La richiesta di prestazioni assistenziali di qualità e personalizzate è sempre più in aumento; si accresce pertanto anche il livello di competenza e responsabilità dell'infermiere nei confronti della persona assistita; i tempi esigono professionisti preparati, capaci di confrontarsi in équipe multidisciplinari e che sappiano dare garanzie sulle proprie azioni, in quanto consapevoli delle conseguenze che possono derivare dalle loro decisioni e dal modo di condurre gli interventi

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giovedì, novembre 20

Rassegna Stampa - 20.11.2008


Ecco i primi 31 infermieri che hanno conquistato la laurea a "Pesaro Studi"

Il Messaggero del 19/11/2008 ed. PESARO p. 39

L corso triennale di laurea in Infermieristica che ha sede a Pesaro sforna i primi 31 laureati. La cerimonia di proclamazione e la consegna delle pergamene, cui parteciperà l'assessore regionale alla Sanità, Almerino Mezzolani, è stato fissato per giovedì 20 novembre, alle ore 10 nell'Aula Magna di Pesaro Studi. Altri 20 studenti dei 51 che si sono iscritti alla facoltà nell'ottobre 2005 conseguiranno il diploma nella prossima sessione primaverile, terminando gli studi senza andare fuor corso. La media delle valutazioni riportate oscilla tra i 28 e i 30 trentesimi, cosa che è stata sottolineata sia dal direttore generale del "San Salvatore" Gabriele Rinaldi, che dal presidente del corso di laurea, Antonio Benedetti, i quali hanno illustrato l'importante esperienza dell'università decentrata che ha avuto il supporto degli ospedali di Pesaro, Fano, Urbino e della Zona 1. Era presente anche il sindaco, Luca Ceriscioli. A dimostrazione di quanto siano preziose queste figure nel mondo sanitario, va detto che tutti avranno la possibilità di essere inseriti nelle strutture regionali: infatti le Marche sfornano 375 nuovi laureati ogni anno quando il fabbisogno è ben superiore, ammontando a 400 posti. Nella provincia di Pesaro-Urbino gli infermieri professionali iscritti all'Ipasvi sono circa 2000, con un turn-over annuo di 70-80 posti. A proposito di Ipasvi, non sono ancora state indette le elezioni del Collegio IPASVI dopo un anno dall'annullamento delle precedenti.Si.Spa.


La Scuola infermieri chiude per una caldaia?

La Nazione del 20/11/2008 ed. La Spezia p. 5

FRANCESCO Falli, presidente del Collegio Infermieri Ipasvi, rivolge un appello a tutti coloro che possono fare qualcosa di serio per quella che, impropriamente definita Scuola Infermieri, è una delle poche istituzioni formative che produce professionisti che non conoscono disoccupazione. L'Italia è un Paese curioso: sono frequenti le grida di scarsità di personale infermieristico mentre al Collegio Ipasvi arrivano richieste di nomi per assunzioni dirette da enti, richieste che non possiamo soddisfare in alcun modo, perché fra i nostri 1700 iscritti nessuno è senza lavoro tranne i pensionati. Dalle Regioni confinarie giungono offerte di lavoro con alloggi agevolati e corsi di lingua straniera; tutti si adoperano per cercare infermieri e alla Spezia il polo formativo universitario di via Migliari vive da anni una kafkiana situazione di sfratto imminente, questa volta reso concreto da una caldaia rotta che nessuno vuole cambiare. La sede alternativa potrebbe essere con un pò di buona volontà individuata, il Centro Tiresia di Lerici che però appare scomodo anche se non va dimenticato che gran parte degli studenti arriva da comuni non spezzini (Lunigiana) e che i docenti giungono da Genova sede della facoltà di medicina e chirurgia,nella quale il Corso di Laurea in Infermieristica è compreso. In buona e amara sostanza abbiamo un corso di laurea che consente agli studenti un ingresso istantaneo nel lavoro e la difficoltà a dotarlo di una sede organizzata e strutturata. Il rimbalzo delle competenze fra Università, Provincia, Asl ha prodotto solo incertezza e polemiche. Ma se il giocattolo si rompe, trasferendo altrove il corso di laurea, la situazione della formazione post diploma in città sarebbe ancora meno felice. Basta veramente un pò di buona volontà, qualche polemica in meno, qualche sforzo in più: perdere un corso di qualità per una caldaia è davvero assurdo.



La Uil scrive all'Asl e al governatore:
«Pochi infermieri, turni stressanti»

Il Messaggero del 19/11/2008 ed. FROSINONE p. 39

Il segretario Uil Paolo Pandolfi ha inviato una lettera al governatore Marrazzo e al direttore dell'Asl Giancarlo Zotti in merito alla carenza di organico nell'azienda sanitaria locale. «Ormai - è scritto nella missiva - è stato superato il livello di guardia. La carenza di personale nell'ospedale di Frosinone è una caratteristica di quasi tutti i reparti: chirurgia, medicina, otorino, urologia, oculistica, ecc. Spesso è un unico infermiere a garantire il turno di servizio, raramente coadiuvato da un ausiliario. La direzione sanitaria dell'ospedale di Frosinone, considerata la situazione, è costretta continuamente a richiamare in servizio i dipendenti che osservano il turno di riposo o a far effettuare doppi turni. Il personale infermieristico ed ausiliario lavora in una situazione di estremo disagio in relazione alla continua esposizione a superlavoro che ormai non rappresentano più l'eccezionalità, bensì la quotidianità, con diretta esposizione del suddetto personale a seri rischi di incolumità psicofisica». «In questi giorni - è riportato ancora nella nota - i reparti di medicina e chirurgia sembrano degli accampamenti indiani con una decina di letti nei corridoi e solo due infermieri per turno ad assistere più di 50 pazienti. Tutto accade nell'indifferenza dei vertici aziendali, con il risultato di gravi disfunzioni che coinvolgono alla fine lo stato di salute dei pazienti, ai quali non viene assicurata un'idonea e sufficiente assistenza sanitaria. La carenza infermieristica in questo reparto ha superato ogni limite».


Continua la polemica ai cancelli della clinica

Il Giorno del 20/11/2008 ed. Lecco p. 3

In piazza anche gli infermieri- LECCO - MOMENTI DI AGITAZIONE nel tardo pomeriggio di ieri, fuori dalla clinica privata «Beato Luigi Talamoni» dove viene accudita Eluana Englaro. All'esterno l'infermiere Giorgio Celsi del Centro Aiuto per la Vita di Carate Brianza ha continuato a distribuire volantini contro quella che considera una vera e propria «condanna a morte». «Far morire di fame e di sete nel nome dell'amore o dell'egoismo? Il papà sostiene di voler fare un gesto d'amore e allora perchè non lo fa lui personalmente invece che delegare a medici o infermieri il compito di far morire Eluana staccando il sondino?». Questa affermazione però non è stata condivisa da un medico che in quel momento stava transitando davanti alla casa di cura e che ovviamente non la pensa come l'infermiere. Ne è nata una vivace discussione che si è conclusa poi con le due parti in causa rimaste rispettivamente sulle proprie posizioni. IERI, a parte questo episodio, la giornata in via San Nicolò è trascorsa nella più perfetta tranquillità, senza più il frastuono e i clamori seguiti giovedì scorso immediatamente dopo la decisione della Corte di Cassazione in merito alla sospensione delle cure a Eluana Englaro, una decisione contrastata anche dal presidente del Pontificio consiglio per la famiglia cardinale Ennio Antonelli: «Eluana è in stato vegetativo ma non è un vegetale, è una persona dormiente. La persona - sempre il cardinale - anche quando è addormentata conserva tutta la sua dignità. La persona vale per se stessa e non per quello che produce e consuma o per il piacere e la soddisfazione che procura agli altri». Luca Perego segretario del gruppo Radicali di Lecco che da sempre è a fianco della famiglia Englaro contesta il governatore della Regione Roberto Formigoni che ha deciso che le strutture sanitarie della Lombardia restano indisponibili a togliere il sondino dell'alimentazione a Eluana e commenta: «Formigoni che è anche lui di Lecco deve rivedere la sua decisione. Deve invitare quindi gli ospedali della Regione, ovviamente quelli attrezzati adeguatamente, a rendersi disponibili da subito per dar seguito alla decisione di Eluana e, d'ora in poi alle decisioni di tutti i cittadini che manifestano la volontà in merito alla fase terminale della loro vita». ANCHE OGGI è stata un'altra giornata di apprensione e di delicatezza in merito alla vicenda di Eluana Enlgaro durante la quale il papà Beppino ha continuato ad impegnarsi nella ricerca del luogo dove trasportare la figlia e dove la giovane trascorrerà gli ultimi giorni della sua vita. Fra le soluzioni prese in considerazioni dal papà anche l'eventuale trasporto in Friuli dove la famiglia Englaro ha le proprie origini e dove Eluana verrà poi eventualmente sepolta. Ma per il momento non c'è fretta. La finestra del secondo piano della clinica «Beato Luigi Talamoni» a tarda sera aveva la tapparella abbassata. Questa mattina tornerà ad alzarsi di nuovo, come da più di 16 anni, per dar modo alla luce di entrare in quella stanza dove alberga la sofferenza. G.R.



«Sono rinato grazie al cuore artificiale»

Gazzetta di Mantova del 20/11/2008 ed. Nazionale p. 13

Sergio, 77 anni, è il più anziano al mondo con il super impiantoE' un pensionato da record, ma fino a ieri nessuno glielo aveva detto. Quando l'ha saputo ha spalancato gli occhi ed ha avuto un sussulto: «Sono l'uomo più vecchio al mondo con addosso un cuore artificiale?» Sergio Cipelli, 77 anni, guarda la moglie e sorride. Da tre settimane nel suo petto batte un cuore che va a batteria, grazie al quale può ancora respirare, mangiare, camminare e ridere, insomma vivere. Solo due mesi fa lo avevano dato per spacciato. Ieri a pranzo ha mangiato cotechino e purè.Il 28 ottobre i cardiochirurghi del Poma diretti dal primario Mario Zogno lo hanno preso in extremis, portato in sala operatoria, aperto e salvato grazie ad uno dei due cuori artificiali donati all'ospedale dalla Fondazione Bam. Ma arrivare fino a lì non è stato facile. A fine estate, dopo mesi di dentro e fuori dagli ospedali, i sanitari gli dicono che per lui non c'è più nulla da fare. Il suo cuore malandato - quattro infarti, il primo a 53 anni, e tre ischemie - non ce la fa più. I medici sono schietti: «Con tutto il tatto dovuto - racconta il pensionato, ex informatore farmaceutico di Virgilio - mi hanno confessato che non sarei arrivato a Natale». Però, una possibilità c'è ancora, l'ultima, mai tentata prima d'ora a Mantova: quella di un cuore artificiale. «Nella mia stanza - riprende Cipelli - sono entrati il primario, con un infermiere e un altro medico. Mi fa, guardi se vuole c'è un'opportunità e mi racconta tutto sul cuore artificiale. Poi mi dice, ci pensi qualche giorno e ci faccia sapere». Il pensionato non ha un attimo di esitazione e due minuti dopo fa richiamare il primario. «Dottor Zogno, sono pronto, ho piena fiducia in lei». Il 28 ottobre si sente nell'aria che in ospedale sta per accadere qualcosa di storico, senza precedenti. Lo si capisce dall'allerta. Sono tutti mobilitati: cardiochirurghi, cardiologi, rianimatori, infermieri, un pool multidisciplinare composto da professionisti addestrati. L'intervento dura sette ore, riuscito, perfetto. Cipelli da quel momento è l'uomo più vecchio al mondo che vive grazie ad un cuore artificiale. «Guardi - racconta il 77enne, ancora ricoverato al Poma sotto monitoraggio, ma in ottima forma - al risveglio, dopo l'intervento, mi sentivo un'altra persona. E' stato come vivere un sogno, nel giro di una manciata di ore sono passato dallo zero al dieci. Respiravo meglio, parlavo meglio, insomma ero come rinato. Pensi che nelle ultime settimane non riuscivo quasi più a camminare. Facevo due passi e mi dovevo fermare e sempre con l'incubo dell'infarto. I miei figlii e i miei nipoti soffrivano e mia moglie era disperata». La moglie Vilma è una donna minuta, ma con la grinta di un gigante. «Siamo insieme da cinquant'anni - racconta ancora il pensionato - quarantotto da sposi e due da fidanzati, senza di lei non ce l'avrei fatta». E lei, Vilma, scivola via dalla stanza, forse per la commozione. «Non sono io la protagonista - sussurra - il merito è tutto suo e di questo ospedale, di questi medici, di questi infermieri, sono stati tutti meravigliosi. La buona sanità esiste, non andate a cercarla all'estero, è già qui, anche a Mantova. Che cosa mi aspetto dal futuro? Nulla, solo una vita normale, giorno dopo giorno, con la consapevolezza che quello che è successo ha riacceso la speranza».



«Chi vuole smantellare il Marino?»

La Nuova Sardegna del 20/11/2008 , articolo di GIANNI OLANDI ed. Nazionale p. 37

Nel mirino i progetti per la realizzazione del nuovo mega ospedale - Ribadita l'importanza di fornire ai pazienti assistenza di qualitàALGHERO.«Le soluzioni proposte da un sindacato infermieri sull'accorpamento delle due unità chirurgiche dell'ortopedia del Marino e della chirugia del Civile, provocherebbero più danni di quanti non ne giungano dalla situazione degli organici ridotti all'osso», lo sostiene senza troppi giri di parole il primario del Marino, Giancarlo Melis (nella foto a destra), che respinge la proposta.Melis ricorda che da qualche anno, in particolare durante la stagione estiva, per consentire lo svolgimento legittimo delle ferie al personale, vengono accorpati all'ospedale Marino i reparti uomini e donne.«Una soluzione tampone obbligata, un vero e proprio stato di necessità - precisa Giancarlo Melis - ma estremamente infelice, con diffuse conseguenze di disagi per gli operatori, il personale infermieristico e soprattutto per i pazienti. Tra i problemi, anche la vistosa penalizzazione di altre attività operatorie che vengono condizionate, come nel caso della chirurgia della mano e dell'artroscopia».Il primario del Marino segnala che i problemi di organico non possono essere risolti con soluzioni estemporanee, soprattutto quando vanno a penalizzare realtà sanitarie di riconosciuta eccellenza e che avrebbero bisogno di ben altre attenzioni.Sulla sanità algherese da tempo si dibattono problemi e sospetti legati alla realizzazione del nuovo mega ospedale che dovrebbe sorgere in località Taulera, a breve distanza dell'attuale nosocomio civile della Pietraia.Si teme, in buona sostanza, che i grandi progetti portino a un lento declassamento dell'attuale capacità funzionale e operativa sanitaria. Tra le segnalazioni in negativo, per fare alcuni esempi, quella degli aggiornamenti professionali che ormai sono praticamente inesistenti, delle manutenzioni da tempo latitanti, le dotazioni tecniche sono spesso un sogno proibito e tutto ciò si verifica nonostante i volumi di produttività che, per restare al solo Marino, vengono garantiti.«Non sono il solo a chiedersi - continua Giancarlo Melis, che per abitudine e carattere non si fa pregare per togliersi qualche sassolino dalle scarpe - per quale ragione si vuole smantellare una realtà come l'Ospedale Marino che, nel corso di lunghissimi anni di lavoro e impegno da parte di tutti, si è costruito una capacità di efficienza tale da rappresentare un riferimento anche per contesti territoriali molto lontani dal nostro».E poi il primario aggiunge: «Non vogliamo i bisturi d'oro e tantomeno alimentare sprechi, vogliamo soltanto dare il nostro quotidiano contributo di lavoro nell'esclusivo scopo di assistere il paziente nel migliore dei modi. Il nostro obiettivo è soltanto l'utente, la persona che ha bisogno di assistenza e che a noi si rivolge con fiducia. Vogliamo essere in grado di dare risposte certe e garantire le cure ai massimi livelli. Questo è l'unico scopo della medicina pubblica e di quella ospedaliera, tutte le altre ipotesi - conclude il primario - sono semplicemente stronzate».



Subito novanta infermieri per rimpolpare l'organico

La Nuova Sardegna del 20/11/2008 ed. Nazionale p. 25

Verranno inseriti nei reparti in maggiore difficoltà
SASSARI. In corsia arrivano 90 nuovi infermieri per rimpolpare gli organici magrissimi che hanno fatto scattare la mobilitazione delle forze sindacali. Qualche giorno fa il Nursing Up aveva sollecitato l'azienda ad avviare l'immediata stabilizzazione dei precari. La Asl risponde con l'annuncio di nuove assunzioni e si dice pronta a intervenire per migliorare l'organizzazione complessiva del lavoro.«La situazione - afferma la direzione aziendale - non è legata solamente a carenze di organico, fatto critico in molte altre Asl anche extra regionali, o a problemi specifici dei dipendenti che ne limitano la disponibilità, né ai turni di servizio, ma anche e soprattutto a problemi organizzativi. Ecco quindi che la Asl - prosegue la direzione - ha inizialmente provveduto all'assunzione di 90 infermieri che progressivamente verranno inseriti nei reparti, iniziando da quelli più in difficoltà. Le assunzioni sono avvenute in una logica di integrazione e non di mera sostituzione di personale assente, realizzando un importante impegno economico che la Asl ha deciso comunque di assumere».Nell'attesa dell'arrivo dei nuovi infermieri, per dare comunque una risposta immediata, dai primi di questo mese l'Azienda ha deciso di attribuire al servizio infermieristico un budget di 20mila euro mensili, per i mesi di novembre e dicembre, per effettuare prestazioni aggiuntive oltre l'orario di servizio ordinario. «Ma la vera sfida che l'Azienda sta affrontando in questo periodo - riprende la direzione dell'Azienda sanitaria - è la riorganizzazione anche alla luce del nuovo atto aziendale. Il primo passo, effettuato nello scorso mese di giugno, di concerto con le organizzazioni sindacali, è stato quello di proporre il turno unico a livello aziendale per il personale infermieristico. Questo porterà al miglioramento dell'efficienza, della sicurezza e della qualità, ma soprattutto consentirà di realizzare le logiche di gestione dipartimentale, secondo il nuovo assetto organizzativo».Il progetto prevede l'assegnazione delle risorse all'unità dipartimentale che dovrà assegnare il personale dove si realizza la maggiore necessità, sia nella routine che nelle situazione di crisi. «Un grosso passo in avanti che tocca quasi 1.000 infermieri in servizio negli ospedali della Asl - conclude la direzione aziendale - e che porterà il personale a lavorare meglio e gli utenti ad avere maggiore attenzione ai propri bisogni». È quello che sollecita la segreteria del Nursind, che si rivolge all'assessore regionale Nerina Dirindin per chiedere una revisione delle scelte di politica sanitaria: «Spesso l'infermiere è impossibilitato a soddisfare tutte le richieste che gli vengono rivolte. Rispondere al telefono, dare spiegazioni ai pazienti, ai parenti, agli informatori che cercano i medici ecc. ecc. Ecco perchè è necessario assumere un maggior numero di infermieri e di operatori socio-sanitari, per garantire serenità lavorativa e offrire un servizio complessivamente superiore ai pazienti».Agli Oss «qualificati dopo un corso di formazione», fa riferimento anche il consigliere regionale Gavino Cassano in un'interrogazione urgente rivolta al presidente Soru e alla Dirindin. L'esponente dei Riformatori «alla luce delle carenze di personale infermieristico negli ospedali di Sassari, Alghero e Ozieri», chiede di attivare tutte le procedure perchè la Asl proceda in tempi rapidi alle assunzioni.



«All'Angelo mancano 95 infermieri»

La Nuova Venezia del 20/11/2008 ed. Nazionale p. 21

Cgil e Cisl: «Dipendenti stressati e qualità dell'assistenza a rischio»All'ospedale dell'Angelo mancano decine di infermieri rispetto a quanto previsto dalla pianta organica. E le stanze inizialmente previste per la terapia semi-intensiva vengono utilizzate come stanze normali. Forti carenze vengono denunciate al Nido, a Ginecologia e in Geriatria. Preoccupati i sindacati: «Questo ospedale rischia di non fare mai il salto di qualità: è come una Ferrari senza benzina». Le carenze («alcune decine di infermieri») erano state sottolineate anche dalla stessa dirigenza sanitaria. Ma evidentemente la Regione fa orecchie da mercante.Le stanze con cinque posti letto destinate a terapia semi-intensiva erano state previste come un servizio che avrebbe garantito nel post-intervento la massima cura del paziente attraverso un particolare monitoraggio delle sue condizioni. Per poter funzionare, però, questo servizio necessita di personale adeguatamente preparato e, soprattutto, dedicato, in grado di garantire una presenza costante in quelle stanze. Cosa, per ora, impossibile dato che i buchi della pianta organica non sono stati riempiti. Di qui la decisione di aprire comunque quelle stanze, nei reparti di Medicina generale, Chirurgia generale, Gastroenterologia, Cardiologia, Orl-Oculistica, Cardiochirurgia, Pneumologia e e Chirurgia toracica. Ma di considerarle stanze di degenza normale. Con buona pace dei servizi supplementari promessi all'atto della presentazione del nuovo ospedale.«All'Angelo lavorano 714 infermieri. Sono 95 in meno rispetto agli 809 previsti dalla pianta organica, ma addirittura 131 in meno se si considerano anche aspettative, malattie e simili - osserva Mirco Ferrarese (Cgil) - Dal 2 gennaio allo scorso 10 novembre per tutta l'Asl 12 sono stati assunti 56 infermieri a tempo indeterminato e 35 hanno cessato di lavorare. Entro il 31 dicembre è prevista l'assunzione di 48 infermieri, compresi quelli a tempo determinato per tutta l'Asl 12. Come dire: la metà di quelli che sarebbero necessari solo per l'ospedale di Mestre. E' una risposta parziale rispetto alle necessità».Rincara la dose Dario De Rossi (Cisl Fps). E lo fa snocciolando dati su alcune situazioni particolarmente critiche. Nido: con le infermiere a tempo pieno e part time non si riesce nemmeno a garantire la copertura fisiologica dei turni. Di conseguenza aumenta il carico di lavoro per chi è in servizio: 8-9 notti in 25 giorni di lavoro, 20-30 ore al mese supplementari, una ventina di giorni di ferie ancora da godere. Non va mglio in Ginecologia, dove di notte c'è un solo infermiere. In Geriatria, secondo la Cisl, mancano 3 infermieri e 3 operatori socio sanitari (in servizio all'Angelo questi ultimi sono 208 contro i 263 previsti). «Io stesso ho visto degli Oss portare da soli da un reparto all'altro le barelle con i pazienti» osserva De Rossi «Il nuovo ospedale mi dà sempre più l'impressione di essere come una Ferrari, ma senza benzina. Il rischio di un calo della qaulità nell'assistenza e del peggioramento nelle condizioni di lavoro del personale è concreto. L'abbiamo fatto presente più volte alla direzione, ma non abbiamo avuto alcuna risposta».



Botte e contusioni al S. Camillo

La Nuova Venezia del 20/11/2008 ed. Nazionale p. 18

«Alcuni malati psichici infieriscono su anziani e infermieri» - Il direttore Vanzo «Escludo episodi di violenza Al massimo qualcuno che alza la voce»LIDO. Ospiti mentalmente disturbati picchiano altri anziani e gli infermieri nella casa di riposo dell'ospedale San Camillo agli Alberoni. A protestare sono i familiari degli anziani vittime di questi episodi. Situazione confermata dai sindacati, che chiedono un confronto urgente alla direzione dell'ospedale. Il problema è causato da tre ospiti: due donne e un uomo. La prima ha picchiato pure gli infermieri, l'ultimo pochi giorni fa con sferrandogli un pugno alla schiena. L'altra spesso ha investito altri ospiti della casa di riposo con la sua carrozzina. L'ultima è finita a terra battendo il volto, ora tumefatto, pochi giorni fa.L'uomo, invece, dal temperamento piuttosto violento, sovente si introduce nelle cucine dove sottrae attrezzi e prodotti, senza disdegnare capi di biancheria nelle camere. «Non ce la facciamo più - sostiene un familiare degli ospiti della casa di riposo - Qualche giorno fa siamo arrivati e c'era una donna con il viso tutto graffiato, mentre un'altra ce l'aveva tumefatto in più punti. Non riusciamo a far capire ai responsabili che quelle persone pericolose vanno in qualche modo spostate o isolate rispetto agli altri pazienti. Abbiamo paura perchè basta poco a un anziano per rimetterci la vita se viene picchiato o sbattuto per terra».A confermare quanto accade al San Camillo è Roberto Panciera, esponente della Cisl-Fps. «Siamo venuti a conoscenza di questi tre casi e li abbiamo potuti verificare, così come i problemi fisici arrecati ad altri pazienti e al personale - sottolinea il sindacalista - Si tratta di una donna e di un uomo al primo piano della struttura, e di una donna ospite al terzo. Chiederemo per questo un incontro urgente alla direzione dell'ospedale San Camillo, per trovare soluzioni alternative. Si badi bene, questo nostro intervento non deve essere confuso con una facile discriminazione verso qualcuno, ma con la semplice ricerca di salvaguardare la salute di tutti gli ospiti e del personale, come in casi simili è già stato fatto anche in una struttura di Chioggia».Poi Panciera aggiunge: «Nel confronto con la direzione vorremmo anche un aumento della sorveglianza notturna nella casa di riposo, dove c'è un solo operatore per piano e un infermiere per tutti e tre. Troppo poco in caso di necessità e soprattutto se dovessero esserci nuovi episodi di violenza come quelli finora verificatisi e che abbiamo potuto accertare».Dal San Camillo replica il direttore generale, padre Carlo Vanzo, rispedendo le accuse al mittente. «Che ci sia qualche paziente difficile, che ogni tanto alza la voce contro gli altri, questo è vero: ma posso escludere categoricamente che si siano verificati atti di violenza e che ci siano stati feriti. Non ho ricevuto alcuna segnalazione in merito».(Simone Bianchi)



La carenza di infermieri specializzati
continua a essere un problema per l'ospedale Sant'Anna

La Provincia di Como del 19/11/2008 p. 18

La carenza di infermieri specializzati continua a essere un problema per l'ospedale Sant'Anna. La riorganizzazione dei reparti di Rianimazione e Medicina d'urgenza, con un sensibile incremento di letti, è slittata di qualche mese proprio per le difficoltà nel reperire personale infermieristico. Per lo stesso motivo, bisognerà attendere ancora uno o due mesi prima che l'assetto annunciato ieri diventi operativo: «Sarà tutto pronto in gennaio ? ha spiegato il direttore generale Andrea Mentasti ? proprio perché prima dobbiamo trovare tre medici (è stato indetto un apposito concorso, ndr) e tre infermieri da inserire in organico. Avremo bisogno di un mese o due, il nuovo assetto sarà a regime per i primi di gennaio o al massimo per la metà del mese. Investiremo complessivamente quasi 300mila euro, per lo più destinati proprio agli stipendi». FUGA IN CANTON TICINOLa direttrice sanitaria, Laura Chiappa, ha aggiunto: «Le difficoltà nel reperire personale sono reali, come noto la Svizzera ci ?scippa? molti infermieri, ma ce li contendono anche altre strutture ospedaliere della nostra zona, come quelle di Monza e Saronno. Comunque si sono appena laureati 22 studenti - ha sottolineato - e speriamo di riuscire ad attrarre anche alcuni tra quelli che stanno per terminare gli studi in Bicocca. Ovviamente dovranno tutti superare un esame, possiamo solo augurarci che risultino idonei». Sull'argomento è intervenuto il direttore del dipartimento «Emergenza e Urgenza» dell'azienda ospedaliera, Mario Landriscina, che non ha nascosto la sua preoccupazione: «Di recente abbiamo perso sei infermieri già addestrati per il reparto di Terapia intensiva - ha ricordato - Li formiamo per mesi e poi spesso prendono altre strade, allettati soprattutto dagli stipendi molto alti garantiti in Svizzera. Proprio queste problematiche hanno fatto slittare di qualche mese la riorganizzazione di Medicina d'urgenza e Rianimazione».LAVORO DI SQUADRALo stesso Landriscina ha poi sottolineato l'importanza delle decisioni annunciate ieri dall'azienda: «Lo sforzo è significativo, perché partirà un modello completamente nuovo, peraltro non facile da realizzare. Le due Rianimazioni dell'ospedale Sant'Anna lavoreranno insieme e in accordo con il settore dell'Urgenza ed emergenza, con l'obiettivo di ?intercettare? prima il paziente e curarlo in Terapia sub-intensiva, evitando che finisca in Rianimazione». Con l'aumento dei letti in via Napoleona diminuirà anche il numero dei pazienti trasferiti in altre strutture per mancanza di posti al Sant'Anna: «I casi sono circa 120 all'anno - ha spiegato Landriscina - In questo senso sarà sempre più importante la collaborazione tra la Rianimazione di via Napoleona e le altre due a disposizione dell'azienda ospedaliera, a Cantù e Menaggio. Già oggi siamo impegnati in questo lavoro di squadra, che porta vantaggi agli ospedali ma soprattutto ai pazienti».Michele Sada19/11/2008



Il personale sanitario dell'Asl 2
chiede il turn-over e altri locali

La Sicilia del 19/11/2008 ed. Nazionale p. 41

Riunione sindacale ieri mattina nei locali del Distretto sanitario dell'Asl 2 di Caltanissetta di via Parioli. A riunirsi in assemblea sono stati i lavoratori che hanno la tessera sindacale Cisl. L'incontro è stato presieduto dal segretario aggiunti della Cisl funzione pubblica, Salvatore Russello. L'incontro è servito ai lavoratori per redigere un documento da sottoporre al direttore di distretto Salvatore Migliore. L'occasione è stata propizia anche per eleggere i rappresentanti sindacali delle unità operative. Sono stati eletti: Orazio Trufolo (centralinista), Filippo Spina (infermiere professionale per l'assistenza domiciliare), Salvatore Risoletti (infermiere dell'unità di psichiatria), Tonino Grasso (rappresentante dei lavoratori contrattisti), Salvatore La Spina (settore igiene pubblica), Maria Pizzardi (unità di diabetologia). Eletti anche i rappresentanti dei distaccamenti di Mazzarino e Butera: sono Salvatore Ciancio e Claudio Sbirziola. "E' stata un'assemblea partecipata - ha detto il segretario aggiunto Salvatore Russello -. Abbiamo trattato diverse tematiche che sottoporremo prossimamente al direttore di distretto. Sono problemi che i lavoratori, presenti nelle sedi di via Parioli e via Butera, hanno sottoposto alle organizzazioni sindacali. Sono problematiche inerenti in particolare alle carenze di personale ed ai locali angusti del poliambulatorio. Gli infermieri, inoltre, hanno richiesto un turnover all'interno del poliambulatorio di via Butera. Queste tematiche le tratteremo insieme al direttore di distretto affinché si possa trovare una soluzione celere per i lavoratori". L.M.



Anatomia dell'ospedale in emergenza

Unione Sarda del 20/11/2008

Personale insufficiente, strumenti da cambiare, tensioniMa è proprio vero che il Brotzu non è più il fiore all'occhiello della sanità sarda, che è stato abbandonato dalla politica? O è vittima delle strumentalizzazioni politiche?Ma è proprio vero che il Brotzu non è più il fiore all'occhiello della sanità sarda, che è stato abbandonato dalla politica, come sostengono da anni il centrodestra, il presidente (Pd) della commissione sanità del Consiglio regionale e, da tre giorni, il direttore generale dell'azienda? È vero che ciò che rimane dell'alta specializzazione è dovuto solo alle capacità e al sacrificio di medici e infermieri? O è vero ciò che sostengono Giunta regionale e buona parte della maggioranza di centrosinistra che la sostiene, e cioè che «mai come in questi quattro anni e mezzo l'ospedale Brotzu ha ricevuto così tanto dalla politica, sia in termini di risorse finanziarie, sia sotto il profilo dell'attenzione istituzionale?». Le emergenze del Brotzu sono le emergenze di tutti gli ospedali, enfatizzate da chi ha interesse a strumentalizzarle a fini politici, o sono davvero maggiori?C'è un solo modo per verificarlo: far parlare i fatti. Gli investimenti, ad esempio. Quelli effettuati nel corso del triennio 1,3 milioni nel 2006, 3,4 nel 2007 4,5 nel 2008 non sono stati sufficienti a garantire sempre una qualità elevata di prestazioni se è vero che molti primari lamentano la vetustà di parte delle apparecchiature e, soprattutto, carenza di personale. Probabilmente se i 34 milioni stanziati dalla Giunta due settimane fa fossero arrivati prima, oggi la situazione sarebbe stata diversa. Non ci sarebbe carenza di anestesisti, fondamentali per un'azienda la cui attività è costituita per l'84% da emergenze, né di infermieri, il cui esodo verso la Asl 8 è costante: 50 tra l'anno scorso e quest'anno. Probabilmente è accaduto perché - a causa dei buchi in organico - c'è chi ha lavorato anche 60 giorni di seguito senza mai riposare. Spesso per far fronte alle emergenze è stato chiesto personale in prestito ad altri reparti e, addirittura, al Policlinico universitario. Ma - osserva il capo del dipartimento d'Emergenza Nanni Manduco - «in ogni settore, soprattutto se si vuole fare alta specializzazione, occorre una formazione specifica». L'emergenza si accentua se - come rileva Pierpaolo Vargiu, tra gli oppositori più strenui della Giunta Soru in materia sanitaria - «gli infermieri capaci che emigrano verso la Asl vengono sostituiti da lavoratori interinali rumeni privi di preparazione». Il Nursind non drammatizza: «Aspettiamo l'atto aziendale per rivedere l'organigramma», afferma fiducioso Diego Deidda.Ma gli infermieri che sono andati via sono tutti fuggiti a causa delle cattive condizioni di lavoro? No, secondo Diego Murracino, coordinatore provinciale del Nursing up. «Molti sono stati attratti dagli stipendi migliori alla Asl 8, che ha un contratto decentrato interessante. «È anche vero», osserva, «che altri sono arrivati da fuori. Il fatto è», sottolinea, «che il Brotzu fa emergenza e l'emergenza richiede sacrifici». Ergo: Brotzu uguale sacrificio. Sempre.Certo, bisognerebbe capire perché se il Brotzu fa alta specializzazione, la sua rianimazione è occupata prevalentemente da pazienti esterni nonostante Businco, Santissima Trinità, Marino, Binaghi, Policlinico e San Giovanni di Dio abbiano le loro. Così con pochi medici, pochi infermieri e rianimazione piena capita che si debbano rimandare trapianti o interventi importanti. Con rischi elevati. Di chi è la responsabilità? Di chi è la colpa se in cardiologia su cinque ecocardiografi ne funzionano solo tre e mancano sei infermieri; se in cardiochirurgia le luci in sala operatoria sono insufficienti; se al centro per i disturbi pervasivi dello sviluppo servono neuropsichiatri, psicologi e terapisti del linguaggio; se per garantire che nefrologia e urologia funzionino bene anche nell'attività ordinaria, oltreché sui trapianti servirebbero due medici e sei infermieri; se per garantire una più serenità ai piccoli malati di cuore servirebbero due terapie semintensive? Di chi è la colpa: della politica, che non dà indirizzi precisi e lesina i fondi o del management? Dice il polemico Valentino Martelli: «Se io non ho personale non posso operare gli 800 pazienti per milione di abitanti che mi impongono. E quelli che non opero vanno fuori, ma paga la Regione. Così per operare i nostri pazienti altri ospedali assumono medici e infermieri. E noi no».C'è chi attribuisce al manager responsabilità sulla chiusura di due sale operatorie, sigillate da agosto. Ma ha torto. La colpa, spiega Antonio Cucca, responsabile dell'ufficio tecnico, è di un fungo: si chiama aspergillus e può causare gravi infezioni.FABIO MANCA 20/11/2008



Porte aperte in terapia intensiva

Io e il mio Bambino del 19/11/2008 N. 304 NOVEMBRE 2008 p. 40

Se ogni neonato ha bisogno della vicinanza di mamma e papa, per i prematuri, ancora più piccoli e vulnerabili, questa è un'esigenza primaria. Sempre più accolta e tutelata dagli ospedali italianiNeonati a rischio, ancora troppo piccoli per nascere o così fragili, a causa di una patologia, da non poter sopravvivere senza aiuto. Sono i bambini ricoverati nei reparti di Terapia Intensiva Neonatale, circa l'l% dei neonati. Vale a dire 5-6000 bimbi all'anno in Italia che, ancora più degli altri, hanno bisogno di avere mamma e papa accanto. Un'esigenza primaria, anzi un diritto fondamentale, oggi sempre più tutelato dagli ospedali italiani. A Torino, Modena, Udine, Trieste e Trento i reparti di Terapia Intensiva Neonatale sono già aperti ai genitori 24 ore su 24 e altri li seguiranno. Sono queste infatti le indicazioni della Società Italiana di Neonatologia, in accordo con le più recenti scoperte in fatto di "care" neonatale: non solo terapie d'avanguardia, ma un prendersi cura in generale del neonato e della sua famiglia. Un tocco dolce, insomma, per tutti. DIRITTO D'ENTRATA 24 ORE SU 24 O "Un neonato sano ha bisogno della sua mamma, ma chi nasce prima del termine ne ha ancora più bisogno: è questo il concetto fondamentale che ci ha guidato nell'apertura del nostro reparto", spiega il professor Claudio Fabris, direttore della Neonatologia e della Terapia Intensiva Neonatale Universitaria presso l'Ospedale Ginecologico Ostetrico Sant'Anna di Torino, che già da due anni fornisce ai genitori una tesserina magnetica perché possano entrare in reparto a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza dover nemmeno suonare il campanello. "Per i genitori la cosa più temibile è non sapere cosa c'è dietro quella porta", aggiunge il professore: "il badge rappresenta un 'diritto di entrata' ed evita che il campanello disturbi i bambini e il personale". O Una scelta che da frutti immediati anche in termini di salute: più la mamma sta con il bambino, più riesce ad allattare e, quindi, a fornirgli un nutrimento con notevoli proprietà antinfettive. "Se mamma e bambino stanno vicini, il neonato recupera più in fretta, cioè ha uno sviluppo neurocomportamentale migliore", conclude Fabris. "E torna a casa prima: oggi possiamo dimettere bambini anche di 1700/1800 grammi, con un ritorno economico per l'ospedale, in termini di degenza ospedaliera più breve". O Un'organizzazione che si inserisce nel quadro della "Nidcap" (Newborn Individualized Developmental Care and Assessdi Chiara Sandrucci ment Program), cioè un Programma di assistenza e cura individualizzata per lo sviluppo del neonato, l'ultima frontiera in fatto di assistenza ai piccoli pretermine. Il metodo - esposto all'ultimo Congresso della Società Italiana di Neonatologia dalla stessa psicoioga americana Heidelise Als che l'ha messo a punto - si sta affermando in tutto il mondo: prevede l'osservazione sistematica dei comportamenti spontanei del neonato (sonno, movimento e postura, controllo del respiro e dell'attività cardiaca, capacità interattive e di autoregolazione). Sono i segnali provenienti dal piccolo a guidare ogni singola attività, con l'aiuto dei genitori, considerati parte integrante del team assistenziale. AIUTARE I GENITORI A ORIENTARSI Per aprire un reparto e coinvolgere i genitori, tutto il personale deve però ricevere una formazione specifica. Al Sant'Anna di Torino la formazione del personale è iniziata nel 2004, e prosegue con interventi periodici nei momenti più significativi. E lavoro di preparazione all'apertura della Terapia Intensiva è durato 6 mesi e le regole di reparto sono state riscritte. O "È determinante che medici e infermieri imparino a comunicare in modo consapevole con genitori che sono comprensibilmente disorientati e hanno un bisogno primario: essere informati correttamente sullo stato di salute del loro bambino", spiega Silvana Quadrino, dell'Istituto Change di Torino, che ormai da quasi vent' anni si occupa di counselling "sistemico" (cioè con un approccio che tiene conto dei vari soggetti coinvolti). "Insegniamo agli operatori le caratteristiche di una buona comunicazione, che non è semplicemente 'dire', ma saper dare le informazioni a scalini, cioè per gradi, permettendo ai genitori di fare tutte le domande che desiderano, senza nessuna remora, e di ottenere risposte a ciò che più li preoccupa in quel preciso momento". O Nell'ospedale torinese il progetto "Non da soli" è attivo da quattro anni e può contare sulla presenza fissa di un counsellor in reparto: non uno psicologo, ma un operatore che aiuta ad analizzare e a completare le informazioni ricevute da medici e infermieri. Per affrontare al meglio la situazione difficile che si sta vivendo, ma anche per imparare a riconoscere le proprie emozioni, le preoccupazioni inevitabilmente legate al futuro del bambino e dell'intera famiglia. O I colloqui con il counsellor sono liberi: i genitori li possono richiedere se e quando ne sentono l'esigenza, per tutta la durata del ricovero del bambino e anche nelle fasi successive, ad esempio negli incontri di follow-up che seguono alla dimissione. O Oggi - grazie al finanziamento della Compagnia di San Paolo - la formazione dell'Istituto Change viene offerta gratuitamente agli operatori della Mangiagalli di Milano, dell'Ospedale Maggiore di Bologna e di quelli di Lecco, Cesena, Modena, Ferrara e Reggio Emilia. UN SOSTEGNO PSICOLOGICO Ma a volte tutto ciò non è sufficiente. Per restare accanto al proprio bambino può essere anche necessario un aiuto in più, come quello offerto da uno psicologo in reparto e dal contatto con altri genitori che hanno avuto la stessa esperienza. O Ne è convinta Martina Bruscagnin, avvocato di Padova, presidente del Coordinamento Vivere Onlus, che riunisce varie associazioni di genitori e collabora con la Società Italiana di Neonatologia. "È vero, il bisogno numero uno dei genitori è sapere come sta il bambino, se ce la può fare, come sarà il suo futuro. Ed è necessario che gli operatori abbiano una formazione specifica per fornire tutte le risposte nel modo migliore. Ma è altrettanto vero che medici e infermieri non hanno la sfera di cristallo, e quindi è utile anche l'aiuto di uno psicologo", afferma l'avvocato, che è anche mamma di una bimba nata pretermine sei anni fa e oggi in perfetta salute. O "Per affrontare ciò che li aspetta, i genitori devono imparare a vivere giorno per giorno, saper apprezzare i piccoli progressi e, soprattutto, continuare a pensare in positivo. Ma non sempre si ha la forza per farlo da soli. In questi casi l'intervento dello psicologo è fondamentale, anche se a volte si tende a chiudersi in se stessi e a preferire piuttosto il confronto con altri genitori". O Nelle parole di chi ha attraversato quest'esperienza, la Terapia Intensiva Neonatale appare come "un mondo a parte", lontano, in cui si subisce una seconda separazione dopo quella, traumatica, avvenuta con un parto molto anticipato rispetto al termine. Come dimostrato anche dalle più recenti ricerche, stare accanto al proprio bambino è una necessità vitale e fondamentale per la salute del piccolo. Ma avere libero accesso al reparto di terapia intensiva serve a poco, se poi si ha la mente colma di paure, angosce e sensi di colpa, al punto che diventa difficile avvicinarsi al proprio bambino e assisterlo a fianco dei medici. O "II mio lavoro consiste nell'accogliere i genitori appena arrivano in reparto, conoscerli, sostenerli nei primi contatti con il bambino, 'accompagnarli' nel corso del ricovero fino alla dimissione offrendo loro uno spazio di ascolto e supporto emozionale", racconta Maria Franca Coletti, psicoIoga della Terapia Intensiva Neonatale all'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. "11 mio intervento mira ad alleggerirli di questo carico emotivo perché riescano ad avvicinarsi al loro bambino, imparare ad osservarlo, conoscerlo, decifrare i messaggi che invia". O Al Bambino Gesù si possono avere colloqui individuali di sostegno e incontri di gruppo con il primario del reparto, in cui condividere l'esperienza di ciascuno e confrontarsi (anche fornendo consigli) sull'organizzazione del lavoro. I genitori possono entrare liberamente 24 ore su 24 nell'area sub-Intensiva. Nell'area Intensiva, che accoglie neonati con patologie particolarmente complesse e dove spesso si svolgono procedure diagnostico-terapeutiche invasive (compresi interventi chirurgici), l'ingresso dei genitori è incoraggiato e sostenuto, compatibilmente con le altre attività assistenziali. •Neonati a rischio: una carta dei diritti lFin dall'inizio merita dignità, rispetto e il massimo grado raggiungibile di salute. È guesta la premessa della "Carta dei diritti del neonato a rischio" (cioè ricoverato in Terapia Intensiva), rivolta alle Istituzioni e presentata dall'Associazione Vivere Onlus durante il suo secondo congresso, svoltosi lo scorso 25 ottobre a Catania. Un neonato a rischio ha diritto a: 1. essere considerato soqqetto protagonista in tutti i processi di programmazione della Sanità, titolare dei massimi diritti alla vita, alla salute, ad avere una famiglia che lo aiuti a crescere; 2. avere genitori correttamente ed efficacemente informati fin da prima della sua nascita da parte del ginecologo e del neonatologo, i quali devono lavorare in sinergia, tramite un corretto scambio di informazioni, per il benessere del neonato stesso e della sua famiglia; 3. nascere in strutture adeguate alle cure previste, nell'intento, ove possibile, di non dividere il nucleo familiare; 4. in quanto lattante, avere vicino I suoi genitori per tutto il tempo del ricovero, con l'apertura dei reparti 24 ore al giorno. L'ospedale deve facilitare i genitori durante la loro permanenza, con una struttura nelle immediate vicinanze del reparto, soprattutto nell'ottica di favorire l'allattamento con latte materno. Deve quindi fornire strutture dove la madre possa riposare, tirarsi il latte e consumare un pasto a prezzo convenzionato; 5. avere genitori informati, preparati, sostenuti da personale sanitario aggiornato (non solo sulle cure, ma anche sulla "care" neonatale) e da altri genitori che in modo volontario sostengono la struttura; 6. essere nutrito, appena possibile, con il latte di donna durante tutto il ricovero e, sempre se possibile, tramite l'allattamento al seno della propria madre; 7. avere a disposizione figure specializzate (pediatri, infermieri pediatrici, psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali, volontari, fisioterapisti, oculisti, neuropsichiatri) in grado di creare una rete assistenziale che risponda alle sue necessità fisiche, nonché a quelle emotive e psichiche della sua famiglia; 8. l'adozione, nell'attività diagnostica e terapeutica che si rende necessaria, di tutte le pratiche finalizzate a minimizzare il dolore e lo stress psicofisico suo e della sua famiglia; 9. essere seguito da un periodico follow-up almeno sino all'età scolare; 10. in caso di esiti negativi (menomazioni psicofisiche, malformazioni), ricevere cure riabilitative, con sostegni per la famiglia di tipo sociale-psicologico-economico. (Fonte: Associazione Vivere Onlus)In Italia ogni anno circa 5-6000 bambini nascono pretermine

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