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La richiesta di prestazioni assistenziali di qualità e personalizzate è sempre più in aumento; si accresce pertanto anche il livello di competenza e responsabilità dell'infermiere nei confronti della persona assistita; i tempi esigono professionisti preparati, capaci di confrontarsi in équipe multidisciplinari e che sappiano dare garanzie sulle proprie azioni, in quanto consapevoli delle conseguenze che possono derivare dalle loro decisioni e dal modo di condurre gli interventi

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mercoledì, ottobre 29

Rassegna Stampa - 29.10.2008


ARTICOLO l Sessanta infermieri

Avvenire del 29/10/2008 p. 22

La Divisione specializzata Healthcare di Articolo 1 ricerca per case di cura private 60 infermieri. I candidati devono essere in possesso di laurea in Scienze infermieristiche o equipollenti e relativa iscrizione al Collegio professionale (Ipasvi), anche neo-laureati senza alcuna esperienza. Sedi di lavoro: Torino, Corno, Lecco, Genova, Rapallo, Bologna, Reggio Emilia, Lugo di Romagna, Cesena, Bari. Gli interessati sono pregati di inviare un dettagliato cv con foto tessera allegata, indicazione della posizione e sede di interesse ad: Articolo 1 -Via Zamboni, 1 - 40126 Bologna - Tei: 0515880474 - Fax: 0515880534 - E-mail: agostino, tantini @ articolo 1. it.



Infermieri, formazione in tandem con gli inglesi

Il Piccolo di Trieste del 29/10/2008 ed. Nazionale p. 26

Studieranno on-line con i loro colleghi inglesi gli infermieri di Trieste. Alla fine dello stage di tre settimane a contatto con la sanità britannica, il collegio Ipasvi ha infatti firmato una convenzione con l'Università dello Hertfordshire che permetterà l'utilizzo comune di una piattaforma di studio informatico e favorirà scambi scientifici tra studenti inglesi e infermieri triestini. Un'altra convenzione era stata siglata mesi fa con la facoltà di Scienze della formazione di Trieste, che darà collaborazione tecnica al Collegio per la piattaforma di e-learning. Questa sarà approntata entro la primavera 2009. La seconda fase prevede l'avvio della sperimentazione e del tutoraggio on-line. Contatti simili sono in programma con i servizi sanitari e le facoltà specialistiche di Slovenia, Croazia e Spagna.La delegazione Ipasvi che ha passato tre settimane a Londra, formata da un infermiere che ha vinto la borsa di studio e dal presidente Flavio Paoletti, ha visitato il «Nursing and midwifery Council», istituzione analoga al Collegio triestino, e il Guy's and St.Thomas Hospital di Londra, e ha incontrato i dirigenti del servizio sanitario inglese «avviando - così una nota - una comune verifica per lo scottante problema della carenza di infermieri specializzati e per un progressivo spostamento dell'assistenza dall'ospedale al territorio».L'Ipasvi ha promosso anche un incontro sull'evoluzione della deontologia degli infermieri, con oltre 280 operatori: tenuta anche una tavola rotonda sull' «analisi del contesto professionale e sociale per contribuire alla cura dell'intera comunità».



Trapiantato il cuore hi-tech dimenticato

Corriere della Sera del 29/10/2008 , articolo di Luca Angelini ed. MILANO p. 13

Donato al Poma dalla Fondazione Bam, è rimasto per 2 anni in magazzino L'intervento chiude la vicenda-beffa delle apparecchiature comperate nel novembre del 2006 e mai utilizzateMANTOVA - Il signor Giuseppe (lo chiameremo così, per rispetto della privacy), rischiava di non festeggiare il prossimo Natale. E non per modo di dire. A 76 anni, nemmeno il defibrillatore bastava più a non far perdere colpi al suo cuore malato. Cardiopatia dilatatoria postinfartuale, come recitava la sua cartella medica. Ne erano passati altri, come lui, nelle corsie della cardiochirurgia dell'ospedale "Carlo Poma" di Mantova. Cardiopatici, ma con più di 65 anni. Il limite oltre al quale, in Italia, il trapianto di cuore non si fa più. Un'alternativa, però, c'era. Ma è rimasta chiusa, per due anni, in un magazzino dello stesso ospedale. Due cuori artificiali (uno per l'intervento, l'altro di riserva, in caso di imprevisti), che la Fondazione Banca Agricola Mantovana aveva donato al "Poma" sborsando la bellezza di 160 mila euro.Era diventata, quella dei cuori artificiali «dimenticati», una sorta di pietra dello scandalo, l'ennesimo monumento agli sprechi nella sanità. Se ne erano occupati quotidiani locali e nazionali, ma niente. I cuori rimanevano nel magazzino. Motivo? «Per l'osservazione post-operatoria - spiega il professor Mario Zogno, il primario che ha portato la cardiochirurgia del "Poma" ai massimi livelli nazionali - servivano due letti di rianimazione in più e il relativo personale, cioè sei infermieri e un anestesista».Ma, si sa che, soprattutto gli infermieri, è ben difficile trovarli. Tant'è che, ad un certo punto, dalla direzione dell'ospedale pareva essersi decisa al gran rifiuto. «Cara Fondazione Bam - era la sostanza - non è che potremmo restituirvi i due cuori artificiali in cambio di altro materiale medico».Apriti cielo. La Fondazione aveva ribattuto che quei 160 mila euro doveva servire a portare l'ospedale cittadino a livelli d'eccellenza, mica a rifornirlo di garze e cerotti.Speriamo non l'abbiano detto, in questi due anni, ai tanti possibili beneficiari del trapianto passati dal «Poma» e poi trapassati, che la loro speranza era lì, inutilizzata, a pochi metri. Al signor Giuseppe, per fortuna, è andata meglio. Non perché siano arrivati infermieri e posti letto. Ma perché il professor Zogno proprio non la tollerava più, una situazione così. Già aveva dovuto farsi mandare un cuore artificiale nuovo dalla ditta tedesca che li produce, in cambio di uno dei due da revisionare. E, vagliata la situazione clinica del signor Giuseppe e avuto il consenso di pazienti e familiari, ha deciso di intervenire. Sette ore in sala operatoria, dalle 8 alle 15 di ieri. «L'intervento è andato bene, anche se adesso il paziente è in rianimazione, in prognosi riservata - dice il primario -. Se tutto andrà per il meglio, potrà presto riprendere una vita normale, solo portando con sé la cintura con le batterie, che hanno un'autonomia di 8 ore, e il computer che regola il cuore artificiale».Anche il direttore generale del "Poma", Luca Stucchi, dopo tante polemiche (iniziate ben prima del suo arrivo a Mantova) tira un sospiro di sollievo: «Questo è un giorno importante per l'ospedale. Abbiamo lasciato decidere, come giusto, ai medici quando e come intervenire, cercando di non farli sentire sotto pressione. Quanto ai letti di rianimazione, il solo problema è reperire il personale». Per fortuna del signor Giuseppe, una soluzione s'è trovata lo stesso.
160MILA euro: la cifra stanziata nel 2006 per donare i cuori artificiali al «Poma»
400 I PAZIENTI sottoposti all'impianto del ventricolo in Europa. Trenta in Italia


In breve

La Stampa del 29/10/2008 ed. SAVONA p. 53

FornaciTraffico in tiltin corso V. VenetoCome era previsto quella di ieri è stata una giornata da codice nero per il traffico nel quartiere delle Fornaci. La chiusura alla circolazione di auto e moto del tratto fra le vie Leoncavallo e Saredo, in direzione Vado, ha provocato disagi e code nelle ore di punta. Disagi destinati a proseguire fino a venerdì, data nella quale dovrebbero finire i lavori di risistemazione dell'asfalto. TribunalePatteggia 8 mesiper ricettazioneHa patteggiato otto mesi di reclusione per la ricettazione di uno scooter. Alessandro Panara, 30 anni, savonese, era difeso dall'avvocato Alessandro Stipo. Era stato fermato dai carabinieri in corso Vittorio Veneto.Vado LigureIl caso Ferrerodomani in ConsiglioE' convocato per domani pomeriggio alle 15.30 il consiglio comunale straordinario chiamato a discutere la variazione di bilancio dell'Istituzione servizi alla persona Isp, in merito all'ordinanza per la gestione straordinaria del centro socio-assistenziale Ferrero di Vado Ligure. Per le prossime ore sono attesi anche contatti diretti tra il commissario straordinario della Fondazione e il sindaco Giacobbe. L'ordinanza scadrà venerdì 31 ottobre. \Albisola SuperioreUn'interrogazioneper il distretto AslIl distretto dell'Asl2 Savonese di Albisola Superiore è stato tra i temi all'ordine del giorno del consiglio regionale. Matteo Marcenaro (Popolo delle Libertà) ha presentato l'altra giorno un'interrogazione secondo cui la carenza di personale infermieristico, nei mesi scorsi ha portato all'inadeguatezza dei servizi. L'assessore alla Salute Claudio Montaldo ha risposto: «Al momento dell'emergenza si era provveduto mettendo a disposizione del distretto un addetto amministrativo, in modo che l'infermiere in servizio dovesse dedicarsi solo a funzioni strettamente infermieristiche. Ora tutto è rientrato nella normalità». \



TRE MESI di sospensione dal lavoro.
È quanto l'azienda «Ospedali R...

Il Resto del Carlino del 29/10/2008 ed. Ancona p. 4

TRE MESI di sospensione dal lavoro. È quanto l'azienda «Ospedali Riuniti» avrebbe deciso di comminare agli infermieri sorpresi a prestare lavoro presso una casa di cura di Senigallia. Una sanzione che, se confermata, rappresenterebbe un provvedimento duro nei confronti della dozzina di operatori rei di voler rendere il proprio bilancio più idoneo alle aspettative di vita. Non si deve dimenticare che gli stipendi erogati dall'azienda anconetana sono tra i più bassi per quanto riguarda la sfera infermieristica. Una punizione da considerare esagerata, sia per il mondo sindacale ospedaliero, ma anche per i legali del gruppo di infermieri che hanno deciso di dare battaglia fino in fondo impugnando la decisione aziendale e volendo andare fino in fondo attraverso un ricorso. La decisione presa dall'azienda guidata da Gino Tosolini è arrivata alcuni giorni fa, ma se ne è avuta notizia soltanto ieri. Ora si attende il seguito di questa vicenda che ha messo in cattiva luce alcuni lavoratori sorpresi a passare il proprio 'tempo libero' svolgendo le funzioni di infermieri al di fuori dell'azienda di appartenenza. È importante specificare come questo personale non lavorasse in questa struttura assistenziale facendo venir meno le proprie mansioni presso l'ospedale di Torrette, ma al di fuori dell'orario di lavoro. Non è ancora chiaro se la sospensione preveda l'obbligo di frequenza al lavoro per i tre mesi o se gli infermieri debbano stare a casa e basta. Appare certo invece che per venire incontro alle loro esigenze, ma anche a quelle dei reparti, le sospensioni saranno spalmate sul lungo periodo. Almeno cinque operatori infatti farebbero parte dello stesso reparto e toglierli contemporaneamente dal lavoro rappresenterebbe un serio problema organizzativo. Tuttavia questi scenari devono essere ancora delineati in quanto il procedimento è in corso, siamo ancora soltanto alle battute iniziali con la richiesta aziendale, i prossimi passi saranno decisivi. Si potrebbe anche arrivare ad un accordo oppure si andrebbe a sfociare nel campo della giustizia del lavoro. Ricordiamo che tutta la vicenda è scoppiata alcuni messi or sono all'indomani di un blitz dei carabinieri del Nas in un casa di cura senigalliese per altre motivazioni. A seguito del blitz era stata coinvolta pure la guardia di finanza e ad andarci di mezzo erano stati gli infermieri.



Troppi pazienti al Pronto soccorso
Medici e infermieri chiedono aiuto

Libero del 29/10/2008 ed. Roma p. 47

 Troppe persone in attesa di cure, pochi medici e pochi infermieri. Una situazione che al Pronto Soccorso del Policlinico di Tor Vergata è diventata "normale". Al punto da non riuscire a soddisfare le richieste dei pazienti. Il culmine è stato raggiunto pochi giorni fa, quando al Pronto soccorso "soggiorna vano" contemporaneamente 107 pazienti. Davvero troppi e troppa pure l'attesa, che ha spinto molti dio loro verso atteggiamenti aggressivi. Troppi pazienti, dunque, e poco personale. Soprattutto per il responsabile del Pronto Soccorso, il professor Alberto Galante. Che, armato di carta e penna, ha scritto e inviato una lettera, anzi due, al direttore generale Enrico Bollero, al direttore sanitario aziendale Isabella Mastrobuono, al direttore sanitario del presidio Giuseppe Visconti. «Non potendo ridurre la percentuale dei pazienti con patologie gravi, per diminuire la ressa in Pronto soccorso e quindi la lista d'attesa, è necessario aumentare la ricettività del Policlinico Tor Vergata ai ricoveri da Pronto Soccorso», scrive nella missiva avente per oggetto "disagio al Pronto soccorso", «riaprire l'ambulatorio delle cure primarie, attivare il box chirurgico e ortopedico». In un'altra lettera, quella che ha per oggetto "sovraffollamento del Pronto soccorso", viene spiegato il 22 ottobre, giornata in cui è stata registrata la massima presenza di pazienti, viene spiegato che per alcune visite è stato richiesto l'aiuto di altre unità. Questa situazione, che ha raggiunto il culmine tra il 22 e il 23 ottobre, da tempo è nel mirino dei sindacati. In particolare dell'Ugl, che più volte ha denunciato il blocco del turn over, indicato come la principale causa dell'attuale carenza assistenziale al policlinico. «Come sindacato stiamo facendo una campagna di protesta contro la Regione perché si registrano quotidianamente situazioni assurde», osserva Duccio Prosperi, dirigente nazionale dell'Ugl. «In alcune realtà, per esempio, sarebbero necessarie delle deroghe per assumere almeno un piccolo numero di infermieri in modo da compensare il fabbisogno dei cittadini. Come nel caso del Policlinico Tor vergata nel quale si sono verificati gli episodi incresciosi dei giorni scorsi», aggiunge il sindacalista. La speranza, quindi, è che la Regione guidata da Piero Marrazzo «lavori ad una deroga per risolvere il problema anche perché ai cittadini non si può dire: non ammalatevi». TIZ. LAP.


Centocinquanta firme
per chiedere un ambulatorio medico a Mortizza

La Libertà del 29/10/2008 , articolo di Chiara Cecutta p. 15

Centocinquanta firme per un ambulatorio infermieristico. «Gli abitanti di Mortizza, Gerbido, Roncaglia e Bosco dei Santi, hanno bisogno di un ambulatorio infermieristico vicino a casa, poiché oltre all'aspetto logistico, la maggioranza dei residenti sono in età avanzata». Un desiderio, una richiesta d'aiuto, una reale necessità, ha spinto i due promotori della raccolta firme - Maurizio Groppi e Beppe Dossi - a rendere pubblica l'iniziativa. Avrebbero trovato anche il luogo, l'ex scuola di Mortizza, ed hanno già ricevuto l'adesione della Croce Bianca a collaborare, ma nulla ancora si è mosso. «Sull'esempio dei due ambulatori - osservano - sempre gestiti dalla Croce Bianca, situati nel Centro Civico Farnesiana, e in via Raineri, crediamo che anche le frazioni abbiano il diritto all'assistenza ed alla cura». Così nel mese di luglio, Dossi e Groppi hanno iniziato la raccolta delle firme. Un proposito condiviso anche dal vice presidente della Croce Bianca, Renzo Ruggerini: «Le prestazioni che offriamo alla cittadinanza, come ad esempio prelievi, iniezioni, misurazioni della pressione e del tasso glicemico, hanno un costo simbolico di un euro e soprattutto l'ascolto attento delle infermiere volontarie». Ruggerini dichiara di aver visitato i locali della ex scuola, sede di seggio «e di aver scoperto in una delle sale, un ambulatorio di un medico della mutua, inattivo da un anno». Servirebbe una rinfrescata alle pareti, una pulitura profonda di tutto l'edificio e la messa a norma di alcuni spazi, «con costi -aggiunge Ruggerini- che dovrebbero aggirarsi intorno a poche migliaia di euro». Giancarlo Migli e i consiglieri di minoranza, avendo appreso della raccolta firme, hanno chiesto il 7 ottobre che l'argomento fosse messo come ordine del giorno nell'agenda del quartiere. «Ma ancora non abbiamo notizie di tale richiesta». Angelo Bertoncini, presidente della Circoscrizione 4, ribatte fermamente l'affermazione: «Ho già spiegato a Migli che l'ordine del giorno scritto dalla minoranza non può essere inserito nell'agenda, perché, secondo regolamento, è fuori dalle competenze circoscrizionali». Intanto Dossi e Groppi attendono «da oltre un mese, un colloquio con il vicesindaco, Francesco Cacciatore».29/10/2008



"Il precariato fa male alla sanità"

La Voce di Romagna del 29/10/2008 ed. Rimini p. 29

Il Patto: "I progressi fatti lasciano l'amaro in bocca"SAN MARINO - Si parla molto di sanità nel corso di questa campagna elettorale. Progressi, infatti si sono registrati, lo ammette chiaramente anche l'altra metà della mela politica sammarinese, quella che fa capo al Patto per San Marino: "Un riconoscimento -dicono i 'pattisti'- che lascia comunque dell'amaro in bocca". Il riferimento è alla stessa chirurgia diventata ultimamente una sorta di fiore all'occhiello dell'Ospedale di Cailungo. Dicono fra l'altro: "Operazione ben fatta se non fosse per quell'accordo a tempo determinato che è stato stipulato". Ma è un discorso complesso, articolato e meritevole di approfondimento. Lo faranno i candidati del Patto, come anticipato già dal consigliere Dc Giancarlo Venturini, nei prossimi giorni. Il suo riferimento è pure al precariato, soprattutto quello infermieristico anche se molte altre sono le figure interessate a queste problematiche, sia mediche che non. L'Ais, associazione infermieri sammarinesi, ha avuto modo di diffondere un suo comunicato che, riassunto, precisa: "Nell'ottica della qualificazione e del miglioramento continuo della sanità sammarinese ed in particolare delle attività assistenziali e di cura non si può prescindere dall'attenzione costante alla formazione ed alla valorizzazione degli operatori coinvolti in questo delicato settore". Semplice: "La carenza di figure infermieristiche sottolinea Giancarlo Venturini (Pdcs) - costringe spesso a dover ricorrere a personale non sammarinese, con maggiori difficoltà di gestione". Questo in un contesto più generale, ma nello specifico? "La crescita della nostra sanità subisce anche la situazione del precariato di molti operatori già presenti. Una situazione che certamente non serve a stimolare nei giovani la volontà di impegnarsi a studiare e, poi, praticare questa professione". In passato molti hanno fatto riferimento alla situazione europea. Risposta lapidaria: "L'evoluzione di questa figura nel panorama europeo ha favorito l'istituzione di un profilo professionale ben delineato, derivante da un percorso formativo universitario, garantito dalla costituzione di Albi Professionali e dalla redazione di un codice deontologico. Per favorire l'accesso dei giovani alle professioni sanitarie, oltre a richiamare i valori di solidarietà e spirito di servizio, che le dovrebbero caratterizzare, è necessario recepire le nuove istanze internazionali anche nelle nostre strutture risolvendo altresì problematiche contrattuali che vanno dal riconoscimento dei titoli di studio all'istituzione, appunto, del profilo professionale, alla parificazione retributiva ed alla regolamentazione dell'ingresso in ruolo". Solito discorso, la ricerca di una professione che dia soddisfazioni non solo sul piano sociale ma anche garanzie di un lavoro sicuro ed equamente retribuito."Certamente, la prospettiva di un buon posto di lavoro, qualificato e professionalmente gratificante è un incentivo determinante all'accesso dei giovani ai corsi di laurea per le professioni sanitarie e un importante e proficuo investimento per il futuro dell'Istituto Sicurezza Sociale". Un discorso che il nuovo esecutivo non potrà rinviare ai "secondi cento giorni" di governo. Il Patto per San Marino, ieri sera, lo ha confermato in uno dei tanti dibattiti cui ha preso parte. Un argomento quello del precariato da risolvere anche in chiave efficienza operativa di tutti i settori della sanità e che, quindi, merita, un approfondimento. Giancarlo Venturini (Pdcs) interviene sulla sanità sammarinese



Intanto la Lega rilancia la battaglia sul concorso per infermieri stranieri

Messaggero Veneto del 29/10/2008 ed. Pordenone p. 1

La sanità pordenonese ha tenuto banco, ieri mattina, anche in consiglio regionale, dove i lavori si sono aperti con le risposte a interrogazioni e interpellanze. Quelle relative al Santa Maria degli Angeli sono state presentate da Danilo Narduzzi, Lega Nord, che ha chiesto maggiori informazioni sugli interventi edilizi, segnatamente sul trasferimento del centro direzionale dell'Azienda ospedaliera al terzo piano del padiglione C appositamente ristrutturato, e sugli altri interventi edilizi in corso d'opera nella cittadella di via Montereale. La seconda questione ha riguardato l'emanazione di un bando, sempre da parte dell'Azienda ospedaliera, per l'assunzione di tre infermieri riservando la selezione ai soli cittadini extracomunitari. Al quesito, in realtà, aveva già risposto il direttore generale, spiegando che ogni anno l'Azienda emana tre o 4 bandi per la selezione di infermieri tra i cittadini comunitari, ai quali gli extracomunitari non possono partecipare. Se il personale individuato non è sufficiente, si procede con i bandi per extracomunitari, a cui i comunitari non possono partecipare.



Salute mentale, cure per pochi

Il Sole 24 Ore Sanita' del 28/10/2008 , art di Giuseppe Di Marco N. 42 28 OTT.-3 NOV. 2008 p. 17

Enorme il divario nel numero di psichiatri anche nei Paesi europeiDisturbi mentali, un problema frequente e troppo spesso trascurato. Tanto che nelle Nazioni più povere oltre il 75% delle persone che ne soffre non riceve cure, mentre nei Paesi sviluppati la percentuale di chi non si sottopone a trattamenti va dal 35 al 50%. Un'emergenza per la quale l'Oms ha rilanciato la necessità di interventi mirati in un nuovo programma d'azione, rivolto soprattutto ai Pvs. L'obiettivo è quello di rafforzare l'impegno finanziario, sia degli Stati che dei donatori, per colmare le grosse lacune dei sistemi sanitari nell'assistenza a chi soffre di disordini mentali, neurologici e da abuso di sostanze. Lacune che consistono molto spesso, specialmente nei Paesi più poveri, nella mancanza di risorse umane qualificate. Sotto questo profilo le disuguaglianze sono enormi. La carenza di psichiatri, infermieri, psicologi e operatori sociali è tra i principali ostacoli alle cure e all'assistenza nei Pvs, dove ci sono 0,05 psichiatri e 0,16 infermieri ogni 100mila persone a fronte dei 200 dei Paesi ricchi. Nei Pvs sono inoltre molto modeste le risorse economiche stanziate: si va dai 2 ai 4 dollari a persona. L'Oms ha individuato cinque ostacoli da superare per aumentare la disponibilità di servizi di salute mentale. Oltre all'inadeguatezza delle risorse umane, le altre barriere sono rappresentate da: l'assenza della salute mentale nell'agenda della Sanità pubblica (cui si lega la questione dei fondi); l'attuale organizzazione dei servizi; la scarsa integrazione con le cure primarie; la mancanza di leadership nella salute mentale pubblica. L'agenzia delle Nazioni unite, inoltre, nelle sue linee guida propone agli Stati di individuare le zone e le situazioni di priorità; creare reti di cooperazione tra agenzie Onu, istituzioni nazionali, donatori e Ong; verificare e rimuovere gli ostacoli a un efficace utilizzo delle risorse e soprattutto sviluppare strumenti legislativi e infrastrutture che permettano di attuare i programmi di intervento. In ogni caso è la stessa Agenzia di Ginevra a mettere in guardia: le linee guida non sono efficaci se manca la volontà politica degli Stati. Non a caso nel documento di presentazione del programma redatto dall'Oms si dedica ampio spazio agli interventi recentemente promossi, ricordando, per esempio, che nonostante l'approvazione nel 2002 del piano di azione globale per la salute mentale da parte della 55esima assemblea mondiale della Salute - piano che chiedeva agli Stati di aumentare i fondi per la salute mentale nell'ambito della cooperazione bilaterale e multilaterale - le risorse sono ancora insufficienti. Circa tre quarti degli Stati infatti non hanno un budget dedicato alla Salute mentale e, nei Paesi in cui esiste, in un quinto dei casi gli investimenti non superano l'1% del totale della spesa sanitaria. L'Oms ha inoltre sottolineato, in un rapporto presentato dal suo ufficio europeo e cofinanziato dalla Commissione Ue, che un grosso divario nell'assistenza per chi soffre di disturbi mentali si registra anche nel Vecchio Continente. Per esempio il numero di psichiatri per 100mila abitanti varia enormemente: si va dai 30 della Svizzera e i 26 della Finlandia ai 3 dell'Albania e a 1 in Turchia. La media dei 42 Paesi europei della Regione Oms è di 9 (in Italia sono 9,8; nella Ue a 15 membri, cioè senza i nuovi Paesi dell'Est, 12,9). Ancora più marcata la sproporzione nel numero di infermieri attivi nel settore: si va dai 163 per 100mila della Finlandia ai 3 della Grecia. L'Italia ne ha 32,9, dato superiore alla media (21,7). In generale pochi Paesi hanno un surplus di infermieri, mentre nella maggioranza degli Stati c'è carenza di personale. Per meglio comprendere queste cifre va detto che alcuni Paesi richiedono (e offrono) un periodo di formazione ad hoc per ottenere la qualifica di infermiere nel settore della salute mentale, mentre in altri vengono impiegati infermieri generici, formati poi durante il lavoro. Il rapporto dell'Ufficio europeo dell'Oms analizza anche la percentuale di budget o spesa sanitaria destinati alla Salute mentale. I dati vanno presi con una certa cautela dato che alcune componenti (come i rimborsi per i farmaci) sono difficili da determinare. In ogni caso le percentuali variano dal 13,5% di Inghilterra e Galles al 2% della Bulgaria. In Italia il dato (calcolato sul budget) è del 5%. Si tratta in realtà di un obiettivo, specifica l'Oms, che è stato finora raggiunto da poche Regioni. Infine un dato positivo, che rappresenta una crescita di interesse delle istituzioni sul tema: dal 2005 il 57% dei Paesi europei ha adottato nuove politiche sulla salute mentale o le ha aggiornate, mentre il 47% degli Stati ha introdotto o aggiornato nuovi leggi in materia.
Psichiatri e infermieri nel settore della salute mentale in Europa (x100mila ab.)
Percentuale del budget o della spesa sanitaria destinata alla salute mentale in Europa


Da Operation Smile un sorriso
per migliaia di bambini sofferenti

Osservatore Romano del 29/10/2008 p. 7

Bastano quarantacinque minuti per regalare un sorriso a chi non l'ha mai avuto. Ridare speranza a chi l'ha persa. Infondere coraggio e serenità a chi non ce l'ha. È il tempo necessario che serve ai volontari, medici, infermieri e altri operatori sanitari, di Operation Smile (impegnati in missioni umanitarie in oltre trenta Paesi del mondo) per guarire con interventi di chirurgia plastica ricostruttiva bambini affetti da malformazioni al volto, quali labbro leporino e palatoschisi, esiti di traumi e gravi ustioni. Operation Smile nasce negli Stati Uniti, grazie alla volontà e alla sensibilità di una coppia americana, William Magee, chirurgo plastico, e Kathleen Magee, infermiera. «Nel 1982, io e mia moglie fummo invitati in una missione medica nelle Filippine - racconta al nostro giornale William Magee, che ha compiuto fino a oggi circa settemila interventi - giunti lì trovammo più di trecentocinquanta bambini con gravi malformazioni al volto e un grande taglio nel labbro, stipati in una stanza a cinquanta gradi. I loro genitori chiedevano aiuto. Quel giorno ne furono operati soltanto quaranta, ne dovemmo mandare a casa circa duecentocinquanta. Eravamo tristi, sapevamo di non poter ritornare. Ma l'anno successivo - aggiunge il chirurgo - riuscimmo con un gruppo di amici a raggiungere nuovamente le Filippine e operammo altri centocinquanta bimbi sui quattrocento presenti quel giorno. L'anno successivo ne furono operati altri trecento, ma la lista di quelli che avevano bisogno era sempre più lunga. È così che ebbe inizio l'attività di Operation Smile». Nei Paesi in cui opera la fondazione ogni anno nascono più di centomila bambini con la labio-palatoschisi, ma migliaia rimangono non operati. «Correggere una labio-palatoschisi - spiega Domenico Scopelliti, direttore scientifico di Operation Smile Italia - richiede in media quarantacinque minuti. A oggi, sono circa centoventimila i bambini a cui la onlus ha restituito il sorriso. E vorremmo che tanti altri coetanei avessero la possibilità di avere un contatto con i volontari della nostra organizzazione». I bambini che nascono con questa malformazione sono spesso vittime di emarginazione e discriminazione fino a drammatiche conseguenze. Nei paesi dove Operation Smile realizza le proprie missioni umanitarie, un bambino su cinquecento nasce con questa patologia che comporta innanzitutto difficoltà ad alimentarsi e a esprimersi e, nei casi più gravi, è anche causa di problemi respiratori. Sono diverse e numerose le richieste di intervento che giungono da ogni parte del mondo ad Operation Smile: governi, istituzioni, chiese, fondazioni, organizzazioni umanitarie. «Lavoriamo a stretto contatto con i ministeri della salute di svariati Paesi - sottolinea Gianluca Biavati, vice presidente Europa, Medio Oriente e Africa di Operation Smile - con i quali sono stati sottoscritti protocolli d'intesa. Spesso, però, vi sono difficoltà economiche che solo grazie all'intervento di benefattori o all'organizzazione di eventi benefici vengono superate, ma spesso non bastano». Il prossimo 30 novembre, per esempio, al teatro Sistina di Roma ci sarà una serata di beneficenza per la raccolta di fondi. È in programma un musical dal titolo: «Poveri ma belli», con la regia di Massimo Ranieri. «In realtà - spiega Alessandra Corrias direttore di Operation Smile Italia - quello che abbiamo da fare è raccogliere più fondi e sensibilizzare maggiormente il mondo occidentale a questo problema». A volte, basta una piccola donazione per aiutare migliaia di persone sofferenti. «Quando cambia la vita di un bambino - spiega il dottor Magee - cambia anche quella dei genitori e dei loro parenti, ritorna il sorriso nei loro volti e tutti cominciano una nuova vita. Operiamo dodicimila bambini all'anno, di questi il sessantacinque per cento sono operati da medici locali formati da Operation Smile». I corsi di formazione vengono fatti in loco e in alcuni posti di eccellenza e di riferimento come Colombia, Brasile, Marocco, Giordania, Cina e Vietnam. Un notevole supporto al training formativo viene offerto dal dottor Scopelliti. «A oggi - spiega il direttore scientifico - abbiamo formato una trentina di persone. L'Italia è un Paese sia risorsa, cioè che raccoglie fondi per finanziare progetti e missioni, ma anche un Paese con oltre cento volontari, tra medici anestesisti, pediatri e infermieri che vengono inviati in giro per il mondo a restituire un sorriso a questi bambini sofferenti». E i numeri parlano chiaro: un bambino su millesettecento in Italia è affetto da labio-palatoschisi, uno su ottocentocinquanta negli Usa, uno su quattrocento in Asia. In Etiopia ci sono centocinquantamila pazienti affetti da questa patologia. «In Etiopia - conclude Magee - non ci sono infrastrutture mediche, i bambini nati con labbro leporino non vengono operati a differenza di altri Paesi, quindi il numero cresce di anno in anno. Siamo stati recentemente in un enorme ospedale di Addis Abeba e non posso spiegare l'impatto negativo che quel luogo ha avuto su di me. Quello era un posto dove la gente andava a morire e non per essere curata. Nessuno ha tutto nella vita, quello che è importante è essere modesti e dignitosi. Occorre capire ciò che abbiamo utilizzando i doni che Dio ci ha dato per aiutare la gente. Se tutti mettessimo insieme il nostro sapere e i nostri doni aiuteremmo sicuramente milioni di persone».



Knowledge working
lavoro, lavoratori, società della conoscenza

Harvard Business Review Italia del 28/10/2008 , articolo di FEDERICO BUTERA N. 10 OTTOBRE 2008 p. 99

Un recente libro dell'autore riporta i dati e i fatti della formidabile crescita dei lavoratori della conoscenza in tutto il mondo. Continua così la ricerca che viene condotta da tempo, si precisano le proposte e si avvia un Forum con imprese e istituzioni per seguire quello che probabilmente è il più grande cantiere dell'occidente: la trasformazione del lavoro e dei lavoratori nella società della conoscenza11 mondo del lavoro è popolato da figure che si distinguono profondamente da quelle dei mestieri artigiani, delle professioni liberali e delle organizzazioni industriali come si sono consolidate da decine e centinaia di anni. I quotidiani, le riviste, i romanzi, il cinema e la televisione ci offrono un campionario di lavori e di lavoratori che sembrano davvero mutanti rispetto al mondo del lavoro che la mia generazione ha conosciuto, esercitato, gestito, studiato. I «talenti» che le imprese si contendono a colpi di benefit, promesse di carriere, piani di formazione e, un po' meno, di stipendi sono giovani che hanno mostrato più marcate doti personali e potenziali di crescita, sia nella loro carriera scolastica, sia nelle sofisticate sessioni di assessment proposte dalle aziende: essi non hanno ancora una professione, ma solo un curriculum di studi spesso uguale a quello degli altri, il loro potenziale misurabile e il loro workplace within, ossia «il posto di lavoro che è dentro di loro», in gran parte ignoto a loro e agli altri, e in cerca di opportunità. I «cervelli» che si muovono su scala internazionale, invece, sono dotati di un notevole background teorico e tecnico e hanno già una storia e un loro progetto di ricerca o di professione, fanno parte di cosmopolitan colleges, sono contesi dalle università, dalle imprese multinazionali e dalle organizzazioni artistiche e sportive. Giovani scienziati, professionisti, artisti, manager e imprenditori: sono la classe creativa di cui parla Florida. Quando vanno via dal nostro Paese si configurano i casi della deprecata «fuga dei cervelli», ossia un saldo negativo dei flussi internazionali dei cervelli. Talenti e cervelli talvolta diventano delle star visibili, autorevoli, ben pagate, scienziati noti, artisti arrivati, professionisti e imprenditori famosi, manager di successo: sono le élite del lavoro di livello internazionale di cui parla Rifkin. Molti di loro, nella loro ascesa da talenti a cervelli a star, non seguono percorsi o carriere verticali, ma boundaryless careers, ossia carriere senza confine fra organizzazioni, settori e territori diversi: manager che si spostano dall'elettronica alla grande distribuzione, esperti di logistica che passano dal trasporto su ruote al retail, designer che si spostano dai mobili ai vestiti. Talvolta essi seguono addirittura protean careers (processi come quello del mitico Proteo che cambiava forma), quelle in cui le persone riapplicano e valorizzano in contesti e professioni totalmente diversi le loro conoscenze, abilità, potenzialità: in una parola, valorizzano il loro rilevante workplace within: professori che diventano manager, manager che diventano imprenditori, lavoratori dipendenti che costruiscono il proprio small business passando dall'elettronica all'enologia, dalla Pubblica Amministrazione ai resort turistici, persone che cambiano tipi di attività passando dall'ufficio contabilità alla narrativa. Questo processo di sviluppo di figure talentuose e coraggiose verso posizioni di successo riguarda però poche persone: al massimo il 5-10% della popolazione lavorativa (secondo le stime di Rifkin e Florida). Questo processo è altamente incerto, passa per un imbuto troppo stretto e non è neanche un reale professional dream che possa guidare la massa degli attuali o futuri lavoratori qualificati: quanti sognano di diventare amministratore delegato della Luxottica o della Sony, quanti pensano di diventare come Amartya Sen o Rita Levi Montalcini, Alberto Bombassei, Bill Gates, Carlo Emilio Gadda o Alessandro Baricco, Madonna o Bono? L'esercito dei lavoratori della conoscenza La creazione di figure che contribuiscano alla produttività, innovazione e competitivita del nostro Paese costituisce un processo cruciale, ma che registra troppe perdite e spesso uno spreco di potenzialità straordinarie che non vengono pienamente impiegate. Il nostro lavoro recente ci dice che queste élite, che sono oggetto di forte impegno gestionale delle aziende, dell'attenzione delle istituzioni formative e della gestione del mercato del lavoro, che conquistano l'attenzione del pubblico, emergono da un universo di gran lunga più vasto, che nei diversi Paesi occidentali oscilla, come minimo, fra il 33% (Spagna) e il 53% (Gran Bretagna) della popolazione lavorativa. A questo universo si dedica assai meno attenzione e risorse. Abbiamo da tempo chiamato questa grande categoria «lavoratori della conoscenza», secondo una definizione coniata da Peter Drucker. In essa sono inseriti innanzitutto lavori e lavoratori che le statistiche internazionali classificano come sdentisi, manager, professional, technician (si veda la tabella «I lavoratori della conoscenza nei principali Paesi»). Le statistiche che citiamo infatti non includono le aree delle vendite (perché le nomenclature alla base di queste statistiche non sanno distinguere il venditore di impianti tecnologici dal commesso); del service (perché non sanno distinguere l'operatore qualificato di assistenza tecnica dalla receptionist e dal custode, gli operatori qualificati di customer care dall'esercito di operatori di cali center, gli chef o i maitre di sala dai camerieri); della produzione (perché non sanno distinguere l'operatore della sala di controllo di un laminatoio dall'operaio di montaggi); dell'agricoltura (perché non sanno distinguere il vignaiolo esperto dal bracciante); dell'artigianato (perché non sanno distinguere l'imbianchino dal restauratore, l'artigiano ripetitivo dall'artigiano creativo). Esistono sì le differenziazioni per qualifiche, ma esse hanno spesso una logica retributiva e sindacale più che di contenuto. In una parola, anche nei casi in cui i processi di conoscenza conducono in definitiva alla produzione di oggetti e di servizi, abbiamo figure del tutto assimilabili a quelle di chi produce solo output immateriali: ma gli strumenti di analisi e classificazione del lavoro, al momento, non ci consentono di distinguerli con chiarezza e ci consentono solo di stimarli in un ulteriore 15 per cento. Quindi i lavoratori della conoscenza in Italia dovrebbero aggirarsi intorno al 57% della popolazione lavorativa. Tutti quanti (sia quelli che le statistiche internazionali identificano ed enumerano con certezza come lavoratori della conoscenza, sia quelle posizioni qualificate annegate entro masse molto eterogenee) hanno in comune la caratteristica di lavorare sull'immateriale, trasformando input di conoscenza in output di conoscenza con qualche forma e grado di novità, ossia generando scoperte, decisioni, servizi, soluzioni, coordinamento, disseminazione di conoscenze. Essi usano il proprio patrimonio di conoscenze esperte e tacite, e le conoscenze codificate delle organizzazioni in cui operano, avvalendosi sapientemente di tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Essi non producono direttamente merci, oggetti, artefatti, dati, ma conoscenze chiave, essenziali per produrre prodotti e servizi più efficienti e innovativi. Essi producono conoscenza per mezzo di conoscenza. In una società in cui il valore è generato dal differenziale di conoscenze contenuto nei prodotti e nei servizi, queste posizioni lavorative animano i processi di valorizzazione di un'economia terziarizzata, di una società della conoscenza. Essi operano nell'area in cui imprese, regioni, nazioni ricercano il proprio vantaggio competitivo rispetto a Paesi il cui costo del lavoro manifatturiero è frazione del nostro (Cina, India, Romania, Malesia, Vietnam). Lasciando temporaneamente fuori chef di cucina, venditori di sistemi di ICT, addetti a centrali elettriche, artigiani qualificati (che non sappiamo quantificare), in occidente rimane la quota del 33-53% della popolazione misurata con certezza dalle statistiche internazionali: essi sono più numerosi di tutti gli operai e gli impiegati d'ordine messi insieme; operano nelle industrie, nei servizi, nelle Pubbliche Amministrazioni. Solo pochi di loro sono talenti, cervelli, star: sono semplicemente manager, medici, infermieri, insegnanti, impiegati e quadri di alto livello dell'industria e dei servizi, ricercatori e progettisti, designer, funzionari pubblici, etc. Sono il grande aggregato centrale del mondo del lavoro. Da tutte queste occupazioni (e non solo dalle «teste d'uovo» e dalle star) dovrebbero scaturire l'innovazione, la produttività, la flessibilità, la gestione del cambiamento. Ma i nostri dati non certificano l'avvento della società della conoscenza. Infatti non sempre l'organizzazione del lavoro della conoscenza (nella dimensione ristretta 0 estesa che abbiamo citato) è soddisfacente e tale da sostenere produttività e innovazione continua: soprattutto nella Pubblica Amministrazione, nei servizi tradizionali, nelle piccole imprese prevalgono processi poco compresi e mal definiti, inadeguate interfacce con i sistemi, sistemi di coordinamento e controllo arcaici, ruoli agiti distanti dai ruoli formali, team non ottimizzati, networking inadeguato, sistemi di gestione delle persone di altri tempi e, soprattutto, culture oscillanti tra la prescrittività e l'arbitrio. Pensiamo alla cura meticolosa con cui venivano analizzati i contenuti di lavoro e organizzati processi e coordinamento nelle organizzazioni classiche: è cominciata la società della conoscenza ma non ancora lo studio e la progettazione delle organizzazioni della conoscenza. Capire il lavoro della conoscenza 1 lavoratori della conoscenza, così internamente differenziati per domini conoscitivi, per specializzazione, per livelli di qualificazione formale e sostanziale, per condizioni occupazionali, presentano però alcuni rilevanti tratti e problemi comuni, e sono oggetto di politiche organizzative e istituzionali comuni. Proveremo a riassumerli brevemente. Il contenuto del lavoro della conoscenza. Che cosa c'è in comune fra il lavoro e i lavoratori di un ospedale, di una scuola, di un centro di ricerca e sviluppo, di una direzione finanziaria, di una catena alberghiera? La prima risposta è: il carattere immateriale dei processi di conversione e la produzione di conoscenza nuova a mezzo di conoscenza, ossia la natura del lavoro della conoscenza. • La natura mentale del lavoro: cognizione, decisione, attenzione, emozione. • La varietà delle conoscenze impiegate (sapere cosa, sapere come, sapere dove). La distribuzione delle conoscenze fra sistemi (conoscenze incapsulate nelle procedure o residenti nei codici) e persone (conoscenze esperte e tacite). La complessa interazione persona/computer (pensiamo ai casi di un consulente finanziario o di un pilota di aereo). La comunicazione (rapporti face to face, comunità di pratiche, social networks). • La cooperazione in parte fissata dall'organizzazione e in parte generata dalle persone (gli «schemi di gioco» in parte date e in parte create dal team). La comunità (professionale, sociale, politica) all'in• terno delle organizzazioni della conoscenza. Fino alla metà dell'Ottocento, i processi cognitivi e psichici (l'anima umana) erano competenza delle religioni e della letteratura. Agli inizi del Novecento i processi di lavoro vengono proceduralizzati e «staccati» dal lavoro vivo. Un'analisi della complessità del lavoro della conoscenza nell'industria era stata svolta negli anni Sessanta da Trist, Gouldner e Crozier. Più avanti inizia lo studio del lavoro immateriale: Latour studia i laboratori e il Consiglio di Stato, Barley i tecnici di laboratorio, Weick il lavoro dei pompieri, Van Maanen il lavoro di un posto di polizia o di Disneyland. Ma sono rari gioielli, che non hanno creato un filone sistematico di studi. Bagnara descrive alcuni caratteri e problemi comuni ad esempio di figure di creativi e innovatori (si veda il riquadro «Contenuti del lavoro e identità »). L'organizzazione del lavoro. Lottimizzazione dell'organizzazione del lavoro nelle situazioni in cui i processi di lavoro sono difficilmente rappresentabili sono basati su modelli di cooperazione, conoscenza, comunicazione, comunità, di nuova concezione anche se difficili da mettere a fuoco. Categorie come team spirit, motivazione, creatività, leadership invece sono categorie assai evocative, ma non spiegano l'organizzazione e non consentono di gestire bene. I segreti di un team sportivo di punta sono stati studiati a fondo e commentati come casi specifici, ma non quelli di un ufficio pubblico o di un reparto di ingegneria di produzione, che da quegli esempi potrebbero imparare. Spicca il contrasto fra la rigorosa e meticolosa organizzazione del lavoro nelle fabbriche e nei servizi routinizzati, su cui ha poggiato il fenomenale salto di produttività della società industriale e la non sistematica attività di analisi e progettazione del lavoro della conoscenza, oggi che esso è così importante per la competitivita internazionale. Occorre analizzare e progettare le reti di impresa e di persone e potenziare fenomeni chiave per l'innovazione, come la «propagazione». (Si veda il riquadro «L'organizzazione della filiera della conoscenza»). Occorre scoprire nuove strutture di regolazione dei processi di conoscenza, dei ruoli e dei comportamenti ottenuti non per prescrizione, ma per impiego condiviso di ogni tipo di conoscenze, oggi diffuse nelle organizzazioni della conoscenza più evolute, ma poco note, (si veda il box «Lorganizzazione di un reparto di terapia intensiva»). Ruoli e professioni. Lidentificazione e progettazione di ruoli, mestieri e professioni per i lavoratori della conoscenza è oggi una priorità. La diffusione dalla metà degli anni Novanta del modello delle competenze non sempre è stata utile: la meticolosa identificazione delle competenze ha talvolta rappresentato il mondo del lavoro della conoscenza come un caleidoscopio di frammenti che non si riuniscono mai in insiemi significativi per le organizzazioni e le persone. Solo in pochi casi si definiscono nomi, percorsi, regole, sistemi di riproduzione delle professioni, soprattutto delle professioni strategiche. Esse sono ad esempio Figure che stanno cambiando funzione, ad esempio capi intermedi che devono trasformarsi da controllori di persone a coach. Specialisti che sono nel corso di diventare professionisti con conoscenze interdisciplinari e competenze sociali e di tipo organizzative/gestionali: ricercatori, progettisti di prodotto e servizio, progettisti di processo, esperti finanziari, ecc. Professioni consolidate ma «liminali», ossia sia figure professionali con alta rilevanza sociale, ma con scarsa specificità di dominio (come ad esempio le professioni sociali), sia professioni poco definite o poco regolate (come consulenti, esperti di comunicazione, web designer, professionisti del design, operatori qualificati del turismo, ecc). Professioni emergenti solo nominalmente, ossia figure nuove che affrontano problemi cruciali ma che sono ancora indefinite, come ad esempio il risk manager, l'esperto di risparmio energetico, il change manager, il manager of innovation, l'esperto di sviluppo locale, l'esperto di internazionalizzazione delle imprese, ecc. Professioni in bilico fra professionalizzazione e degrado, come operatori di cali center, operator di front office, addetti a attività turistiche. Professioni consolidate ma a basso livello di attrattività, come artigiani, infermieri, manutentori, ecc. Mobilità, formazione e selezione. Come avviene il processo di mobilità, formazione e selezione di queste figure? Da questa massa dovrebbero emergere i talenti, i cervelli, le star. Ciò avviene attraverso un processo di supporto e valorizzazione o attraverso processo di selezione naturale, seminato da troppe e ingiustificate perdite? Alcune istituzioni attivano programmi di politiche attive del lavoro (ad esempio, università, scuole) e alcune organizzazioni in tutto il mondo stanno generando esperienze utili e spesso straordinarie su questi temi. Ma la circolazione e la valorizzazione di queste esperienze è insufficiente. Nel nostro Paese, la riflessione complessiva sulle politiche su questa popolazione sono insufficienti, con l'eccezione forse della formazione, componente necessario ma non sufficiente. La Germania, per esempio, ha scuole per i tecnici superiori (le Fachhoschule) che sono non solo ottime, ma sono anche integrate con modalità di organizzazioni del lavoro tecnico-professionale ottimizzate nelle imprese, ruoli e carriere verticali e orizzontali razionali ma flessibili di tipo para-professionale. I sistemi di gestione. Nel nostro volume lo stato delle più importanti iniziative di gestione dei lavoratori della conoscenza nelle grandi imprese internazionali è stato esaminato in una vastissima indagine di Ruggero Cesaria. I molti casi presentati rivelano una realtà contraddittoria e in continuo mutamento: i knowledge worker hanno prevalentemente relazioni contrattuali deboli; si afferma il broadbanding e si trasformano i sistemi retributivi; i sistemi di istruzione sono in ritardo; la eccessiva mobilità danneggia le performance dell'impresa quanto la poca mobilità e molto altro. Le grandi imprese internazionali hanno avviati programmi e cantieri di profonda modifica dei sistemi professionali e dei sistemi di gestione (si veda, nel box dedicato, l'esperienza di Microsoft). La qualità della vita di lavoro. La qualità della vita di questa enorme massa di lavoratori è molto variabile: retribuzione, orari, sviluppo professionale, integrità psicologica sono spesso molto differenziati: talvolta di grande privilegio e soddisfazione (come scrive Rifkin) e talvolta invece quanto meno critiche. In ogni caso essi vivono condizioni di lavoro molto nuove. Lidentità professionale di molti di questi lavoratori è incerta: ha luogo per loro quella corrosion of character, quel depauperamento della personalità di cui parla Sennet: questo è tanto più grave nei casi (presenti nella nostra grande categoria del 33/52% di laureati sottoccupati, professional e tecnici precari, manager dalla situazione occupazionale instabile e oscillante fra professione e appartenenze, insegnanti insoddisfatti, funzionari pubblici poco impegnati o fannulloni, esperti aziendali turbati da scarsa identità e dal glass ceiling (il tetto di vetro di una carriera attesa e non realizzabile). Valorizzare il potenziale e ridurre le criticità Indichiamo di seguito alcune proposte per valorizzare il potenziale di questa trasformazione in atto e ridurre le criticità, a) Descrivere e imparare dai casi eccellenti. Vi sono esperienze molto nuove di progettazione del lavoro e delle professioni in aziende grandi e medie (si vedano i box su ST Microelectronics e Loccioni). Vi sono esperienze istituzionali di grande pregio (le Fachhochschule citate e il progetto di IFTS italiano, solo parzialmente realizzato). La redazione e diffusione dei best case italiani e internazionali è la prima fra le raccomandazioni che emergono dalla ricerca. Occorre disporre su questi casi a) di una fotografia approfondita ma comunicabile che descriva le nuove forme di organizzazione e ruoli; professioni e sistema professionale; persone e caratteristiche delle popolazioni; b) di una comprensione delle interazioni fa queste dimensioni; e) di una storia di come è stato aperto e gestito il progetto: problemi e obbiettivi di partenza, inizio del progetto, modalità di realizzazione, risultati in termini di produttività/innovazione e qualità della vita di lavoro delle persone. Ora occorre attivare su larga scala una ricerca su questi temi: raccontare il lavoro e le sue trasformazioni è un programma che non può essere rinviato e che deve dar luogo a casi, articoli, libri, fiction, etc. A quando, per esempio, libri sul lavoro della conoscenza come La chiave a stella di Primo Levi, in cui tutti abbiamo capito il ruolo, la professione, la persona e il loro contesto di un montatore di tralicci? A quando altri film come The company di Altman, che descrive le professione e l'organizzazione di un compagnia di ballo? b) Per le organizzazioni: sviluppare progetti di nuovi sistemi professionali capaci di sostenere la produttività e innovazione e di sostenere l'identità delle persone. Sulla base anche dei casi di successo e delle ricerche sul campo, incoraggiare imprese e pubbliche amministrazioni a: Progettare e sviluppare processi di lavoro, organizzazione del lavoro, professioni della conoscenza, con nuovi modelli e nuovi metodi. Sviluppare comunità professionali e di pratica senza confini e social networking, anche avvalendosi dalle potenzialità delle tecnologie del web 2.0. Sviluppare programmi di formazione che potenzino capacità di cooperazione intrinseca, conoscenza condivisa, comunicazione estesa, per ciascun contesto e in ogni organizzazione del lavoro. Introdurre nuovi sistemi di identificazione, classificazione e professional placing, basati sull'individuazione di un limitato numero di professioni di base (broad profession) più che su un grande numero di job e task molto dettagliati. Attivare processi collaborativi tra istituzioni, organizzazioni e sistemi educativi, per dare nuova forma alle carriere. Attivare processi di partecipazione al miglioramento e all'innovazione. c) Per le istituzioni, i governi, i sistemi educativi: adottare un approccio che valorizzi tutti i lavori e i lavoratori della conoscenza. Sviluppare un sistema unitario di rilevazione delle professioni e mestieri (broad professions) e un sistema unitario di informazione e valutazione dei risultati dell'università e della scuola. Sviluppare nuove forme di formazione, di alternanza scuola lavoro, di life-long education. Supportare carriere senza confini. Favorire lo sviluppo di una economia e società della conoscenza, dopo quella della produzione materiale. Gli operai e gli impiegati d'ordine, che avevano preceduto i lavoratori della conoscenza come categorie centrali, erano stati al centro delle politiche e delle istituzioni della società industriale: sistema salariale, relazioni industriali, sistema di welfare, sistema di formazione professionale, sistema culturale, sistema politico. Nulla di tutto ciò è ancora avvenuto per i lavoratori della conoscenza: sembra quasi che le istituzioni «non li vedano» come aggregato. Per analizzare, progettare e classificare le professioni esistenti e in via di formazione la Fondazione Irso ha sviluppato un modello di analisi (si veda il box relativo alla Fondazione Irso) che sta applicando in ricerche e progetti con imprese e istituzioni. Esso è basato su tre cardini: il ruolo, la professione, la persona, sulle loro interazioni e sulle dimensioni di contesto in cui sono inserite (organizzazione, mercato del lavoro, struttura sociale). Il taylor-fordismo era riuscito a definire risorse organizzative e gestionali che hanno assicurato il più grande salto di produttività della storia, fornendo una visione e strumenti unitari per gestire lavoro e lavoratori di acciaierie, fabbriche automobilistiche, ferrovie, macelli, supermercati, trasporti, etc. Ora la sfida è più complessa: più complessi i processi, più complesse le persone, non è possibile alcuna best way of organizing. Un quadro interpretativo unitario del mondo del lavoro e dei lavoratori della conoscenza può consentire il superamento di visioni frammentate di mondi differenziati e incomunicanti. La scuola, i sistemi di regolazione del mercato del lavoro, la cultura del management, i nuovi paradigmi organizzativi, le tecnologie per supportare produttività del lavoro della conoscenza e qualità della vita dei lavoratori della conoscenza possono costituire infrastrutture fondamentali per sostenere e supportare cantieri specifici, nelle singole organizzazioni e nelle singole istituzioni. Queste sono materie di vaste opere di collaborazione fra imprese, organizzazioni pubbliche e istituzioni, dove nuove infrastrutture siano prima testate su progetti pilota e dove progetti pilota propongano apprendimenti utili per la progettazione delle infrastrutture. Lavoro e lavoratori della conoscenza in sintesi possono e devono diventare la materia di un grande cantiere, di una nuova grande «città che sale».Federico Bufera è Ordinario e coordinatore del Corso di laurea in Scienze dell'Organizzazione all'Università di Milano Bicocca, presidente della Fondazione Irso [Istituto di Ricerca Intervento sui Sistemi Organizzativi) e direttore di «Studi Organizzativi».
II sistema di gestione di Microsoft» La Microsoft è stata tra le prime grandi imprese a fare i conti con le esigenze di un grande numero di lavoratori della conoscenza. Microsoft ha offerto ai lavoratori della conoscenza una proposta basata su diverse leve organizzative e gestionali: gli headquarter di Seattle sono stati pensati come un campus universitario, sia nell'architettura che nell'incoraggiamento a seguire orari atipici di lavoro; ci si è sforzati di far crescere alcuni valori condivisi che, mantenendo il lixvello necessario di controllo del processo di sviluppo, hanno consentito alle persone di avere elevati livelli di autonomia; vi è parziale sovrapposizione tra vita lavorativa e vita sociale/familiare; sono stati accettati comportamenti e investimenti non immediatamente orientati agli obiettivi di business; si è cercato di ridurre il trade-off ira responsabilità manageriali e professionali: tutti i manager (compreso il CEO) mantengono un collegamento con l'attività professionale lavorando come sviluppatori part-time (Cusumano & Selby); iil processo di sviluppo è stato pensato in modo da consentire a gruppi di grandi dimensioni di lavorare con le stesse logiche dei piccoli team; i dipendenti a più elevate prestazioni sono premiati con stock option per rinforzare il legame con il business; si è lavorato sulla gestione dei conflitti individuali: un processo intensivo di autoselezione garantisce un'e^ levata integrazione tra individuo e organizzazione; la specializzazione individuale è integrata in un frami work collettivo; la conoscenza dei dettagli di sviluppo è affidata a più di una persona (per evitare «prime donne»); il processo di sviluppo prodotto è controllato da program manager anziché da super-programmatori che potrebbero altrimenti acquisire troppo potere; Microsoft anziché seguire l'idea dell'appropriazione e patrimonializzazione della conoscenza, ha quindi cercato di sostenere il processo di knowing, pur a fronte delle forti contraddizioni sociali, istituzionali e organizzative che rischian> di impedirne lo sviluppo. [Ruggero Cesaria) <
Contenuti del lavoro e identità» I lavoratori della conoscenza costituiscono un mondo variegato di identità in trasformazione. Una parte di loro si distinguono in innovatori e creativi. Entrambi hanno in comune alcune caratteristiche: lavorano con la mente, poco con le mani, sono essenzialmente urbani, usano le tecnologie della comunicazione e dell'informazione in modo intenso, continuo e ubiquo, devono esercitare attenzione per selezionare una massa esorbitante di informazioni disponibili, hanno bisogno di apprendere, cercano di aggiornarsi continuamente, devono dimenticare le conoscenze obsolete Vivono il lavoro come una continua sfida professionale e personale. Non conoscono la distinzione tra identità personale e identità professionale. Un fallimento professionale è anche un fallimento personale. Per i creativi e gli innovatori, la tensione è uno stato continuo della vita.Cosa succederà al benessere psicofisico di queste persone a lungo termine è una incognita. Per adesso, si sa che riposano male. Durante la notte, rimuginano sui problemi non risolti, su un'idea che non viene. Appena arriva la soluzione di un problema, subito si passa ad un altro rovello. [Sebastiano Bagnara) <
L'organizzazione della filiera delia conoscenza» Per innovare, bisogna che, nella filiera, ciascuno faccia bene il mestiere che sa fare; e che ricorra agli altri per tutte le altre cose che non sono core per lui, su cui non investe e per cui non ha abilità particolari. Questo vuoi dire che qualsiasi processo che genera valore ha dietro di sé una filiera di persone, e quindi anche una filiera di innovazioni collegate. La chiave di accesso all'innovazione destinata ad essere premiata dal mercato, insomma, non è tanto il singolo atto che ha creato una discontinuità, ma è il processo di propagazione della conoscenza e anche delle idee di innovazione, che sta a monte e a valle di quell'atto. Un processo attraverso cui una buona idea trova nuovi usi e nuovi utilizzatori. Ogni piccolo passo della propagazione è un'occasione per innovare. Cosi nasce, e si dilata, lo sciame degli usi e dei valori indotti. (Enzo RullaniJ <
L'organizzazione di un reparto di terapia intensiva» In uno dei migliori reparti americani di terapia intensiva medici e infermieri di diversa specializzazione e seniority si danno una doppia e integrata organizzazione: il round del mattino, in cui essi esaminano insieme il caso clinico predisponendo ogni cosa per l'operazione e la terapia, condividendo di fronte al letto del paziente conoscenze scientifiche, operative e contestuali, e il fly, la fase in cui tutti i sanitari del round sono in sala operatoria a fronteggiare incertezze e varianze, che essi risolvono attivando leadership multiple a seconda del problema e utilizzando una forte dose di sensemaking, ossia di modi di capirsi. Lo specialismo e le gerarchie professionali non sarebbero sufficienti a ottenere lo straordinario livello di performance che raggiungono, senza una comunità animata dal sensemaking. (Sara Albolino) <
I cosmopolitan network di ST Microelectronics» I cosmopolitan network dei tecnici e degli ingegneri della ST Microelectronics di Agrate, che vivono nel contesto dell'altissima tecnologia, lavorano ogni giorno con colleghi che stanno dall'altra parte del pianeta usando tutti i dispositivi esistenti di ICT e dialogando con esperti di ogni disciplina per realizzare prodotti fatti di HW, SW, meccanica, media, design etc, come ad esempio i terminali mobili. La ST ha creato anche una comunità reale su un territorio che attrae knowledge worker da tutto il mondo sullo stesso territorio, creano una opportunità per altre imprese di avvalersi di talenti internazionali e di aumentare la loro competitivita internazionale. (Sebastiano Di Guardo) <
Flexsecurity alla Loccioni» La flexsecurity di carriere senza confini di tecnici e ingegneri che lavorano nella ditta Loccioni per un anno o per dieci anni e che, quando vanno via, poi rimangono in un network esteso che alimenta conoscenze, business e socialità, un great piace to work. Questo è stato uno dei fattori che il fondatore identifica come un dei fattori centrali ha fatto crescere l'azienda da piccola azienda di subfornitura a media azienda che opera su prodotti innovativi e su un mercato internazionale. (Maria La Placa) <

martedì, ottobre 28

Rassegna Stampa - 28.10.2008


Ivrea dà l'addio a Ingegneria meccatronica

La Stampa del 28/10/2008 ed. AOSTA p. 71

Siamo all'anno da amarcord. Mentre l'Olivetti viene celebrata per la sua storia secolare, Ivrea si prepara a dire addio ai corsi di laurea che più si identificavano con lo spirito dell'azienda «madre»: Ingegneria informatica e Ingegneria Meccatronica. Sono iniziate le ultime lezioni per gli allievi del terzo anno: via loro, nel 2009, la sede di colle Bellavista verrà chiusa. E' il canto del cigno. Ma annunciato: perché è da due anni che le matricole non ci sono più. Vengono indirizzate a Torino ma anche a Verres. Sembra un colpo di «falce» del Ministro Gelmini, invece è solo una coincidenza. «Si è esaurito un ciclo storico - dice il direttore dei corsi, Maurizio Rebaudengo - . Dieci anni fa le industrie del Canavese facevano a gara per i nostri neo laureati. C'erano le condizioni giuste per dare lavoro a tutti. Adesso è cambiato lo scenario. E non ci sono più fondi». Che il tramonto sia vicino, si legge nelle cifre: i ragazzi sono rimasti in una cinquantina. Fino a pochi anni fa una cinquantina erano le matricole che si iscrivevano a questa laurea triennale: nel 2002 e nel 2003 la popolazione universitaria, nella sede distaccata del Politecnico, aveva raggiunto quota 220. Un piccolo boom, che si aggiungeva a quello degli studenti di Scienze della Comunicazione e di Scienze Politiche: almeno 900. Adesso il futuro si chiama Scienze Infermieristiche: nel primo anno a Ivrea di questo corso di laurea gli iscritti sono 75. Il quadro, insomma, sta cambiando radicalmente, e in fretta. E le matricole non sembrano aver gradito troppo le indicazioni del Politecnico. Almeno, gli studenti che vivono in Canavese: preferiscono Torino a Verres, lo dicono i dati sulle affluenze alle iscrizioni. «Questo lo sappiamo - ammette Rebaudengo - anche perché la Regione Valle D'Aosta ha investito parecchio sulla sua sede, che tra l'altro è comoda da raggiungere e molto ben organizzata». Ma non la pensano tutti come lui. «Ho l'impressione che la scelta di puntare su Verres sia un azzardo, e lo dimostra proprio "l'esodo" dei nostri studenti. Sarebbe stato meglio investire su Ivrea», commenta Giovanni De Witt, il presidente dell'associazione per gli insediamenti universitari in Canavese che sta per passare il testimone, dopo tre mandati consecutivi, a Sergio Primus. Un avvicendamento, quello deciso dalla giunta di Ivrea, che arriva in un momento delicato e tra l'altro è stato molto discusso. «Io avrei accettato di proseguire, se me l'avessero chiesto», taglia corto De Witt. E preferisce concentrarsi sulle prospettive dell'Università a Ivrea: «Ho accettato questa proposta come una sfida, le prospettive mi sembrano interessanti, in particolar modo per Scienze Infermieristiche e la sede delle Officine H». Il sindaco Carlo Della Pepa: «Piuttosto penso ai master, a collegare percorsi di studio con le richieste delle nostre aziende. Incontrerò nei prossimi giorni il rettore del Politecnico: ci sono opportunità da sfruttare, come la bio informatica».



Compromesso: medicina non chiude

Il Giorno del 28/10/2008 , articolo di ROBERTA RAMPINI ed. Milano p. 21

Infermieri ridistribuiti con l'accorpamento di alcuni repartidi ROBERTA RAMPINI - GARBAGNATE MILANESE - CARENZA di infermieri e accorpamento di reparti negli ospedali di Garbagnate Milanese e Rho. L'Azienda ospedaliera Salvini è stata costretta a correre ai ripari per scongiurare la chiusura dei reparti di medicina a causa della mancanza del personale infermieristico. Dal prossimo primo novembre, per tre mesi, nell'ospedale garbagnatese Santa Corona saranno unificati il reparto di urologia e quello di ortopedia; mentre in quello rhodense, o meglio al «Casati» di Passirana, saranno accorpati i reparti di cardiologia riabilitativa e pneumologia riabilitativa. Questo accorpamento dei reparti di specialistica consentirà di razionalizzare il lavoro di medici e infermieri, spostando questi ultimi nei reparti di medicina. «PURTROPPO la Finanziaria ci ha costretto a chiudere i rapporti con le cooperative che ci forniscono una parte del personale infermieristico, e questo ci ha messo in una grave situazione - spiega Paolo Moroni, direttore sanitario dell'azienda ospedaliera -. I reparti di medicina non si possono chiudere perchè sono collegati con il pronto soccorso, per questo abbiamo deciso di accorpare due reparti specialistici per un periodo di tre mesi. Nel frattempo faremo un concorso per assumere nuovo personale infermieristico». Una situazione non differente da quella che stanno vivendo altri ospedali della Lombardia, ma che nei nosocomi dell'azienda Salvini rischiava di bloccare la normale attività di ricovero in un periodo in cui influenza e malattie invernali sono alle porte. Dopo le voci allarmanti dei giorni scorsi, finalmente una buona notizia: non ci saranno tagli di posti letto per i pazienti di medicina, il reparto garbagnatese avrà i suoi 40 posti letto, quello rhodense 30. «IL PERSONALE infermieristico che recuperiamo accorpando i reparti specialistici verrà inserito nell'organico di medicina, la nostra priorità è quella di garantire un'assistenza di qualità a tutti i pazienti», aggiunge Moroni. Una situazione provvisoria che però potrebbe essere messa a dura prova dall'epidemia influenzale che solitamente porta nelle stanze degli ospedali molti anziani. «Speriamo che la vera epidemia arrivi a gennaio, come previsto dagli esperti, perchè anche negli altri ospedali della zona la ricettività di nuovi pazienti ormai è uguale a zero», conclude Moroni. Intanto per dare una mano agli altri reparti in sofferenza, l'azienda ospedaliera procederà anche all'assunzione di infermieri tramite un'agenzia interinale. Poi, a gennaio, concorso permettendo, il personale che si occupa dell'assistenza dei malati dovrebbe essere quasi a regime.



Policlinico Umberto I, un appalto da paura

Libero del 28/10/2008 , articolo di DIANA CROCI ed. Roma SANITÃ LAZIO p. 58

Esternalizzazioni ospedaliere: commessa per un anno ma 450 contratti a tempo indeterminato Tra i tanti pasticci del Policlinico universitario Umberto I di Roma ce ne sono di particolarmente difficili da districare. Come quello legato alle promesse di internalizzazione degli oltre 450 lavoratori dell'Osa in forza al nosocomio universitario, promesse, inutile dirlo, destinate a rimanere inevase. Perché la direzione del Policlinico ci ripensa, cambia rotta e capitolato di gara, detta condizioni capestro. E costringe la ditta che si aggiudicherà il servizio ad assumere a tempo indeterminato gli operatori che lo svolgeranno. Solo che l'appalto dura appena un anno. E poi? Che fine faranno quelle centinaia di dipendenti se il lavoro non verrà reiterato? O meglio, come potrà sopravvivere l'impresa portandosi sulle spalle tutti quei contratti? "Il nostro obiettivo rimane quello di assorbire il personale", dice oggi il direttore generale Montaguti. Che sulle modalità di questa assunzione collettiva, che riguardarebbe 1/5 del contingente in carico ai reparti dell'azienda ospedaliera, non si sbilancia. C'è il piano di rientro, dice, dovremo aspettare condizioni politiche più favorevoli. Nelle casse regionali non c'è il becco d'un quattrino? Siano i privati a dare seguito alle promesse fatte agli infermieri, agli ausiliari, agli addetti alle mense e alle pulizie che mandano avanti il Policlinico. Li stabilizzassero loro. Attorno al bando di gara, intanto, c'è il vuoto. Chi l'avrebbe mai detto, con la fame di commesse che c'è in giro. Nessun plico d'adesione consegnato, neanche quello della stessa Osa, di fatto per ora interlocutore diretto dell'azienda ospedaliera. "Saranno senz'altro loro ad aggiudicarsi il bando", dice Tonino Cordeschi, responsabile dei Cobas dell'Umberto I. "Gli Osa da anni lavorano fianco a fianco con i nostri dipendenti, conoscono i reparti, le procedure, il lavoro dell'azien da ospedaliera", conferma Montaguti. Solo che la cooperativa deve ancora decidere della propria partecipazione alla gara. È una scelta delicata, impegnativa. "Abbiamo dovuto rimandare la questione alla prossima assemblea dei soci - spiega Giuseppe Milanese, presidente dell'Osa - perché le condizioni imposte dal nuovo capitolato non ci convincono, non danno sufficienti garanzie ai lavoratori. Dove andranno a finire dopo un anno?" Appunto. "Da mesi si stava lavorando a una ipotesi di stabilizzazione del personale invece ora non si parla neanche più di coordinatori degli infermieri o di affidamento di reparti. Si richiede di fatto un generico affitto di manodopera. Ma a che cosa serve un soggetto esterno se poi tutto si riduce alla messa a disposizione del personale, che in realtà sarebbe addirittura coordinato direttamente dal Policlinico?". Sulla questione è intervenuto anche il presidente di Confcooperative, Carlo Mitra, con una lettera indirizzata al presidente della Regione Piero Marrazzo, al suo vice Montino e al ministro del Welfare Sacconi, per richiamare l'attenzione sulla "macroscopi ca anomalia - si legge nella missiva - che sta riguardando le modalità con cui l'azienda ospedaliera intende affrontare una delicata situazione che riguarda oltre 500 operatori coinvolti nei servizi infermieristici ed ausiliari". L'appalto, dicono a Confcooperative, prevede una somministrazione di mano d'opera non autorizzata, tra l'altro vietata dalla legge Biagi. "Il bando scade il prossimo 10 novembre alle ore 12. Dovremo decidere entro quella data se consegnare il plico d'adesione spiega Milanese - ma sono troppe le questioni ancora aperte e, se le cose rimangono in sospeso, saremo costretti a non prendere parte alla gara". Luigi Frati  Non si può dire che il vertice della sanità laziale brilli per chiarezza e capacità gestionale. Marrazzo go vernatore-commissario-commissaria to annaspa, come sfiancato dal lungo braccio di ferro con il Tesoro, il suo braccio armato, l'Agenzia di sanità pubblica partorisce un piano di riordino ospedaliero confuso, che sa di raffazzonato. Pasticciano con le delibere, con i ricorsi, con i manager Asl vecchi e nuovi. L'ansia di tagliare e risparmiare va a discapito del buon governo, della oculatezza delle scelte. Non merita la sufficienza la coppia Marrazzo- Montino, troppo avanti e indietro, troppe roboanti dichiarazioni: qualche imbarazzo suscitano le teste pensanti dell'Asp, ormai più impegnate a gestire i pasticci interni (l'Agenzia comincia a costare troppo, e in questo periodo di vacche magre....) che a monitorare l'evoluzione della sanità laziale. Galleggiano letteralmente per sopravvivere presidente e vice presidente della Commissione sanità. Canali interviene su tutto e tutti, si agita come un cane da gregge, ma talvolta gira a vuoto; si muove con misura, ma ancora con troppa prudenza Vincenzo Saraceni . Brillano gli eterni grilli parlanti, quel Robilotta che non perde occasione per criticare, chiosare, analizzare, suggerire, e quel Pallo ne che intasa le agenzie di comunicati. Saranno all'opposizione, ma almeno dimostrano di essere vivi, e dicono quasi sempre cose sensate. Dall'altra parte della barricata tacciono tutti, imbarazzati. Non è un bello spettacolo. Sul territorio fa cadere le braccia il direttore generale dell' Umberto I Montaguti . Non ne fa una di giusta. Non resta che sperare nel nuovo rettore Frat i per salvare il policlinico universitario dal suo destino. Ma da quella parte vengono segnali inquietanti.... Ubaldo Montaguti Piero Marrazzo Donato Robilotta



Scarsa sicurezza al Pronto soccorso
Esplode la protesta degli infermieri

Il Tempo del 28/10/2008 ed. Latina

Stefania Belmonte Dieci infermieri in protesta, dalle 9 alle 12 di ieri, presso la direzione della Asl, al piano sopraelevato del centro commerciale «Latina Fiori». Il problema è sempre lo stesso: la sicurezza, che al nosocomio pontino manca. "Una richiesta che appare semplice e legittima, ma che al Santa Maria Goretti, in particolare al pronto soccorso, sembra essere un'utopia". Da anni lo affermano gli infermieri, che lo hanno ribadito al direttore generale della Asl di Latina, la dott.ssa Ilde Coiro, e al direttore sanitario Carlo Saitto, che ieri mattina li hanno ricevuti e con i quali hanno parlato del problema sicurezza all'interno dell'ospedale, nonché dei lavori che avrebbero già dovuto avere inizio al pronto soccorso e che invece non hanno ancora visto la luce. Per oggi alle 12 è previsto un nuovo incontro negli uffici dell'azienda sanitaria, cui parteciperanno anche la caposala e il primario del pronto soccorso. "La situazione sicurezza al Goretti è grave", ripetono, ormai da tempo, gli infermieri. A scatenare la protesta di ieri è stato l'ultimo episodio di violenza contro il personale sanitario del pronto soccorso, avvenuto dieci giorni fa e in cui era rimasto ferito un infermiere, Marco De Marco (già al terzo episodio in pochi anni), che ha denunciato alla polizia il suo aggressore. L'uomo, un setino di 34 anni, era arrivato in ospedale con una sospetta colica renale e, secondo il racconto dei sanitari, pretendeva di essere curato subito, senza attendere il proprio turno secondo il criterio di urgenza. In attesa c'erano anche diversi altri pazienti che, come lui, risultavano meno gravi di un codice rosso che era in corso in quel momento. Il 34enne, arrivato con la madre verso le 20.30, avrebbe iniziato prima con l'inveire contro medici e infermieri, poi avrebbe continuato lanciando una sedia - rompendone la spalliera - contro la porta sul retro dell'accettazione, danneggiando anche quest'ultima. Prima di andare via, infine, avrebbe anche schiaffeggiato l'infermiere.



Attese di ore e proteste, una domenica «bestiale»

La Nazione del 28/10/2008 , articolo di LARA SANFILIPPO ed. Siena p. 2

di LARA SANFILIPPO DISAGI E PROTESTE per i tempi di attesa al pronto soccorso delle Scotte. Numerose le segnalazioni che a volte denunciano una tempistica imbarazzante per l'accesso alle visite mediche. Ancora più grave quando ad essere coinvolti sono i bambini, notoriamente molto più «sensibili» rispetto agli adulti. La giornata di domenica è stata un' autentica «odissea» per quanti hanno avuto bisogno di cure mediche, il pronto soccorso è stato infatti letteralmente invaso. «Domenica pomeriggio - ha raccontato la madre di un bambino di 2 anni e mezzo - intorno alle 14.15, sono andata con mio figlio al pronto soccorso, in seguito ad una caduta che gli provocava un forte dolore al collo. Dopo un'attesa di tre ore dentro una stanza (in cui, peraltro, c'erano altri bimbi con stati febbrili, malattie infettive ecc...) siamo stati indirizzati al reparto ortopedico e alle 19.15, siamo usciti finalmente con la diagnosi di una clavicola fratturata ed un tutore». La domanda che gli utenti si pongono è: quale il motivo di attese così lunghe? Probabilmente le cause sono più d'una e la più importante è sicuramente la carenza di personale medico e non, anche se il quadro, l'altro ieri, è stato aggravato dalla giornata festiva. Comunque il disagio c'è stato. «La giornata di domenica è stata molto particolare - ammettono alle Scotte - , durante il pomeriggio, nel giro di quattro ore, è arrivato per ben tre volte l' elisoccorso, quindi codici rossi che necessitavano di un trattamento urgente». Fra questi anche il quarantenne grossetano (ne parliamo qui a fianco), che ha avuto un grave malore durante la Sagra del tordo. AL MOMENTO dell'ingresso al pronto soccorso, infatti, gli infermieri del triage infermieristico attribuiscono un codice colore per stabilire la priorità di accesso alle cure, al fine di evitare le attese per i casi urgenti: codice rosso, molto critico, accesso immediato alle cure; codice giallo, mediamente critico, accesso rapido alle cure; codice verde, poco critico, accesso di bassa priorità; codice bianco, non critico, non urgente. «Solitamente - hanno spiegato ancora all'ospedale - non ci sono casi molto gravi, ma l'altro pomeriggio, oltre all'elicottero, sono arrivati in pronto soccorso un quarto codice rosso e ben diciotto codici gialli». A causare questi disagi sarebbero state, dunque, le emergenze. La domenica infatti non ci sarebbe una diminuzione significativa del personale, essendo la turnazione pressoché uguale agli altri giorni della settimana. Probabilmente, l' aumento dei bisognosi di cure in questa giornata, è dovuto al fatto che, non essendo, per la maggiorparte dei cittadini, lavorativa, si sta più in giro per le strade e si è potenzialmente più esposti al rischio. «NONOSTANTE la lunga attesa - ha raccontato un altro paziente - abbiamo però potuto contare su un personale infermieristico molto disponibile». Lamentele dunque, ma anche notazioni positive; forse servirebbe una maggiore collaborazione tra le due parti: implementazione del personale sanitario da un lato, maggiore pazienza e tolleranza da parte dei pazienti (anche se spesso non è così facile). Va ricordato inoltre che ogni giorno al pronto soccorso arrivano molte persone, spesso contemporaneamente, pertanto la priorità del trattamento deve rispettare la gravità clinica e non l'ordine di arrivo. L'attesa, spesso, può prolungarsi, ma il cittadino - è il senso del «messaggio» che arriva dagli operatori - deve comprendere che il personale medico e infermieristico è impegnato ad assistere persone con problemi più urgenti o con maggiore criticità. Laddove i tempi di attesa, fossero invece ascrivibili a cause di negligenza - aggiungiamo noi - , sarà bene invece denunciare l'accaduto e tentare, nella maniera più incisiva possibile, di porvi rimedio.



Civile, studenti in corsia Il Bo apre a Venezia

Corriere del Veneto del 28/10/2008 ed. VENEZIA p. 9

Facoltà di Medicina in laguna, primi sette iscrittiL'accordo tra ateneo e Asl 12 prevede la possibilità di fare il triennio clinico in città. In arrivo master e corso per infermieri VENEZIA - I primi sette studenti cominceranno a girare per i reparti di Medicina e Chirurgia già dalle prossime settimane. Per loro c'è stata una piccola inaugurazione, quasi informale, ieri all'ospedale Civile, in attesa di quella vera con parterre istituzionale. Sette studenti dell'ultimo anno di Medicina: è lo sbarco della facoltà di Padova a Venezia. Se ne parla da almeno sei anni, da quando dopo il lungo lavoro preparatorio del direttore generale Antonio Padoan, il presidente della Regione Giancarlo Galan firmò il protocollo con le tre università, Ca' Foscari, IuaV e Bo perché l'ospedale Civile diventasse il cuore dell'attività universitaria collegata alla sanità, una iniezione di energia contro tutte le tentazioni e i timori di chiusura della struttura lagunare.Il percorso è stato lungo, faticoso e pieno di ostacoli (soprattutto tra le fila universitarie padovane): prima sono arrivati gli studenti del master in management sanitario di Ca' Foscari, poi quelli di design delle strutture medicali di IuaV e ancora, gli aspiranti infermieri dell'Università di Udine. E finalmente la facoltà. Potrebbe essere solo il primo passo che l'università patavina fa in laguna: in programma c'è anche la sede del master in salute pubblica, oltre al corso di laurea per infermieri (se l'accordo sarà ampliato).I primi sette studenti, accolti ieri al Civile dal preside della facoltà Giorgio Palù, dal vice preside Giovanni Franco Zanon, dal Ermanno Ancona, primario della Chirurgia IV alla clinica universitaria di Padova (ex vicesindaco nella giunta Destro), luminare della chirurgia dell'esofago, dal professor Giovanni Battista Ambrosio, primario di Medicina a Venezia e titolare della cattedra di Terapia medica al Bo e dal direttore generale dell'Asl 12, Antonio Padoan, sono quelli che hanno scelto di fare a Venezia e non a Padova il tirocinio dell'ultimo anno. L'accordo tra il Bo e l'Asl 12 prevede che possa essere svolto a Venezia il triennio clinico (dal quarto al sesto anno): quest'anno inizia il sesto, l'anno prossimo arrivano gli studenti del quinto e del sesto, nel 2010 l'intero triennio. Intanto si parla di triennio sperimentale, ma nel progetto del nuovo padiglione Jona è previsto uno spazio con 24 camere per studenti. Non un caso insomma.Per Padova significa trovare una valvola di sfogo autorevole alla cronica mancanza di spazi, ma anche la possibilità di sfruttare il «marchio Venezia» per quelle attività più aperte al palcoscenico internazionale (per esempio il master in public health). Per Venezia la collaborazione con il Bo rappresenta la possibilità di agganciare il Civile al mondo universitario, con tutto quello che significherà l'arrivo di giovani, di docenti (oggi i due primari di Medicina, Ambrosio e Chirurgia, il professor Giuseppe Zaninotto, sono già professori della clinica universitaria) e di presenze internazionali. Senza contare la sperata iniezione di ottimismo per chi è convinto che dietro l'angolo della sanità lagunare ci sia solo la graduale chiusura dell'ospedale.Claudia Fornasier Da Padova alla laguna Gli studenti di Medicina arrivano al Civile



Laurea per diventare infermieri
211 candidati per soli 21 posti

Gazzetta di Modena del 28/10/2008 ed. Nazionale p. 19

Sono 211 gli studenti che ambiscono a conquistare uno dei 21 posti disponibili per la laurea specialistica in Scienze infermieristiche ed ostetriche dell'Università di Modena. Praticamente, 10 candidati per ogni studente ammesso. Molto più numerose le donne, che saranno 148 (70,14%). Il test di ammissione, in programma oggi, stabilirà la graduatoria degli ammessi. L'esame si articola in 80 domande a risposta multipla su temi di teoria e pratica della professione di infermiere e ostetrica, di legislazione sanitaria, di cultura generale e logica, matematica statistica informatica e inglese e di scienze umane e sociali. Dati alla mano, sottolinea intanto una nota dell'ateneo di Modena, "anche quest'anno il corso di laurea specialistica in Scienze infermieristiche ed ostetriche, che l'anno scorso ha fatto per la prima volta il suo esordio nell'offerta didattica dell'Università, ha registrato un eccezionale boom di domande di ammissione". L'iniziativa formativa ospitata a Reggio Emilia, al Padiglione Livi nel Campus San Lazzaro, mira a preparare personale in grado di intervenire nei processi gestionali, formativi e di ricerca in qualità di infermiere, ostetrica, infermiere pediatrico, con competenze di tipo assistenziale p educative. La prova di ammissione di oggi si terrà nelle aule del Centro servizi didattici della facoltà di Medicina e Chirurgia a Modena, dove i candidati sono invitati a presentarsi tassativamente alle 9. L'esame inizierà alle 11. I candidati non dovranno portare con sè cellulari, appunti, libri, carta e penne.



Oggi il test: in 211 per 21 posti

Gazzetta di Reggio del 28/10/2008 ed. Nazionale p. 22

La sede del corso di laurea è al Campus San LazzaroSono 211 gli studenti che ambiscono a conquistare uno dei 21 posti disponibili per la laurea specialistica in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche dell'Università degli studi di Modena e Reggio. Un test di ammissione stabilirà la graduatoria degli ammessi; la prova si terrà oggi a Modena. Anche quest'anno il corso di laurea specialistica in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche della facoltà di Medicina e Chirurgia, che l'anno scorso ha fatto per la prima volta il suo esordio, ha registrato un eccezionale boom di domande di ammissione.L'iniziativa formativa ospitata a Reggio, al Padiglione Livi all'interno del Campus San Lazzaro, e che mira a preparare personale sostenuto da una formazione culturale e professionale, per intervenire nei processi gestionali, formativi e di ricerca nel complesso delle professioni sanitarie di infermiere, ostetrica/o, infermiere pediatrico, esprimendo competenze avanzate di tipo assistenziale, educativo e preventivo nei confronti dei problemi di salute della popolazione e di qualità dei servizi e gestire le esigenze della collettività, lo sviluppo di nuovi metodi di organizzazione del lavoro, l'innovazione tecnologica e informatica, l'omogeneizzazione degli standard operativi a quelli dell'Unione Europea, ha ripetuto il successo dell'anno scorso.A contendersi uno dei 21 posti disponibili si presenteranno in 211, praticamente si avranno 10 candidati per ogni studente ammesso. Molto più numerose le donne che saranno 148 (70,14%).La prova di ammissione si terrà oggi nelle Aule del Centro Servizi Didattici della facoltà di Medicina e Chirurgia a Modena, dove i candidati sono invitati a presentarsi tassativamente per le ore 9 in modo da consentire alla commissione di espletare le procedure di identificazione ed il controllo dei documenti in tempo utile per iniziare l'esame per le ore 11.


Precari, Asl contro Regione

Il Centro del 28/10/2008 ed. Edizione unica regionale p. 30

Il manager accusa i funzionari per la revoca dei contratti
LANCIANO. Da un lato l'incontro con una rappresentanza dei 27 precari che dal 1° novembre concluderanno i contratti con la Asl, per spiegare perché devono andare via nonostante sia stato redatto un piano per la loro stabilizzazione. Dall'altro formulazione e controllo delle graduatorie di tecnici di laboratorio e infermieri, che dovranno sostituire i colleghi che da lunedì saranno senza lavoro. Questi i fronti sui quali la Asl Lanciano-Vasto si sta muovendo. «La direzione sanitaria non vuole mandare a casa i lavoratori di cui ha bisogno», afferma il manager, Michele Caporossi.«La Asl è stata costretta a sospendere le proroghe», aggiunge il manager, «perché i funzionari regionali hanno bloccato la stabilizzazione, nonostante sia stata redatta in base alla Finanziaria. L'atteggiamento è quello del "o tutti o nessuno": o la stabilizzazione per tutte le Asl o tutti a casa. Una scelta che non può essere imposta a chi lavora rispettando le leggi».«Sono tre le lettere che la Regione ha inviato all'azienda, in cui impone di "porre nel nulla" la stabilizzazione», spiega il direttore amministrativo, Antonello Maraldo. C'è un problema normativo, «una sovrapposizione di leggi nazionali e regionali che bloccano la stabilizzazione e la redazione del nuovo piano assunzioni. In attesa di conoscere le direttive regionali», aggiunge, «e per evitare disagi agli utenti si lavora sulle nuove graduatorie». Quindi dal 1° novembre fuori i 17 precari col contratto scaduto (3 infermieri, 11 tecnici di laboratorio, 3 collaboratori) e dentro altri precari. «La difficoltà maggiore è nel trovare tecnici di laboratorio. La graduatoria è lunga» afferma Maraldo, «ma solo 7-8 hanno le caratteristiche giuste, ovvero non aver superato i 3 anni di attività nella stessa azienda negli ultimi 5 anni». Mancano 4 tecnici. «Saranno sostituiti dal personale in servizio e dalla tecnologia», precisa Alfredo Cordoni, direttore sanitario «con i laboratori che immettono in rete i dati per fare i referti, così si evitano disagi e attese». Le attese maggiori potrebbero esserci per i referti delle analisi (in media oggi un paio di giorni), dell'anatomia patologica (oggi 15 giorni) e della citologia.Diversa la situazione degli infermieri. Sono 224 le domande pervenute per i 3 posti lasciati dai precari, ma anche in questo caso bisognerà fare la selezione in base ai mesi di lavoro già effettuati. Da un lato i 27 precari che hanno i contratti sospesi, hanno lavorato anche per 10 anni per la Asl, che sperano che la Regione dia il via libera alla stabilizzazione; dall'altro i nuovi precari che, seppure per un tempo determinato, avranno la possibilità di lavorare.Teresa Di Rocco



«Salari bassi e super lavoro» La rabbia degli infermieri

Il Tirreno del 28/10/2008 ed. Pontedera p. 2

LA PROTESTA Venerdì sciopero nella sanitàPONTEDERA. Acque agitate nella sanità. «Gli infermieri non ci stanno... riparte la protesta. Il 31 ottobre sciopero di 24 ore dei lavoratori del servizio sanitario nazionale», recita un documento del Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche.«L'Asl 5 - accusa il Nursind - è inadempiente rispetto alla normativa sul diritto di sciopero in quanto non ha provveduto ad effettuare le comunicazioni al personale che dovrebbe prestare i servizi minimi in quanto contingentato. Oggi l'organizzazione aziendale è così diversa da quella su cui è stato fatto l'accordo sui servizi minimi in caso di sciopero, tanto da non prevedere nei contingenti minimi molte unità operative e servizi che, seguendo la normativa sul diritto di sciopero, rischiano di essere completamente sguarnite di personale infermieristico qualora questo volesse aderire allo sciopero, dovendo nel caso ricorrere alla precettazione. Le notizie sulla possibile adesione allo sciopero che giungono dai 200 infermieri iscritti a Nursind rendono tale rischio da non sottovalutare».«Le motivazioni che hanno portato alla proclamazione dello sciopero nazionale - prosegue il Nursind - sono conseguenti allo stato di estrema sofferenza in cui versano, per condizioni di lavoro e stipendio, gli infermieri italiani e per i continui attacchi al sistema sanitario pubblico portato avanti dalla politica del governo».Queste alcune delle richieste che gli infermieri avanzano attraverso il Nursind: eliminare la sottrazione di risorse economiche dai fondi per la contrattazione aziendale verso i bilanci aziendali in caso di malattia; togliere il dirottamento del 20 per cento dei risparmi derivanti dal rapporto di lavoro part-time, dal fondo della produttività al bilancio aziendale; eliminare il discrimine rispetto al lavoro privato nella fruizione dei permessi di cui alla legge 104/92; eliminare le penalizzazioni di stipendio per chi effettua donazione di sangue o midollo; rivedere le modifiche introdotte al decreto legislativo 66/2003 che aumentano la flessibilità del lavoro e riducono il diritto al riposo dopo il turno di reperibilità, aumentando così la possibilità di eventi negativi in un settore così delicato come quello della salute; il riconoscimento del carattere usurante del lavoro infermieristico; l'aumento ragionevole nello stanziamento economico per il rinnovo dei contratti; l'istituzione dell'ordine degli infermieri; la detassazione delle ore straordinarie. A livello locale il Nursind pone l'attenzione sulle carenze degli organici all'Azienda ospedaliera pisana e all'Asl 5.



«Attenti, venerdì 400 infermieri incroceranno le braccia»

Il Tirreno del 28/10/2008 ed. Pisa p. 3

PISA. Si prevede che almeno quattrocento infermniei aderenti al Nursin dpossano aderire allo sciopero nazionale proclamato dallo stesso sindacato per venerdì.«L'Aoup - dicono i sindacati - nonostante fosse stata diffidata è adempiente rispetto alla normativa sul diritto di sciopero perché non ha provveduto a fare le comunicazioni al personale che dovrebbe prestare i servizi minimi in quanto contingentato così come previsto nell'accordo nazionale del 2001».«Ma allora - aggiunge il Nursind - l'organizzazione aziendale era molto diversa da oggi, tanto da non prevedere nei contingenti minimi molte unità operative e servizi che, seguendo la normativa sul diritto di sciopero, rischiano di essere completamente sguarnite di infermieri se dovessero aderire, dovendo nel caso ricorrere alla precettazione. E finora pare che aderiscano in 400, rischio da non sottovalutare.Due anni fa solo il senso di responsabilità degli infermieri e del sindacato aveva scongiurato il ricorso al Prefetto. Oggi siamo esattamente nella stessa situazione non avendo l'azienda provveduto a rinegoziare e aggiornare l'accordo sui contingenti minimi di personale in caso di sciopero». Si legge nelle motivazioni dello sciopero: «Dopo le continue riorganizzazioni dei vari sistemi sanitari regionali che mirano alla diminuzione del personale di assistenza, con la cronica carenza nel mercato del lavoro della risorsa infermieristica, nonostante la reale usura degli infermieri che per tutta la carriera svolgono il lavoro notturno e garantiscono la copertura del servizio nelle 24 ore, nonostante i magri stipendi che non valorizzano una professione indispensabile per ogni sistema sanitario pubblico o privato, si è ritenuto di fare ulteriori tagli dei fondi contrattuali e degli stipendi degli infermieri, piuttosto che adeguarli alla media salariale europea e far riconoscere l'alto valore sociale della professione».



«Poco personale per i pazienti gravi»

L'Arena di Verona del 28/10/2008 p. 14

Una lettera-esposto al prefetto di Verona, Italia Fortunati, affinchè li aiuti «a lavorare meglio, garantendo la necessaria assistenza ai degenti». È un'iniziativa del Cub-confederazione unitaria di base, che l'anno scorso - per la prima volta - ha eletto due rappresentanti tra le Rsu dell'Azienda ospedaliera. «Un passo obbligato a fronte del silenzio dell'Azienda ospedaliera», annota Paola Piazzola, una dei due delegati sindacali, «che non si è degnata di rispondere a una delle tante lettere scritte dall'agosto 2005 a oggi». Lettere che hanno lo stesso oggetto. «Nella clinica Neurologica di Borgo Roma il personale paramedico è carente al punto che siamo costretti a saltare turni di riposo e ferie», denuncia Piazzola, «per garantire adeguata assistenza ai ricoverati. Che nove volte su dieci sono totalmente non autosufficienti: parliamo di malati di Alzheimer o morbo di Parkinson, malati di sclerosi multipla, soggetti in stato vegetativo permanente che richiedono assitenza al cento per cento, di giorno e di notte». Nella lettera-esposto, il responsabile regionale della Sanità dei Cub, Federico Martelletto, chiede al prefetto di convocare entro cinque giorni il tavolo sindacale di conciliazione e annuncia, nel contempo, la proclamazione dello stato di agitazione «del personale dell'Azienda ospedaliera». I rappresentanti sindacali evidenziano, dati alla mano, come l'organizzazione del lavoro necessiti di correttivi. «Il reparto consta di 28 posti letto ufficiali», dichiara Piazzola, «ma i letti bis sono all'ordine del giorno: dal primo gennaio al 3 ottobre scorso sono stati ben 232. Il personale? Siamo 16 infermieri, suddivisi in tre turni e 5 operatori socio-sanitari. Le assenze per malattia non vengono integrate: ci danno una mano i tirocinanti, ma non va bene. Noi infermieri siamo ancora tenuti a operare per compiti, è un approccio datato che non va bene, perchè manca la responsabilizzazione complessiva che ogni operatore sanitario vorrebbe avere dei pazienti che assiste». «In queste condizioni di carenza cronica», aggiunge Piazzola, «non possiamo farci carico di una novità che dovrebbe essere attivata a breve, la Stroke Unit per chi ha avuto un ictus. Sono pazienti subintensivi e abbisognano di assistenza a nostra opinione diversa». Il primario Nicolò Rizzuto dice di «trasecolare nell'apprendere dell'iniziativa sindacale. In questo reparto non massacriamo nessun lavoratore. Ospitiamo pazienti acuti e in emergenza, ma non mi risulta ci siano problemi. Se non quello della mancanza di una lungodegenza dove inviare i pazienti, una volta dimessi da noi. Ma perchè gli infermieri non sono venuti da me?»



Analisi, parte il servizio

Messaggero Veneto del 28/10/2008 ed. Gorizia p. 13

Mariano: da giovedì in ambulatorio i prelievi del sangue
MARIANO. Il servizio di prelievi del sangue a Mariano sarà attivato a partire da giovedì, 30 ottobre, dalle 8 alle 8.30 presso l'ambulatorio comunale. Era già da diversi mesi che l'amministrazione comunale intendeva aprire questo sportello medico.Il sindaco di Mariano, Adriano Nadaia, si era incontrato con la responsabile del distretto sanitario di Cormòns, dottoressa Marcella Bernardi, i medici di base che operano a Mariano del Friuli, Maria Pia Cisilin e Albino Visintin e i responsabili del servizio infermieristico sul territorio isontino per discutere in merito dell'apertura di questo servizio.Un vertice che ha fatto seguito a una serie di confronti che si erano tenuti in passato e che avevano coinvolto anche la direttrice generale dell'Azienda sanitaria, Manuela Baccarin. Gli incontri hanno avuto esito positivo e, alla luce di tale considerazione, il servizio dei prelievi del sangue è pronto a partire.In concomitanza con l'avvio dei prelievi era previsto anche l'inizio del servizio infermieristico per altri tipi di esami come, per esempio, la misurazione della pressione e l'esame delle urine, da effettuarsi al mattino, dalle 10.30 alle 12.La partenza è stata invece rimandata , solo momentaneamente in attesa che l'organizzazione perfezioni l'organigramma per l'attività infermieristica. In novembre, tuttavia, dovrebbe essere tutto pronto.Questo servizio non è da confondere con quello che ricevono oggi le persone non autosufficienti e che viene svolto dall'unità operativa dell'Adi (Assistenza domiciliare integrata), che offre prestazioni sanitarie di carattere medico e infermieristico (prelievi, iniezioni) e servizi di assistenza sociale che sono garantiti dall'amministrazione municipale.Sarà un servizio che sarà messo a disposizione delle persone anziane che hanno difficoltà a recarsi presso le strutture distrettuali e sarà utile a tutti coloro che hanno bisogno di tenere sotto controllo la pressione e i valori del sangue per ricevere, in seguito, le adeguate cure mediche.Il servizio, come detto, si inizierà giovedì e sarà a disposizione tutti i giovedì con il seguente orario: dalle 8 alle 8.30 per i prelievi del sangue per un massimo di 15 persone, sarà quindi indispensabile programmare l'attività dando la precedenza ai casi più urgenti.Marco Silvestri



Infermieri, sciopero di 24 ore

Messaggero Veneto del 28/10/2008 ed. Gorizia p. 2

Proclamato per il 31 ottobre dopo il sit-in a Montecitorio - PROTESTAGli infermieri non ci stanno. Riparte la protesta come preannunciato e dopo il sit-in davanti a Montecitorio (avvenuto il 23 ottobre), il 31 ottobre vi sarà uno sciopero nazionale di 24 ore.«Abbiamo chiesto ai deputati - afferma il segretario provinciale del NurSind Luca Petruz - di farsi carico delle difficoltà della categoria e stimolare il Governo ad adottare idonei provvedimenti. Le motivazioni che stanno alla base della mobilitazione sono conseguenti allo stato di estrema sofferenza in cui versano gli infermieri italiani». Petruz cita «le continue riorganizzazioni dei vari sistemi sanitari regionali, lo sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche che richiedono una continua formazione ed un aumento della responsabilità professionale nella presa in carico dello stato di salute dei cittadini, la cronica carenza nel mercato del lavoro della risorsa infermieristica, l'usura dei lavoratori che per tutta la carriera svolgono il lavoro notturno e garantiscono la copertura del servizio nelle 24 ore, i magri stipendi che non valorizzano una professione indispensabile per ogni sistema sanitario pubblico o privato».«Accanto a tutto ciò - continua - si è ritenuto di procedere a tagli dei fondi contrattuali e degli stipendi degli infermieri, piuttosto che adeguarli alla media salariale europea e far riconoscere l'alto valore sociale della professione». Fra le richieste avanzate dagli infermieri attraverso il NurSind figurano il riconoscimento del carattere usurante del lavoro infermieristico; l'aumento nello stanziamento economico per il rinnovo dei contratti (inflazione programmata all'1,7 per cento contro un'inflazione reale del 4,1 per cento); l'istituzione di un'area contrattuale separata per il personale infermieristico e per le professioni sanitari, per la specificità del mandato e l'appartenenza ad una categoria dov'è prevista l'iscrizione all'albo professionale; la possibilità di svolgere l'attività libero professionale in regime di esclusività o aperta all'extramoenia senza incompatibilità; - l'istituzione dell'Ordine professionale degli Infermieri; - la detassazione delle ore straordinarie, come previsto per i lavoratori dipendenti del privato.«I punti sopra citati - conclude Petruz - rappresentano solo alcune delle ragioni dello sciopero nazionale di 24 ore proclamato per il 31 ottobre 2008. E per l'occasione abbiamo realizzato un documento, denominato "Le 10 note", ovvero i dieci punti che stanno più a cuore agli infermieri italiani, che auspichiamo venga seriamente preso in considerazione dai parlamentari italiani, per risolvere l'annosa questione infermieristica».



VOLONTARI che fanno sorridere i bambini

Medico e Paziente del 25/10/2008 N. 7 SETTEMBRE 2008 p. 42

Dal 2000 la Fondazione Operation Smile Italia aiuta i bambini che necessitano di interventi di chirurgia facciale ricostruttiva. Ogni anno sono circa 12mila i piccoli trattatiDal 1982, anno nel quale negli Stati Uniti fu fondata Operation Smile International, 110.000 bambini di diverse parti del mondo, che non avrebbero potuto accedervi altrimenti, sono stati sottoposti a interventi di chirurgia facciale ricostruttiva e hanno potuto finalmente sorridere. Un sorriso conquistato grazie all'attività volontaria di medici e altri operatori sanitari, ma anche di persone comuni, che hanno scelto questo impegno come missione di vita Spostarsi in diverse aree del mondo offrendo professionalità e buona volontà rappresenta, infatti, l'obiettivo del lavoro di questa Onlus. Anche la sezione italiana dell'Organizzazione, nata nel 2000, ha contribuito, e continua a farlo, a raggiungere questi importanti risultati. L'attività di volontariato si compone di diverse fasi, che vanno dalla sensibilizzazione verso il problema alla raccolta fondi, fino all'organizzazione delle missioni in cui operano medici e personale di supporto. Per conoscere meglio la complessa macchina che muove tali iniziative, abbiamo rivolto alcune domande a Beatrice Menis dalla Chiesa, vice presidente della Fondazione Operation Smile Italia. Quali sono le difficoltà maggiori che un'Assodatone come la vostra si trova a dover affrontare? Com'è intuibile, il primo problema è raccogliere i fondi per i sempre più numerosi progetti di cui ci dobbiamo occupare; ogni anno operiamo circa 12.000 bambini, ma le richieste sono molte di più e migliaia non possono essere soddisfatte. È un impegno quotidiano al quale si dedicano più persone, alcune concentrate sui donatori individuali, altre sugli eventi di raccolta fondi, anche se tutti ci diamo da fare per assicurare un iiituro più sereno ai bambini che vengono da noi per trovare una speranza di vita migliore. Per il prossimo anno l'obiettivo è di restituire il sorriso a 17.000 bimbi. L'impegno richiesto ai volontari è tanto, soprattutto a quelli che partono ogni mese per le missioni. Ma si può aiutare il nostro operato in tanti modi: per esempio, dando visibilità alle nostre inizitive, come potrebbero fare i Medici di famiglia mettendo a disposizione nei loro ambulatori materiale informativo sulla nostra Fondazione e, soprattutto, sull'attività scientifica che essa compie Cosa riuscite a finanziare? Finanziamo una missione all'anno, quasi tutta composta da volontari italiani e ogni mese riusciamo a far partire i nostri volontari in tutti i Paesi in cui la Fondazione attua i suoi progetti medici. I Paesi nei quali compiere le missioni vengono scelti dalT'head quarter" che ha sede a Norfolk, negli Stati Uniti, e dal nostro comitato scientifico. Medici, infermieri, personale d'assistenza sono tutti volontari e l'organizzazione paga loro solo il viaggio, l'alloggio e un pasto giornaliero. Oltre ai volontari medici, ci sono anche i fotografi, i medicai record e i terapisti del gioco. Nella prima fase di ogni missione viene fatto uno screening dei bambini che si presentano nella speranza di poter essere aiutati; è il momento nel quale si selezionano i casi che possono essere operati. Si tratta di un momento dove lo spirito umanitario che ci anima è messo a dura prova dalla necessità di scegliere con razionalità chi può trarre giovamento dal nostro intervento. Occorre essere molto concreti e, a volte, si devono rifiutare proprio i casi più drammatici, che necessitano di strutture più attrezzate. Per quanto riguarda l'atmosfera che si respira durante le missioni, è molto bello constatare che persone che non si conoscono e hanno competenze diverse si trovano a lavorare gomito a gomito e in situazioni non certo ottimali, senza che questo crei tensioni: si è tutti accomunati dallo stesso spirito e dallo stesso fine; è incredibile vedere operare insieme chirurghi e infermieri, ferristi, anestesisti che parlano lingue diverse e che, il più delle volte, non si sono nemmeno mai visti. Svolgete anche assistenza a distanza? No, ma abbiamo dei team medici che ritornano nel Paese dove si è compiuta la missione dopo circa sei mesi dagli interventi ed effettuano i controlli con l'ausilio delle Fondazioni locali. In molti Paesi stiamo aprendo dei Centri di cura di Operation Smile per garantire la sostenibilità della nostra azione e lasciare un'eredità duratura, che si completa con la formazione dei medici e degli infermieri locali, affinchè possano garantire continuità alla nostra opera. Chi fosse interessato può trovare ulteriori informazioni sul sito www.operationsmile.it. Attualmente, l'unica sede italiana è quella di Roma; chi fosse interessato a collaborare con la Fondazione, soprattutto per raccogliere fondi, può contattare direttamente il numero 06 8530 5318.

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