gli spogliatoi ora sono al sesto del primo lotto.E per raggiungerli devono fare una gimkana. Il percorso più breve: prendere un primo ascensore fino al pianterreno, scendere una rampa di scale fino al seminterrato, imboccare il lunghissimo tunnel che collega i due lotti, prendere un altro ascensore fino al sesto piano. «Lo spostamento», commenta Marco De Febis, segretario del Nursing up, «ha provocato disagi che i vertici non hanno voluto prendere in considerazione: il tutto è stato fatto senza informare gli interessati. Lo spostamento, da indiscrezioni, è stato effettuato per recuperare stanze di degenza». De Febis osserva che gli operatori perderanno molto tempo. I 15 minuti potrebero salire a 20 nella non peregrina ipotesi che gli ascensori siano occupati. Il tutto due volte al giorno o forse anche più. «Se durante un turno bisogna cambiarsi una divisa per contaminazioni con sangue o altro bisogna rifare il percorso inverso aumentando il tempo di esposizione, che dovrebbe breve», spiega. C'è da dire che la mezz'ora in più pesa solo sul personale visto che l'orario di lavoro si calcola all'arrivo e all'uscita dal reparto. Mezz'ora in più che si aggiunge a quelle perse per il traffico caotico e la ricerca di un parcheggio. Ma c'è di più. A fine turno c'è un altro viaggio da fare: «le divise sporche si devono riportare in reparto». De Febis segnala poi che negli spogliatoi del sesto piano si sono verificati furti, per cui ora i 20 infermieri devono affrontare anche un problema-sicurezza. E poi c'è l'igiene. I bagni ora sono lontani e «gli armadietti continuano a essere a scompartimento unico e non si possono ividere gli abiti personali da quelli da lavoro, con reciproche contaminazioni. Prima gli abiti personali si potevano lasciare fuori, visto che gli spogliatoi erano sicuri». (a.f.)

Bimba morì in sala parto A giudizio la ginecologa

Il Giornale di Vicenza del 22/09/2008 p. 14

A quasi tre anni dalla morte in sala parto di una neonata la procura ha chiuso le indagini preliminari ed ha chiesto di processare una ginecologa, Michela Marchesini, per omicidio colposo. Inoltre, il sostituto procuratore Marco Peraro ha chiesto l'archiviazione di un secondo ginecologo, Giuseppe Glorioso, e di tre infermiere che avevano collaborato al drammatico parto. Nello stesso tempo, la coppia ha chiesto un risarcimento di oltre 400 mila euro per i danni che avrebbe subito. A indurre il magistrato a chiedere il rinvio a giudizio della dottoressa sono state le consulenze tecniche che lo avevano spinto ad aprire le indagini nei confronti dei sei sanitari. Il giudice Stefano Furlani ha fissato l'udienza preliminare nella quale le parti discuteranno le rispettive posizioni. La morte della neonata, data alla luce dalla romena Ludimita Corina Chricuta, di 40 anni, sarebbe avvenuta per la rottura improvvisa dell'utero. Il caso si mostrava particolarmente complesso perchè erano stati numerosi i sanitari che si erano alternati nella sala. Non solo, il primario della divisione Sposetti sottolineò all'epoca l'abnegazione del personale medico e infermieristico che riuscì a salvare la puerpera. Le sue condizioni erano risultate molto critiche e se non ci fosse stata una struttura sanitaria all'altezza, spiegò il dirigente medico, anche la madre avrebbe rischiato di morire. «Il caso era molto difficile - spiegò Sposetti - in considerazione del passato clinico della donna». Sotto inchiesta finiro i due ginecologi che si trovavano in sala parto, Giuseppe Glorioso, 61 anni, e Michela Marchesini di 46, così come il personale infermieristico Luisella Pigato, 56 anni, Silvana Scaggion, di 55, Manolita Martinello di 42 e Vittoria De Gobbi, di 47. Com'era emerso nelle prime fasi dell'inchiesta, la donna era giunta in sala oepratoria in difficili condizioni. Non a caso, dopo la consulenza del medico legale Giampaolo Antonelli, il pm Peraro ha chiesto ulteriori approfondimenti medico-legali data, la complessità del caso. Tra le altre cose, in relazione alla storia clinica della paziente si pose la questione se non fosse stato utile fin da subito programmare un cesareo, anziché ricorrere a un parto naturale col rischio che in condizioni di particolare stress ci potesse essere un cedimento a livello dell'utero. La signora Chricuta, infatti, non era alla prima gravidanza. Una era andata a buon termine, tanto che è madre di un bambino, mentre in altre occasioni era dovuta ricorrere all'interruzione volontaria per non compromettere il suo stato di salute. Di fronte a questo quadro clinico pregresso, si chiede il magistrato, non sarebbe stato meglio ricorrere a un parto cesareo che avrebbe evitato i problemi di quello naturale? Il caso è così problematico che il giudice Furlani ha chiesto un'adeguata analisi medico-specialistica sulla paziente. La neonata spirò pochi minuti dopo essere venuta alla luce per la mancanza di ossigeno e un'anemia di cui patì in maniera irreparabile. «In caso di rottura dell'utero durante il travaglio - ebbe a dire all'epoca il prof. Sposetti - un bimbo su tre muore subito, il secondo dopo qualche giorno e uno su sei rimane offeso. Siamo di fronte a eventi improvvisi e imprevedibili che, secondo la letteratura scientifica, accade nello 0,5 per cento dei casi. Sono fatti favoriti da precedenti tagli o lesioni». Anche per questo il caso è difficile sotto il profilo giudiziario. All'udienza preliminare per la dott. Marchesini si è costituito l'avv. Fernando Cogolato, mentre per la parte civile l'avv. Federico Callegaro. Gli specialisti hanno discusso sul fatto che vista la storia clinica della signora sarebbe stato meglio indirizzarsi subito sul cesareo. Il pm, sfrondata la lista degli indagati, ha concentrato l'attenzione sulla ginecologa. «Data la particolarità del caso più di così non si poteva fare - concluse difendendo la sua équipe Sposetti -, anzì la stessa puerpera ha rischiato e soltanto grazie alla bravura di medici e infermieri è stata salvata». I.T.

Quei «matti da slegare»

La Gazzetta di Parma del 22/09/2008 p. 5

L'ex manicomio provinciale fu spesso giudicato antiquato e senza possibilità di recupero dei malati Quei «matti da slegare» Colorno ricorda con una mostra all'Aranciaia i 117 anni dell'Ospedale psichiatrico L a mostra «Colorno, una città nella città. L'Ospedale psichiatrico dal 1873 al 1990», realizzata da Franco Piccoli a cura della Pro Loco, in corso nella navata centrale dell'Aranciaia s'inserisce nel percorso di recupero della memoria dell'ex Ospedale psichiatrico alla ricerca delle nostre radici sociali, politiche e morali. Un percorso ancora poco conosciuto. L'Ospedale psichiatrico di Colorno presenta caratteristiche atipiche rispetto alla rete manicomiale nazionale e regionale. Già nell'Ottocento e nel Novecento gli esponenti della psichiatria ne denunciano l'inefficienza. Aperto in ritardo rispetto agli altri manicomi dell'Emilia Romagna, in oltre un secolo di vita il manicomio di Colorno si è ritagliato uno spazio, che ha segnato la storia del territorio. Tappa fondamentale della psichiatria è la promulgazione della legge del 20 marzo 1865, che obbligava ciascuna provincia dello Stato a provvedere all'assistenza e alla cura dei rispettivi mentecatti privi di risorse economiche. Così l'ospedale di S.Francesco di Paola, dichiarato da Maria Luigia «ospedale centrale dei pazzerelli di tutti i suoi stati», diventava il manicomio della provincia di Parma. Nello stesso anno la commissione, presieduta dal professor G. Riva, individua come sede ideale per il manicomio il Palazzo ducale di Colorno, diventato bene demaniale in seguito all'unità d'Italia. Nel 1872 viene approvato definitivamente il progetto di «riduzione a manicomio della Regia Villa e del già convento dei Domenicani di Colorno», redatto dal dottor Lorenzo Monti e dall'architetto Gaetano Castelli. L'amministrazione provinciale acquista dal governo per 100mila lire il più grande complesso monumentale dell'Emilia-Romagna, comprendente il Palazzo, la cappella di S.Liborio, il parco e il convento. Nel 1873 il manicomio viene trasferito in una parte della Reggia ducale di Colorno per evitare che l'epidemia colerica diffusa in città influisse sull'incolumità dei degenti, relegati in una struttura sovraffollata oltre ogni limite. Il 5 settembre 1877 il consiglio provinciale stabilisce il definitivo utilizzo dei locali del palazzo di Colorno per il ricovero dei pazzi. In origine convento, successivamente caserma e residenza ducale, il manicomio di Colorno presentava una maggiore quantità e capacità di locali rispetto alla struttura dell'Ospedale di S. Francesco di Paola. Tuttavia, s'impose la necessità di adattarlo al nuovo uso manicomiale per un utilizzo razionale. Per questo nel corso degli anni successivi furono eseguiti molti lavori. Nel frattempo, il 14 febbraio 1904 viene emanata la legge sui manicomi e sugli alienati con il relativo regolamento, nei quali si evidenzia l'«inadeguatezza e la deficienza della struttura di Colorno». Nel marzo 1915 l'amministrazione provinciale delibera l'acquisto di un vasto podere ad Antognano per costruirvi un modernissimo ospedale psichiatrico. La guerra blocca la realizzazione del progetto. Alla fine del conflitto, il manicomio di Colorno, nonostante l'apertura della regia clinica neuropsichiatria con una trentina di letti, ospita ancora ben 600 ammalati. Resta, quindi, affollatissimo, antiquato nelle strutture ed inadeguato alle moderne caratteristiche manicomiali. La cattiva fama dell'ospedale è rimarcata da Luigi Tomasi, direttore dell'istituto, che nel 1955 paragonò il luogo ad «una prigione in pessimo stato». Diverse centinaia di degenti subivano una quotidianità nella quale la negazione della dignità umana era la costante che precludeva ogni possibilità di recupero: una psichiatria meramente custodialistica. Solo negli anni Cinquanta del secolo scorso qualcosa comincia a muoversi nella giusta direzione. Alcuni infermieri, per sensibilizzare l'opinione pubblica, organizzano spettacoli musicali e teatrali con i ricoverati, ai quali è invitata la popolazione di Colorno. Gli studi Vaghi e Vecchi di Parma realizzano importanti servizi fotografici, testimonianza ancora oggi significativa della realtà manicomiale dell'epoca. Nel 1965, all'arrivo di Mario Tommasini, l'ospedale conta 1200 internati, accuditi da 170 infermieri e 4 medici. Sotto la direzione di Tommasini cominciano le prime dimissioni. Dal '65 al '70 oltre 400 degenti trovano ospitalità in strutture esterne, come l'8 marzo di Parma, con un'assistenza basata su progetti. Nel 1968 viene inaugurata la fattoria di Vigheffio, uno dei primi esperimenti in Italia di laboratorio protetto, nel quale le persone dimesse si autogestivano e lavoravano con regolare retribuzione. Nel 1969 Franco Basaglia è nominato direttore dell'istituto. La sua permanenza a Colorno dura soltanto due anni, ma radicalizza le posizioni riformatrici della psichiatria ed è determinante per delineare l'impianto della legge 180, che nel 1996 chiuderà i manicomi. A metà degli '70 la Provincia ordina il progressivo abbattimento dei muri di contenimento dell'ospedale. Nel 1974 Tommasini commissiona al regista Marco Belloccio il film-documento «matti da slegare», girato interamente all'interno del manicomio. Per la prima volta una pellicola, tradotta e proiettata in tutto il mondo, mostra il punto di vista dei malati di mente. Nel 1978 escono dall'ospedale circa 700 degenti, che iniziano una nuova vita in 250 appartamenti in città e provincia, nell'istituto restano circa 180 ricoverati. Dal 1966 al 1978 vengono dimesse 1100 persone. RINO TAMANI Foto storica Un gruppo di infermieri del manicomio di Colorno nelle loro caratteristiche divise d'inizio '900.

Assistenza sanitaria, la mappa

La Prealpina del 22/09/2008 ed. LUNEDI p. 4

Un maxipiano di emergenza sanitaria nella settimana mondiale. Obiettivo: garantire l'assistenza a tutti i cittadini, sia che abbiano un semplice virus parainfluenzale sia che abbiano bisogno delle cure dei medici dell'ospedale, senza che il blackout viabilistico imposto dalla corsa abbia ricadute pericolose. Una speciale commissione sanitaria, coordinata dalla Regione, ha messo a punto un piano operativo al quale si affianca quello dell'Asl per la continuità assistenziale. Ogni giorno, per tutto il periodo delle gare, saranno coinvolti, tra medici, infermieri, operatori e personale della protezione civile, circa 500 persone, con oltre 30 ambulanze sul circuito. Una trentina le pattuglie appiedate formate da 3 persone, due esperti del soccorso e un volontario della protezione civile. Con una speciale barella gireranno a piedi per soccorrere i pazienti. L'indicazione per tutti i cittadini è, in caso di malore grave, quello di chiamare il "118". Da qui le "pattuglie" appiedate o lo schieramento di ambulanze si muoveranno per soccorrere cittadini o spettatori. Chi, invece, ha bisogno dell'ex guardia medica, chiamata ora servizio di continuità assistenziale, può farlo seguendo la "mappa" di luoghi e orari che riportiamo di seguito, in base al piano coordinato dall'Asl. Continuità assistenziale. Nelle sedi di Varese in via Dunant, Gallarate in via Pastori, Cittiglio in via Alla Scuola e Saronno in via Manzoni, tutti i turni ordinari notturni e diurni prefestivi e festivi saranno potenziati, da oggi a lunedì 29, con un medico in più per 12 ore. Nei giorni feriali verranno istituti ambulatori straordinari con orario diurno dalle 8 alle 20 con un medico sempre presente. Da martedì 23 a domenica 28, nelle sedi di continuità assistenziale di Varese, verrà aggiunto un secondo medico per gli ambulatori diurni dalle 8 alle 20. Postazioni straordinarie. I giorni più critici per l'assistenza alla popolazione residente e agli spettatori saranno da giovedì 25 a domenica 28. Per queste giornate è stato previsto un potenziamento del servizio di continuità assistenziale con 3 postazioni periferiche straordinarie di continuità assistenziale all'interno del circuito cittadino, in cui sarà presente 1 medico dalle 10.30 alle 18.30 e per la giornata di domenica 28 dalle 8 alle 20. Gli ambulatori saranno istituiti alla scuola Pascoli di viale Ippodromo, alla scuola Morandi di via Morandi e alla scuola Fermi di via Daverio. Assistenza ai più piccoli. Da venerdì 26 a domenica 28 sarà presente uno specialista di pediatria nella tenda del "118" in prossimità dello Cycling stadium negli orari delle gare. Medici di famiglia e farmacie. Da venerdì 26 a domenica 28 sarà presente, al Pronto soccorso, un medico per 12 ore diurne, per le prestazioni ai codici bianchi. Allertati i medici di medicina generale e i peditatri di libera scelta per l'eventuale aumento di richieste di prestazioni, nonché le farmacie che rimarranno aperte. L'attività degli uffici del distretto di Varese, in Viale Monte Rosa, sarà svolta da lunedì a giovedì 25 compatibilmente con le disposizioni comunali relative alla viabilità, mentre sarà sospesa venerdì 26. Per le pratiche non differibili, i cittadini potranno rivolgersi al distretto sanitario di Arcisate. Centrale operativa dedicata. Nella sede del "118" è stata allestita una centrale operativa dedicata che dispone, oltre alle 4 consolle per il "118", di una postazione ospedaliera, 3 postazioni gestite attraverso le associazioni di soccorso e una segreteria. Ospedali da campo. Saranno allestite quattro postazioni mediche avanzate, cioè quattro ospedali da campo, in base al piano operativo messo a punto dall'ospedale di Circolo e dal "118". Delle quattro postazioni mediche avanzate, due saranno fisse, una all'ippodromo e una la palazzetto dello sport e 2 mobili, la cui localizzazione dipenderà di giorno in giorno dal tipo di circuito. Lungo il circuito saranno distribuiti i mezzi di soccorso di base e le squadre di soccorritori appiedati in un numero che varierà a seconda delle giornate fino a un massimo di 30. Un'apposita organizzazione sanitaria è stata prevista per l'Ippodromo: oltre alle ambulanze di base e alle squadre appiedate, supportate dal posto medico avanzato e da una squadra di soccorso avanzato, è previsto da venerdì a domenica, lo stazionamento dell'eliambulanza. Assistenza agli atleti. Gli atleti godranno di una specifica assistenza sanitaria. Lungo il circuito sono stati previsti da 5 a 6 centri mobili di rianimazione, con infermiere e medico rianimatore a bordo. Ospedali. Le strutture dell'azienda ospedaliera di Circolo, cioè l'ospedale di Circolo,il Del Ponte, Cittiglio e Luino, svolgeranno attività regolare. Per i presidi di Varese sono stati disposti i rinforzi dei turni infermieristici e medici. La programmazione delle sedute operatorie terrà conto della possibilità di dover fronteggiare eventuali emergenze che possono richiedere l'attivazione delle sale operatorie in breve tempo e l'impiego delle rianimazioni per le urgenze. Poliambulatori. Il poliambulatorio di Gavirate rimarrà chiuso giovedì 25 mentre venerdì 26 rimarranno chiusi i poliambulatori di via Monte Rosa e di via Bernardino Luini. B.Z.

Concorso all'Ipab per 4 infermieri

La Sicilia del 20/09/2008 ed. Nazionale p. 46

SAN C ATALDO . La commissione trattante dell'Ipab - Casa di ospitalità per anziani «can. Cataldo Pagano», con la presenza del direttore, Claudio Giuffrè, del sindacalista della Cgil, Enzo Toregrossa, e del componente della Rsu, Ottavio Di Vita, ha concordato di proporre al Consiglio di amministrazione dell'Ipab l'approvazione di un bando di concorso pubblico per l'assunzione di 4 infermieri professionali e di un terapista della riabilitazione con delle riserve e delle preferenze per quanti hanno prestato servizio nelle rispettive mansioni. Il provvedimento è stato assunto in vista dell'incontro presso l'ufficio provinciale del Lavoro di lunedì prossimo, 22 settembre, per le problematiche riguardanti la vertenza promossa da Rosa Patrizia Augello, Lorenzo Barone, Maria Grazia Galletti e Salvatore Marchese (infermieri professionali) e Calogero Messina (terapista della riabilitazione) che furono licenziati, all'inizio di quest'anno 2008, dopo l'espletamento del concorso, ritenuto dall'assessorato regionale non conforme alle norme di legge e l'invito ad emettere un nuovo bando di concorso. Intanto, il Consiglio di amministrazione della stessa Ipab - composto dal presidente Baldassare Mannella, dal vice presidente Bartolo Mangione e dal componente Ernesto Gattuso - ha approvato il bando di gara per il conferimento della tesoreria dell'Ipab, scaduta da un pò di tempo, e attualmente affidata alla banca di Lodi. Intanto, i dipendenti dell'Ipab non hanno risposto all'invito dell'amministrazione e dei sindacalisti provinciali della Cgil, Cisl e Uil della funzione pubblica di sospendere gli atti ingiuntivi e i pignoramenti che, di fatto, hanno bloccato la cassa della Casa di Ospitalità sancataldese. Gli interessati - che debbono percepire 18 mensilità - prima di sospendere gli atti ingiuntivi vorrebbero ricevere degli acconti sostanziosi dal Consiglio di Amministrazione e dal Comune di San Cataldo così come ha fatto per il personale del cantiere di servizio, ex Rmi. ANGELO CONIGLIO

Sai quando chiamare il 118 ?

Viver Sani e Belli del 19/09/2008 NUM 39 - 26 SETTEMBRE 2008 p. 58

Capire quando è davvero urgente l'intervento dei sanitari non e sempre facile. Ecco come fareLdestate appena trascorsa ha visto i un picco di dilaniate per l'emergenza caldo al centro-sud, dove il 118 è stato preso d'assalto, soprattutto per soccorrere anziani e bambini. A volte, però, il servizio di Urgenza-Emergenza sanitaria, attivo 24 su 24, viene interpellato a ^sproposito. Il 118, infatti, è un inumerò salvavita: va chiamato quando serve un'ambulanza e non per evitare di andare dal medico. In questi casi SI Le emergenze sanitarie che giustificano il ricorso al 118 sono diverse. Ecco alcuni esempi comuni: perdita di conoscenza prolungata; stato di confusione; qualsiasi incidente (stradale, domestico, sportivo, sul lavoro, in montagna, in acqua); - * dolore toracico con affanno; - * difficoltà respiratorie; - » pallore e sudorazione che si protraggono per vari minuti; '' ustioni e ferite. In questi casi NO In questi casi basta rivolgersi al medico di famiglia o a un servizio ambulatoriale: - * problemi medici minori insorti da più di 24 ore (febbre, vertigini, eritemi cutanei); -» punture di insetto con solo arrossamento e gonfiore locale; -» medicazione e rimozione di punti di sutura; -» necessità di un parere su tarmaci da prendere e cure da seguire. CHE COSA DIRE AL TELEFONO Alla chiamata al 118 (gratuita da qualsiasi apparecchio) risponde un assistente tecnico o un infermiere addestrato che stabilisce il tipo di soccorso adatto al problema specifico. È importante fornirgli tutte le informazioni richieste attraverso una sequenza di domande codificate e mirate. Ecco che cosa dire: • l'indirizzo esatto del luogo in cui inviare l'ambulanza; i riferimenti che possono aiutare a raggiungere il luogo il più velocemente possibile; -» la descrizione della condizione in cui si trova la persona da soccorrere (i sintomi che manifesta o i segnali critici che si osservano). Il trasporto in ambulanza Il personale a bordo delle ambulanze è sempre costituito da soccorritori specificatamente preparati a fronteggiare emergenze di ogni genere. Insieme a questi ci possono essere anche medici o infermieri, a seconda della necessità. • Una volta arrivati sul posto, gli operatori dell'ambulanza provvedono immediatamente a stabilizzare le funzioni vitali della persona, attraverso i trattamenti sanitari di emergenza. • Una volta inquadrata la situazione, la comunicano alla Centrale operativa del 118 che, sulla base delle informazioni ottenute, stabilisce la destinazione più adatta al malato, il codice di trasporto in ospedale (vedi paragrafo "I codici colore" alla pagina seguente) e, se indicato, provvede anche ad avvertire la struttura sanitaria prescelta per accoglierlo. • II personale delle ambulanze e quello d e g l i o s p e d a l i , dunque, agiscono in sinergia. Solo così si ottimizza il risultato nei tempi e nella qualità del soccorso. I problemi di cuore per cui più spesso si chiama il 118 sono l'infarto e l'angina pectoris. In medicina vengono definiti "sindrome coronarica acuta" (Sca): si tratta di malattie cardiache che possono avere conseguenze limitate solo se vengono affrontate tempestivamente. Ecco che cosa accade in queste due situazioni di emergenza. Angina pectoris: è il dolore che compare nella zona del torace quando il sangue trasportato dalle coronarie (le arterie che irrorano il cuore) arriva al cuore in quantità insufficiente per ossigenarlo e nutrirlo. Può comparire dopo uno sforzo fisico o anche a riposo. Infarto: è la morte di una zona più o meno estesa del cuore, dovuta al mancato arrivo di sangue, a sua volta causato da un trombo (coagulo di sangue) che ostruisce le coronarie. Tanto più è vasta la zona colpita, tanto più è serio l'infarto.
I codici-coloreGli operatori del 118 assegnano a ogni evento un livello di serietà, espresso con un codice-colore, che serve a stabilire il tipo di intervento necessario. Codice rosso: identifica le situazioni di imminente pericolo di vita (per esempio, un sospetto di infarto). Viene inviata l'ambulanza e, spesso, l'automedica o l'elicottero con a bordo medico e infermiere. In questi casi, sui mezzi viene attivata la sirena. Codice giallo: identifica le situazioni in cui è necessaria l'ambulanza (con sirena) ed eventualmente l'automedica o l'elicottero, pur non essendoci un immediato pericolo di vita per la persona (difficoltà respiratoria, ustioni non molto estese). Codice verde: identifica i casi meno seri, che comunque richiedono l'invio di un'ambulanza, senza sirena (piccole lesioni, per esempio). Codice bianco: identifica un intervento non urgente (come un'orticaria). Non serve l'ambulanza (si rinvia al medico curante).
E UTILE SAPERE CHE...-» La centrale operativa del 118 può anche richiedere l'intervento della Forza pubblica, dei Vigili del fuoco, del Soccorso Alpino e Speleologico. -> Se al telefono risponde una voce registrata, significa che in quel momento gli operatori sono già impegnati con altri utenti e che si deve aspettare il proprio turno senza _ riagganciare. j -» Tutte le telefonate sono registrate disposizione, se richiesto, della magistratura. -> Tutte le informazioni raccolte vengono usate solo per stabilire la serietà della situazione e non possono essere rese note a estranei.
I segnali da non trascurareLe statistiche dicono che circa il 45% delle Sca non viene riconosciuto e, quindi, curato in modo appropriato e urgente. L'identificazione precoce dei segni e dei sintomi con cui si manifesta la sindrome, invece, riduce il rischio di morte e il numero e l'entità delle conseguenze invalidanti e, quindi, incompatibili con una buona qualità di vita. Per questo è fondamentale che ogni persona conosca i segnali d'allarme che annunciano l'imminenza dei più seri problemi a cui può andare incontro il cuore. Vediamoli, tenendo presente che le persone che soffrono di diabete possono non avvertire il dolore caratteristico dell'infarto o avvertirlo in modo più lieve rispetto a chi non è interessato dalla malattia. L'intensità del dolore non è, comunque, uguale per tutti e non è in rapporto alla serietà dell'infarto. Nella maggior parte dei casi, compare un dolore intenso al centro del petto o sopra lo stomaco. La sensazione è di avere sul torace qualcosa che pesa, comprime o stringe come una morsa, tanto che si parla di dolore "di tipo costrittivo". In alcuni casi il dolore può invece interessare la mandibola o lo spazio compreso tra le due scapole, oppure può estendersi fino alle braccia (più frequentemente sul lato sinistro). Possono inoltre essere presenti i cosiddetti "sintomi di accompagnamento": malessere generale, sudorazione fredda, nausea, vomito, difficoltà respiratoria, sensazione di paura e di pericolo imminente. In presenza di questi sintomi, avvertiti su se stessi o osservati in altri, bisogna chiamare immediatamente il 118, che provvedere a inviare un'ambulanza. NON RIAGGANCIARE SUBITO Quando si chiama il 118 è importante non riagganciare fino a quando non Iodice l'operatore all'altro capo del telefono. Inoltre, è bene lasciare sempre la linea libera dopo la chiamata, per poter eventualmente essere ricontattati, se necessario, dal medico della Centrale o dall'operatore stesso per ulteriori informazioni, relative al luogo dell'intervento. i
Foto: Servizio di Laura de Laurentiis. Con la consulenza del dottor Niccolo Grieco, cardiologo; della dottoressa Francesca Dì Mola, anestesista rianimatore; dì Gianluca Donati, infermiere; di Claudio Ronzani, infermiere, tutti del Servizio Sanitario Urgenza-Emergenza S.S.U.Em 118-Milano.

Sette infermiere intossicate in sala operatoria a Imperia

ANSA del 19/09/2008

Ricoverate al pronto soccorso con problemi respiratori(ANSA)-

IMPERIA, 18 SET - Sette infermiere sono rimaste intossicate ieri in una sala operatoria dell'ospedale di Imperia, dove era in corso un intervento chirurgico. Non sono ancora state accertate le cause. Le infermiere, che hanno manifestato problemi respiratori, sono state ricoverate in osservazione al pronto soccorso. Nessun problema per il paziente operato e per i medici. Per questa mattina e' previsto l'intervento dell'Arpal per stabilire le cause dell' intossicazione.

Rissa al pronto soccorso

L'informazione del 22/09/2008 ed. Parma p. 17

Picchiano medici e infermieri in attesa delle cure Entrambi giovanissimi, erano usciti di strada con l'auto all'ingresso di Salso L'incidente Caterina Zanirato rotagonisiti di una spettacolare carambola con l'auto la mattina,due giovani dominicani hanno saputo attirare l'attenzione su di sè anche una volta portati al pronto soccorso,scatenando una vera e propria rissa con medici e infermieri.Forse non hanno gradito il fatto di doversi sottoporre all'etilo test obbligatorio.O forse erano semplicemente irritati dalla lunga attesa per ricevere le cure dopo l'incidente. Ma i due dominicani non ci hanno più visto e hanno iniziato a menar le mani, scatenando all'interno dell'ospedale una scena degna di un film di Bud Spencer:prima hanno assalito un medico,poi gli infermieri che sono accorsi a separarli. Tutto è iniziato alle 7.45 di ieri mattina,quando i due giovani stavano viaggiando lungo la statale che collega Salsomaggiore a Fidenza.Il conducente, R.H.,poco più che ventenne, residente a Salso ma di origine domenicana, ha improvvisamente perso il controllo dell'auto,una Fiat Punto.All'altezza della curva Micheli, all'ingresso della città termale, è sbandato, uscendo di strada. L'auto si è bloccata in equilibrio,sospesa in una posizione a rischio ribaltamento,tanto da dover richiedere l'intervento dei vigili del fuoco per spostare in una posizione sicura il mezzo.Fortunatamente i due dominicani si sono feriti in modo lieve,ma hanno preferito essere ricoverati all'ospedale di Fidenza, dove sarebbero comunque dovuti andare per tutti gli accertamenti di rito, tra cui la prova del palloncino. Sul posto sono accorsi i carabiLa rissa nieri di Salsomaggiore e i vigili dell'Unione Terre Verdiane, che stanno analizzando la dinamica dell'incidente. sono entrati al pronto soccorso hanno perso il controllo,ma questa volta non della loro auto. Hanno iniziato a inveire contro un giovane medico, entrato da poco in servizio nella struttura di Vaio, passando davanti agli altri malati.Presto dalle parole sono passati ai fatti,iniziando a menar le mani.In difesa del medico sono accorsi alcuni infermieri:hanno tentato di separarli,ma sono stati aggrediti a loro volta.Un vero caos,che ha spaventato i pazienti e che ha visto necessario l'intervento dei carabinieri di Fidenza e di una pattuglia dei vigili dell'Unione Terre Verdiane per sedare gli animi "bollenti". Ironia della sorte:i due dominicani ora sono ricoverati proprio a Vaio. Una volta che i due giovani La rissa si è scatenata nel pronto soccorso dell'ospedale di Vaio

Bimba podalica nasce morta Due ginecologi sotto inchiesta

Il Giornale della Toscana del 20/09/2008 p. 10

Sono passati tre anni e mezzo e ancora oggi la signora Mayra, 40 anni, originaria di Santo Domingo, sposata con un italiano e finalmente madre di una splendida bambina, non riesce a trattenere le lacrime quando parla di quel che le accadde la mattina del 22 febbraio del 2005. Sottoposta ad un taglio cesareo all'ospedale San Giovanni di Dio a Torregalli, dov'era stata ricoverata il giorno precedente al termine del periodo di gestazione, la signora partorì la sua prima figlia, Aurora, che purtroppo nacque morta. «Da allora la parola "monitoraggio" mi perseguita tutti i giorni» racconta Mayra riferendosi proprio a quella che secondo lei fu una grave negligenza da parte dei medici e delle infermiere che l ' a s s i s t e v a no, benchè in più occasioni prima e dopo il ricovero la paziente avesse lamentato dolori all'addome, associati peraltro a perdite di sangue. «Ma il parto era stato fissato il giorno successivo e a nulla valsero le mie insistenze - continua Mayra - tant'è che alla fine mi ritrovai su una brandina in corridoio, in attesa che si liberasse una stanza. E una volta a letto, benchè chiedessi continuamente aiuto alle infermiere, loro minimizzavano dicendomi che non dovevo preoccuparmi, che era tutto sotto controllo». L'intera vicenda è stata ricostruita dagli avvocati Stefano Bertini ed Alice Anna Sganga ai quali la signora Mayra e il marito Orazio si sono rivolti. In seguito all'esposto della coppia, il pm Luciana Singlitico ha aperto un'inchiesta ed ha iscritto nel registri degli indagati i due ginecologi del Torregalli che eseguirono i controlli precedenti al parto. La signora Mayra terminò il periodo di gestazione il 21 febbraio del 2005. Il 10 si presentò spontaneamente all'ospedale per effettuare un tracciato allo scopo di controllare lo stato della gravidanza. L'esame diagnosticò la massima regolarità. Il 18, su invito dei medici, effettuò un secondo tracciato che essendo quasi piatto e dando pochi segnali doveva essere ripetuto: il nuovo esame andò bene, la bambina si muoveva. Il giorno 21 alle 8 la signora venne sottoposta a un nuovo tracciato da cui emergeva la buona vitalità della bambina. Subito dopo Mayra fu visitata da un ginecologo e accusò forti dolori al basso ventre. Un'ecografia confermò la normalità del liquido amniotico. La signora Mayra chiese all'ecografista di controllare anche la posizione assunta dal feto poichè le sembrava strano che ancora non partorisse pur essendo giunto il momento. L'ecografista fece presente che non era compito suo, ma poi esaudì la richiesta della signora. Intorno alle 9, circa un'ora dopo l'ultimo tracciato, emerse che la bambina era in posizione podalica. A quel punto la signora tornò dal ginecologo facendogli presente anche i dolori e le perdite di sangue. Il medico non riscontrò anomalie, racconta Mayra, e ritenne normale che dopo la visita vi fossero delle perdite. Prese atto che la bambina era in posizione podalica e che era necessario un cesareo. Da quel momento però la signora rimase in giro per i corridoi per carenza di letti e solo alle ore 16 le fu assegnata una camera, dove venne visitata da un altro ginecologo. Ma anche a lui sembrò tutto normale. Alle 22 la signora avvertì dolori violenti e informò le infermiere che le dissero di stare tranquilla. «I dolori nella notte aumentarono - racconta Mayra - ma nessuno mi visitò. Fino alle 2,30 sentii la bambina, poi più nulla». Alle 6,30 il cesareo, col tragico epilogo. Il certificato necroscopico diagnosticò una «anoressia intrauterina». «Nessuno da quel momento ci ha mai voluto dare spiegazioni in merito al ritardo (23 ore dopo il ricovero) con cui era stato fatto l'intervento». Secondo il professor Piero Curiel, specialista in ostetricia e ginecologia, perito della signora, «il riscontro tempestivo di una iniziale attività contrattile, che resta l'ipotesi più acreditata della comparsa di dolori e delle caratteristiche del battito cardiaco fetale, avrebbe permesso l'accertamento di una iniziale sofferenza fetale e quindi l'anticipazione del taglio cesareo già programmato, con estrazione del feto vivo». La signora Mayra, sottolineano gli avvocati Bertini e Sganga, ha subito un grave danno psicologico per la perdita della prima figlia proprio per il modo in cui si è verificata. Tant'è che il medico legale le ha quantificato un danno biologico pari al 20%, con riflessi anche sulla capacità produttiva. Nel frattempo le è stato diagnosticato un tumore che ha reso ancora più complessa la sua già pesante vicenda personale. «Nel dicembre del 2005 - dicono i legali - è stata avanzata domanda risarcitoria all'ospedale San Giovanni di Dio, reiterata nel gennaio del 2007. La compagnia assicurativa dell'Azienda disponeva una propria consulenza che ha ravvisato una responsabilità dell'ospedale. Siamo giunti così a una proposta risarcitoria di 365mila euro, accettata dai coniugi anche se più bassa. Benchè a luglio del 2007 giugesse l'ok della casa madre londinese dell'assicurazione, fino ad oggi non è pervenuta alcuna ratifica dell'accordo transattivo da parte dell'Azienza sanitaria che inspiegabilmente si è limitata a ripetere che "l'iter amministrativo non è definito"».

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