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La richiesta di prestazioni assistenziali di qualità e personalizzate è sempre più in aumento; si accresce pertanto anche il livello di competenza e responsabilità dell'infermiere nei confronti della persona assistita; i tempi esigono professionisti preparati, capaci di confrontarsi in équipe multidisciplinari e che sappiano dare garanzie sulle proprie azioni, in quanto consapevoli delle conseguenze che possono derivare dalle loro decisioni e dal modo di condurre gli interventi

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mercoledì, novembre 26

Rassegna Stampa - 26.11.2008


50 infermieri nelle case di cura private

Avvenire del 26/11/2008 p. 22

La Divisione specializzata Healthcare di Articolo 1 ricerca 50 infermieri per case di cura private. I candidati devono essere in possesso di laurea in Scienze infermieristiche o equipollenti e relativa iscrizione al Collegio professionale (Ipasvi), anche neo-laureati senza alcuna esperienza. Saranno adibiti a tutti i reparti con preferenza di sala operatoria, cardio chinirgia, ortopedia, neurologia. Eventuali candidati extracomunitari devono essere in possesso di titolo di infermiere riconosciuto come equipollente dal ministero della Salute ed essere iscritti al Collegio professionale. Inoltre è richiesta una capacità linguistica idonea alla mansione. Si offre contratto di somministrazione di 6-12 mesi. Sedi di lavoro: Pordenone, Bergamo, Torino, Bologna, Bari, Taranto, Brindisi, Foggia, Palermo. I cv, con foto tessera allegata, indicazione della posizione e sede di interesse, vanno inviati ad: Articolo 1 spa Via Zamboni, 1 40126 Bologna Tei.: 0515880474 Fax: 0515880534 E-mail: agostino .tantini @ articolol.it.


Consiglio Ipasvi

Il Piccolo di Trieste del 26/11/2008 ed. Nazionale p. 32

A conclusione del mandato triennale del consiglio direttivo di Ipasvi, il collegio professionale che raggruppa oltre duemila infermieri, assistenti sanitari e vigilatrici d'infanzia della provincia di Trieste, vorrei porgere il mio più sentito ringraziamento alle centinaia di colleghi che ho incontrato in questi anni e che, insieme al consiglio, hanno collaborato per le molteplici iniziative realizzate dal 2006 ad oggi: penso alla realizzazione di un osservatorio per la revisione delle reti infermieristiche in Friuli Venezia Giulia, ma anche e soprattutto all'impegno per il riordino della professione e l'applicazione della nuova legge per la valorizzazione infermieristica, così come al recentissimo confronto sulla responsabilità professionale. Ma voglio anche ringraziare gli interlocutori degli enti e delle istituzioni - politiche, sanitarie, di impegno socio-assistenziale e di volontariato - che hanno creduto e credono alla trasparenza ed alle iniziative di Ipasvi, e che sono stati in questi anni referenti preziosi per proseguire in un comune terreno di impegno per la salute dei cittadini. Dal 28 al 30 novembre si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del consiglio direttivo del Collegio infermieristico nella provincia di Trieste e molti colleghi ci hanno chiesto di continuare sulla strada intrapresa anche per il prossimo mandato. L'impegno è sostanzioso, così come sono importanti gli obiettivi ancora da raggiungere per un assetto capace di accogliere in maniera ottimale le esigenze dell'utenza: traguardi che - lo dimostra l'esperienza di questo triennio - richiedono impegno quotidiano ed azioni concrete, ma anche la consapevolezza che, al di là degli approcci e delle soluzioni proposte, al di là di come potranno evolvere le linee d'indirizzo, l'importante è sentirsi sempre dalla stessa parte: quella dei cittadini e di chi, nelle corsie degli ospedali o al proprio domicilio, si affida quotidianamente alle nostre cure per la tutela della sua salute. Flavio Paolettipresidente del consiglio direttivo di Ipasvi Trieste


Sanitari del carcere senza stipendio

Il Resto del Carlino del 26/11/2008 ed. Ancona p. 5

MEDICI ed infermieri in servizio al carcere di Montacuto non percepiscono lo stipendio da quasi due mesi e le notizie in vista del Natale non sono confortanti. Intanto nel penitenziario del capoluogo di regione la popolazione carceraria cresce giorno dopo giorno e ha già raggiunto e superato i numeri del periodo successivo all'indulto del 2006. Con il passaggio delle competenze in ambito sanitario dal Ministero della giustizia ad un livello localistico, ossia sotto il controllo delle singole Asur, sono sorti alcuni problemi che solo il tempo potrà sistemare. Tra questi ci sono gli stipendi del personale medico e infermieristico fisso all'interno della struttura carceraria. Sono una ventina i professionisti che si trovano senza stipendio da settembre, 6 medici e 10 infermieri fissi oltre a 5 cinque specialisti che però svolgono servizio saltuario a seconda delle necessità. "IL TIMORE è che per avere quello che ci spetta _- spiega attraverso una nota il gruppo dei sanitari coinvolti nel problema - se ne riparlerà col nuovo anno. Chi si è impegnato con dei mutui comincia ad essere in grossa difficoltà e di certo questo non è il periodo migliore per stringere la cinghia con il Natale alle porte. Dal 1° novembre è in atto una forma di agitazione dal servizio che comunque garantirà le emergenze, mentre non saranno garantite le visite giornaliere e le pratiche burocratiche. Questo stato di agitazione durerà fino a quando non si vedranno i soldi, a chi dover fatturare per ricevere i compensi e fino a quando non ci sarà un provvedimento concreto per ridurre la precarietà degli operatori sanitari. Non va dimenticato infine pure il problema della scarsità di personale degli infermieri". LA PROTESTA è stata segnalata già agli enti preposti, dall'assessorato regionale alla sanità all'Asur 7 e ovviamente alla direzione del carcere. Il passaggio di competenze, con decreto attuativo pubblicato il 30 maggio scorso, non è stato ancora digerito dalle istituzioni regionali. Intanto medici ed infermieri sono andati avanti nel loro lavoro, tutt'altro che agevole. Il numero dei carcerati ha superato quota 300 ed ogni mese i sanitari in questione effettuano circa 1.200 prestazioni. A queste si devono aggiungere le emergenze, con pazienti che necessitano trattamenti speciali magari da approfondire poi in ospedale. Infine ci sono da redarre le varie cartelle cliniche dei nuovi ingressi. p.cu.


Le nobili discendenti del cardinal Salviati:
«Noi non molliamo»

L Unita del 26/11/2008 , articolo di ADELE CAMBRIA p. 85

Conferenza stampa insieme alle suorine della Misericordia, alle infermiere e ai cappellani. Ripa di Meana fa appello al Papa e persino al concordato Il contenzioso STUDENTI MEDI Giornata di solidarietà con gli studenti di Rivoli e per sensibilizzare le istituzioni verso l'edilizia scolastica. Alle 17 manifestazione a piazza Venezia, di fronte a Palazzo Valentini.roma@unita.it D'argento, a tre bande, contromerlate di rosso. Così lo stemma dei Salviati, famiglia nobile fiorentina, ma che nella Roma dei Papi, e dei Cardinali, ebbero cariche eccellenti, ed anche una concreta vocazione a fare del bene. Come quel Cardinale Antonio Maria Salviati che, hanno raccontato ieri mattina Oliva Salviati e la figlia Polimnia - con tanto di documenti alla mano, testamento e lascito tradotti dal latino notarile del Seicento - blindò l'ospedale San Giacomo: «Con l'inibizione perpetua e assoluta a disporre di esso, e dei beni costituiti a vantaggio della sua pia funzione, diversamente dal fine esclusivo della cura degli infermi, cui il Cardinale l'aveva destinato». Quando Antonio Maria Salviati acquistò l'ospedale dai Colonna, ne quadruplicò l'estensione(oggi il complesso ingloba 35.000 mq.), fece realizzare i due vasti cortili, dedicò al clero residente un'ala dell'edificio, e, soprattutto, provvide l'ospedale di rendite: che la Confraternita dell'Arcispedale San Giacomo degli Incurabili utilizzava direttamente o faceva circolare «vendendo ai cittadini romani quelle che oggi chiameremmo azioni». ...La tentazione mi viene, guardando le due donne una più affascinante dell'altra, di immaginare un film diretto da Federico Fellini, sulla vicenda del San Giacomo. Infatti la sala non vasta detta del Valadier, a Santa Maria del Popolo, vede mescolarsi, alle tre rappresentanti della linea femminile Salviati - seduta tra infermiere e caposala in rivolta, c'è anche la madre di Oliva, Grazia Gawronska, che opera nel Consiglio d'Amministrazione del Bambin Gesù, fondato nel Settecento da un'ava svizzera, sconvolta dal constatare come i bambini malati, al San Giaco�?� mo, dormissero nei letti dei vecchi - una umanità varia e appassionata. Non solo medici, capeggiati dall' illuminato dottor Felice Occhigrossi, ma anche due suorine dell'Ordine delle Suore Ospedaliere della Misericordia, sfrattate anche loro il 31 ottobre: «a suon di mangano», mi sussurra la filippina Suor Aidlen, insegnante della scuola infermiere fondata nel 1933. E non manca uno dei tre cappellani rimasti provvisoriamente nel loro quartiere dell'ex ospedale, ma senza luce elettrica-dalle 20-e senza gas. E Padre Paolo, polacco, quando Polimnia legge la bolla di Papa Paolo V Borghese, che confermò ab aeternum le volontà del Cardinale Salviati, racconta di aver ricevuto dal segretario di Benedetto XVI la promessa di un interessamento del Vicariato alla vicenda. «Ma poi ci è stato detto che il Papa non aveva titolo per intervenire...». Coglie la palla al balzo Carlo Ripa di Meana, camicia rossa e cravatta verde: «Bisogna far pervenire un appello a Benedetto XVI, e costituire un gruppo di esperti, vaticanisti, giuristi, studiosi del Concordato, per riconsiderare tutta la questione». In quanto ad Olivia, dopo aver confermato che un parere dell'avvocatura dello Stato ha riconosciuto i diritti degli eredi Salviati sul San Giacomo, ove non fosse restituito alla sua funzione di ospedale, conclude: «Che i nostri amministratori ammettano l'errore, da parte mia intanto sostituisco il motto inciso sullo stemma di famiglia con un 'Non mollare'!»


Due nuove auto mediche per le emergenze

La Nazione del 26/11/2008 ed. Viareggio p. 7

P ASSA ATTRAVERSO il potenziamento del servizio delle auto mediche la riorganizzazione del 118 che a partire da gennaio presenterà alcune significative novità. «Un miglioramento del servizio di emergenza - assicura il dottor Andrea Nicolini, responsabile della centrale operativa del 118 - visto che il territorio sarà coperto meglio e con una maggiore efficienza». Proviamo a spiegare meglio. L'auto medica è già operativa per la zona nord della Versilia da circa un anno e mezzo. E con buoni risultati, garantiscono al 118. Da metà gennaio ne saranno previste due per tutta l'area sud della Versilia. La prima conseguenza è che spariranno i medici attualmente in servizio nelle singole associazioni del volontariato. «La gente - spiega il dottor Nicolini - non deve temere, perché i soccorsi arriveranno con maggior puntualità, senza correre il rischio di un uso sbagliato del medico che oggi, alle volte, è impegnato su emergenze in cui la sua presenza non era in realtà indispensabile. Lasciando così scoperta un'altra zona». Le auto mediche, ognuna delle quali avrà a bordo il medico di pronto soccorso e un infermiere professionale, partiranno una dall'ospedale Versilia e l'altra a Viareggio dall'ex Macelli. «In questo modo - spiega Giovanni Meniconi del 118 - saremo in grado di arrivare in tempi rapidi da una parte a Lido e al Marco Polo e dall'altra a Viareggio e Torre del Lago». E' stato calcolato che l'auto medica è in grado di arrivare dagli ex Macelli in piazza a Torre del Lago in 4 minuti e mezzo. L'auto medica è dotata di tutte le strumentazioni in dotazione a un'ambulanza di classe A, quella cioè specializzata anche per le emergenze cardiologiche. Quando l'auto medica giunge sull'incidente, il medico e l'infermiere sono già in grado di compiere l'intervento necessario. Poi con l'ambulanza possono decidere se trasferire o meno il paziente in ospedale. Le auto sono dotate di uno speciale navigatore satellitare in grado non solo di guidare medico e infermiere sul posto con facilità, ma anche di segnalare alla sala operativa dove si trova con esattezza l'auto medica in qualsiasi momento. L'operatore che raccoglie la telefonata di emergenza è in grado di inoltrare in tempo reale le informazioni di base al medico che sul display sa già prima di arrivare sul posto quale tipo di intervento lo attende. Le auto mediche sono dotate anche di una speciale strumentazione cardiologica capace di collegarsi direttamente con l'Opa di Massa o con Pisa. «Non è più necessario - spiega il dottor Nicolini - passare dal pronto soccorso. Con quei dati in mano, può essere portato nel centro specializzato permettendoci di guadagnare quei minuti preziosi non solo per salvare la vita all'infartuato, ma anche per garantirgli un'esistenza migliore, una volta risolto il problema».


Tamara Mannori e Matteo Vita vincono l'"Esculapio d'Oro"

Corriere Mercantile del 26/11/2008 p. 5

HIAVARI - Sabato sei dicembre, con una cerimonia che sarà ospitata nell'Antico Teatro Cantero, sarà consegnato l'Esculapio d'Oro messo in palio, per la 19ª volta dal "Comitato Assistenza Malati Tigullio Onlus". Un traguardo importante per questa manifestazione, una tappa che la dice lunga sull'attività benefica svolta dal presidente Giancarlo Mordini e dai suoi più stretti collaboratori. Basti pensare che in 25 anni di attività il Comitato ha distribuito quasi quattro milioni di euro destinandoli a varie iniziative. Che sono state: spese per malati, attrezzature ospedaliere, aggiornamenti tecnici, ricerca, borse di studio ed enti assistenziali. «Tutti noi non speravamo che sarebbe durato così a lungo e con tanto successo - ha ammesso Giancarlo Mordini -. Privilegiare il rapporto umano tra medico e malato, tra infermiere e malato era ed è lo spirito e lo scopo di questo premio. Credevamo e crediamo nell'uomo, siano convinti che ognuno di noi, al momento giusto, può trasformarsi e trasmettere il meglio di se. Ecco perché abbiamo istituito il Premio Esculapio d'Oro: per onorare il medico e l'infermiere che, tra tanti tutti meritevoli, sa mettersi nei panni del malato e aiutarlo nel suo difficile percorso con tutta la sua uiimanità e professionalità». La riprova di quanto affermato è che tutti gli anni vengono segnalati medici e infermieri che esaltano la buona medicina intesa come servizio e aiuto a chi si trova in difficoltà. «Siamo profondamente ottimisti, se non lo fossimo, il Comitato Assistenza Malati Tigullio non sarebbe nato e siamo grati a quanti, medici e infermieri, continuerano la loro nobile professione con la "P" maiuscola».

Ospedale, ferie vietate agli infermieri

Il Centro del 26/11/2008 ed. L aquila p. 20

Per la carenza di personale è difficile anche pianificare i turni - La Cgil: servono almeno 10 operatori socio-sanitari
GIULIANOVA. Pronto soccorso in difficoltà, ortopedia in affanno, personale infermieristico e medico costretto a non usufruire delle ferie perché si rischierebbe la paralisi. È la situazione che si vive all'interno del presidio sanitario di Giulianova, sicuramente sottodimensionato per quanto riguarda la pianta organica. L'allarme era stato lanciato già alcuni anni fa dalla Cgil funzione pubblica, che ieri con una nota è tornata a chiedere il potenziamento del personale "Oss", ovvero degli operatori socio-sanitari, figure di supporto agli infermieri.Secondo l'esponente della Cgil Tonino Marchetti sono necessari almeno dieci Oss per far fronte alle emergenze che quotidianamente si vivono all'interno dell'ospedale.«La situazione è preoccupante», spiega Marchetti, «c'è una difficoltà persino nell'organizzare i turni di lavoro. Per non parlare poi dell'impossibilità di mandare in ferie gli infermieri. L'operatore socio-sanitario è un addetto in grado di poter dare un valido contributo al sistema medico e paramedico, soprattutto per quanto riguarda la gestione di ferie e malattie».I reparti sotto pressione sono anche medicina e cardiologia e la Cgil teme che, per risolvere certe situazioni legate alla carenza di personale, la Asl possa accorpare o smobilitare intere divisioni. «Non è certamente questo il modo di risolvere la questione», ha aggiunto il sindacalista, «la carenza di personale di supporto è un problema ormai cronicizzato nel nostro presidio e, a volte, deliberatamente accentuato, poiché viene utilizzato lo stesso numero di operatori sanitari per l'apertura di nuovi reparti».Per la Cgil, con almeno dieci nuovi operatori socio-sanitari di supporto all'assistenza infermieristica la situazione potrebbe migliorare di molto. «In effetti si tratta di un numero non elevato», conclude Marchetti, «ma che consentirebbe di far fronte alle difficoltà senza creare disservizi, assicurando una migliore qualità dell'assistenza infermieristica ed evitando il protrarsi di situazioni "illegali" quali la copertura di turni lavorativi con poche unità, come accade spesso in alcuni reparti, vedi medicina e lungodegenza. Il nostro presidio è in una posizione strategica e merita un potenziamento del personale e della qualità diagnostica, senza sottovalutare l'aspetto della sicurezza».Lino Nazionale

Piano dell'ospedale: nuovi spazi e infermieri

Il Mattino di Padova del 26/11/2008 ed. Nazionale p. 22

Vertice Cestrone-Flor-Toniolo: «Gli assunti non coprono i pensionamenti»Gli ottimisti fanno il conto alla rovescia: «Patavium sorgerà tra dieci anni». Gli smaliziati aspettano un gesto concreto da parte della Regione sul nuovo polo ospedaliero. I pessimisti pensano che non vivranno abbastanza a lungo per vederlo compiuto. I pragmatici non si arrovellano con i «se» ed i «ma». Devono far funzionare l'ospedale che c'è e che sarà l'ospedale dei Padovani ancora per un bel po' di tempo. Ed ecco delineate le linee strategiche di sviluppo dell'azienda ospedaliera 2008/2012. Adriano Cestrone, direttore generale; Luciano Flor, direttore sanitario; Roberto Toniolo, direttore amministrativo, riuniti per parlare del futuro prossimo della sanità padovana. L'azienda deve fare i conti con la cronica carenza di spazi e di personale, oggi infermieristico, domani medico. Gli imperativi: nuovi edifici, ridistribuzione dello spazio che già c'è, riorganizzazione del personale.EDILIZIA. Entrati dalla porta e già usciti dalla finestra. Il destino dei 40 milioni di euro stanziati dalla Regione per l'azienda ospedaliera è già segnato. Integreranno il budget destinato all'Ostetricia, alle casette di via San Massimo, alle nuove sale operatorie e terapie intensive che sorgeranno nell'edificio prefabbricato che verrà piazzato nell'area ex-cucine, tra il Policlinico e il fronte-strada di via Giustiniani. Interventi per incrementare spazi e servizi: le casette di via San Massimo ospiteranno i pazienti che vengono da lontano e che necessitano di cure in day-hospital. Un turbinio di progetti per la nuova ostetricia. Ad aprile sarà pronto l'antidoto contro la carenza di spazio di divisione e clinica. Nuova struttura per sale operatorie e terapie intensive.PERSONALE. Emorragia di infermieri in atto e di medici alle porte. All'azienda dei primi ne mancano un centinaio. I nuovi assunti non riescono a coprire i pensionamenti. I soldi ci sono, i concorsi restano deserti. «E' il nostro collo di bottiglia - ha spiegato Flor - Ne perdiamo 70 all'anno». Se non ci sono infermieri non si possono assumere medici. Ed il rischio è quello di dover tagliare posti letto. Professori schierati per spezzare una lancia nei confronti dei propri ricercatori: «Se ne vanno in altri ospedali. Noi li cresciamo e poi non possiamo offrir loro un lavoro stabile». «Possiamo essere di fronte ad anni drammatici o ad una grande occasione per la sanità veneta - commenta Cestrone - L'obiettivo da perseguire è la riorganizzazione dei servizi, del personale».RETE DI SERVIZI. «Collaborazione tra azienda e territorio e tra città e Regione». Il direttore generale esorta ad uscire dall'ottica ristretta del benessere della singola azienda sanitaria. «Il nostro obiettivo deve essere il paziente. Sono anziani? Ecco l'intesa con il territorio. Da soli non andiamo da nessuna parte». Altolà allo spreco di risorse. Da Padova un segnale forte a non esitare a chiudere i battenti degli ospedali non necessari per ridisegnare una sanità padovana di ampio respiro, inquadrata nel Veneto.(Fabiana Pesci)

POMERIGGIO

Il Piccolo di Trieste del 26/11/2008 ed. Nazionale p. 30

l SLOVENO GRATUITO Oggi iniziano i nuovi corsi gratuiti di sloveno per principianti. I giorni e gli orari concordati rimarranno invariati. Disponibili alcuni posti. Info Ente Italiano per la conoscenza della lingua e cultura slovena, via Valdirivo 30, 2.o piano, dalle 17 alle 19. Tel. 040-761470 040-366557.l ALCOLISTIIN TRATTAMENTO
Questa sera alle ore 18.30, nella sala parrocchiale di Borgo San Sergio, piazza XXV Aprile 13, si riunisce il Club Insieme. Alla stessa ora, il Club Nike si riunisce nella sala parrocchiale di Prosecco n. 122. Le famiglie dei Club si rendono disponibili a fornire informazioni alle persone che fossero interessate a problemi alcol-correlati (tel. 040-370690 - cell. 331-6445079).l
AMICI DEL DIALETTO Oggi alle 18 nella Sala Baroncini in via Trento 8, conferenza di Livia Zanmarchi de Savorgnani dedicata a Guido Sambo.l ASSOCIAZIONEPANTA RHEI
Oggi alle 18 nel salone dell'associazione in via del Monte è in programma la proiezione di diapositive a cura di Tullio Conti «Gujarat, l'India giainista», una regione ricca di siti archeologici di straordinario valore e dalle bellezze naturalistiche straordinarie e uniche. Per informazioni: tel. 040-632420 cell: 335-6654597; e-mail: info@ascutpantarhei.org; sito internet: www.ascutpantarhei.org.l
UNIONE DEGLIISTRIANI
Oggi nella sala Chersi dell'Unione degli Istriani in via Silvio Pellico 2, alle 17 il prof. Roberto Spazzali presenterà il volume: «La piazzetta» di Francesco Hlavaty, sarà presente l'autore. Ingresso libero. Info allo 040-636098. l CONFERENZA INFERMIERE CRIL'ispettorato provinciale delle infermiere volontarie della Cri Italiana organizza una conferenza-incontro che si terrà oggi, con inizio alle 17.30, nella sala matrimoni, in piazza Unità d'Italia. Relatrice Antonietta Pasqualini dell'ispettorato regionale infermiere volontarie della Cri.l PROSENECTUTEAl centro diurno «Com. te M. Crepaz» ogni mercoledì alle 15.30 si tiene il laboratorio «Arte e mestieri». Bigiotteria, sartoria, piccoli lavori di riparazione e non solo. Al «Club Primo Rovis» di via Ginnastica, 47 alle 16.30: pomeriggio dedicati ai giochi.l
GIOVANIASSINDUSTRIA
Il Gruppo Giovani Imprenditori dell'Associazione degli Industriali della provincia di Trieste e Aiesec - Associazione Studenti in Scienze Economiche e Commerciali organizzano un convegno dal titolo «Possibilità di trasferimento tecnologico in un mondo globale» che si terrà oggi con inizio alle 18 all'aula Magna dell'edificio H3 dell'Università degli studi di Trieste, in piazzale Europa 1.

All'Opa grandissima professionalità
ma troppe carenze nella struttura

Il Tirreno del 26/11/2008 ed. Massa carrara p. 4

Vorrei denunciare le carenze che affliggono il rinomatissimo Ospedale pediatrico apuano. Mia moglie ed io abbiamo avuto bisogno di questa struttura in quanto avevamo la nostra bambina di 13 mesi con la febbre alta e problemi respiratori. Siamo arrivati a pediatria intorno alle 7 senza essere passati dal Pronto soccorso di Massa. Appena arrivati siamo stati accolti molto professionalmente da infermieri e dottori. Dopo i primi controlli ci hanno fatto accomodare in camera in attesa del giro visite che i medici fanno tutte le mattine. Il dottore è arrivato alla nostra camera intorno alle 10 e dopo aver verificato le condizioni della bimba (aveva febbre a 39 che non tendeva ad abbassarsi) il dottore ha richiesto un RX torace per valutare la complicanza polmonare. Prescrivendo poi alle infermiere che appena la bimba avesse fatto RX avrebbe dovuto iniziare una terapia antibiotica per mezzo di flebo. Il medico non ha fatto inserire subito la flebo perchè sarebbe stato particolarmente fastidioso fere l'RX alla bambina con un braccio bloccato dalla flebo.Abbiamo dovuto attendere che ci chiamassero dal reparto cardiologico del complesso. Alle 16,40 non si era ancora sentito nessuno alchè vedendo che la bambina continuava ad avere febbre sopra 39,5 ho perso la pazienza ed ho iniziato a dire alle infermiere che avrei chiamato i carabinieri. Il bello è che se nell'ospedale pediatrico apuano un bambino ricoverato al reparto Pediatria necessita o di una ecografia o di una radiografia deve essere condotto, attraverso scale e corridoi, dal secondo piano verso il blocco frontale dell'ospedale stesso dove nella maggior parte dei casi c'è sempre il tutto esaurito dovuto ai pazienti del reparto cardiologico, tra adulti e bambini.Ci sono anche altre carenze. Come prima cosa tutti i bambini appena nati dalle sale parto (che si trovano al 2° piano) vengono trasferiti al 1° piano attraverso l'ascensore di uso pubblico con tutti i problemi di igiene che si possono immaginare per un neonato. Come prassi il bambino che necessita di cure ospedaliere deve passare prima dal Pronto soccorso dell'ospedale SS.Giacomo e Cristoforo nella maggior parte dei casi solo per farsi fare un foglio per poi andare di corsa verso l'Opa.Esperienza personale di mia figlia in preda ad uno schock anafilattico e il medico del Pronto soccorso al telefono con l'Opa per sapere le dosi per l'iniezione di cortisone. Io vorrei sapere perchè se l'ospedale è chiamato Pediatrico ci devono essere così tanti disagi per un bambino?Vorrei comunque anche segnalare la grande professionalità e umanità dimostrata tutte le volte dai medici e dagli infermieri dell'Opa che riescono in qualche caso a sopperire alle carenze strutturali.L.L. (pubblichiamo solo le iniziali per motivi di tutela dei minori)


Auto mediche per 24 ore al giorno

Il Tirreno del 26/11/2008 , articolo di GIORGIO BILLERI ed. Lucca p. 15

Il servizio al via a gennaio con una postazione fissa agli ex Macelli - A bordo infermiere, medico e materiale per la rianimazioneVIAREGGIO. Mezzo milione di euro sul tavolo, per arrivare ad aumentare di almeno il 25-30% la capacità di «copertura» del territorio comunale. La scommessa dell'Asl si chiama auto medica e decollerà ufficialmente nel mese di gennaio, quando saranno due i mezzi completamente attrezzati, con medico e infermiere specializzato a bordo, disponibili 24 ore su 24 per le emergenze e i casi più gravi. Un supporto più veloce ed efficiente rispetto alle ambulanze, mezzi capaci di muoversi con maggiore agilità nel centro cittadino ma anche per raggiungere frazioni fino ad oggi abbastanza penalizzate come Torre del Lago. Mezzi che saranno gestiti completamente dal 118 e che avranno una base operativa nuova di zecca, nell'immobile restaurato degli ex Macelli.Una rivoluzione copernicana per Viareggio, che arriva sulla scorta del successo dell'esperimento a Querceta e più in generale nella Versilia Nord. «I dati di quel presidio - spiega il responsabile del 118, il dottor Andrea Nicolini - parlano di una riduzione del 25-30 per cento delle cosiddette attivazioni improprie del personale medico, ovvero di interventi di scarsa importanza e portata. Con l'arrivo dell'auto medica invece saremo noi direttamente a valutare caso per caso e decidere quando e dove spedire il mezzo. In questo modo anche le ambulanze potranno dedicarsi ad altri tipi di intervento».Ma come sarà organizzato questo nuovo servizio? Intanto sono stati reperiti 12 infermieri dall'ospedale Versilia, tutti con specifica formazione alle spalle sulle tecniche di soccorso e rianimazione. Al loro posto l'Asl ha assunto altre 12 persone che andranno a lavorare in ospedale. I mezzi - di proprietà dell'Asl - saranno ubicate all'ospedale Versilia e nell'area degli ex Macelli. I vantaggi? La rapidità anzitutto: basti pensare che oggi un'ambulanza che parte dall'ospedale per raggiungere Torre del Lago può impiegare anche un quarto d'ora, con questa nuova organizzazione passeranno al massimo 5 minuti. Stesso discorso per zone come il centro cittadino o il Marco Polo. Ogni mezzo (che costa sui ventimila euro) sarà attrezzato con gli strumenti per la rianimazione ma, per motivi di spazio, non disporrà della barella: in quel caso arriveranno le ambulanze di rinforzo».Nella palazzina degli ex Macelli sarà spostato anche il centro di formazione cardio-polmonare e sarà garantita la presenza di medici e infermieri 24 ore su 24. Non solo: sull'auto medica sarà montato anche il cosiddetto protocollo Stemi, arrivo in Versilia dal 1° aprile. «Si tratta di un dispositivo - spiega Nicolini - che in caso di infarti acuti consente di eseguire un elettrocardiogramma anche per strada o a casa per inviare poi i dati in tempo reale all'Utic, che decide se trasferire direttamente il paziente ai centri cardiologici di Massa e Pisa «bypassando» il pronto soccrorso del Versilia.Questo pomeriggio il responsabile del 118 avrà un incontro alla circoscrizione di Torre del Lago per spiegare i vantaggi di questa nuova organizzazione. Nicolini ha voluto anche rispondere a chi reclamava una maggiore presenza del personale medico sulle ambulanze gestite dal 118.«Il medico da solo non può fare niente - puntualizza - uno degli eventi sanitari più drammatici e con i quali ogni servizio di emergenza deve quotidianamente fare i conti è l'arresto cardiaco extra ospedaliero. La mortalità per questa evenienza è la più alta rispetto a tutte le altre patologie e questo non solo in Italia, ma a livello internazionale. Ciò è dovuto a vari fattori tra cui i più importanti sono la gravità della patologia che ha portato all'arresto cardiaco e il tempo trascorso tra lo stesso e l'inizio della rianimazione cardio polmonare che deve avvenire il più precocemente possibile. Per iniziare una rianimazione è necessario avere a disposizione personale addestrato a questa procedura, ma non necessariamente personale medico. Il medico deve invece entrare in gioco nella fase immediatamente successiva alla rianimazione cardio-polmonare, quando cioè, in termini tecnici, il paziente deve essere stabilizzato e accompagnato in ospedale per le successive cure. L'obiettivo che tutti si devono porre non è quindi quello di aumentare il numero dei medici sulle ambulanze del 118, già sufficiente a garantire adeguata copertura del territorio, ma incrementare il numero di persone in grado di effettuare una rianimazione cardio polmonare. A questo scopo l'Aslha già da tempo deciso di incrementare l'attività formativa, al fine di divulgare il più capillarmente possibile la capacità di eseguire rianimazione cardio polmonare, non solo ai soccorritori, ma anche a semplici cittadini che non fanno del sanitario la loro abituale professione. Questo deve essere l'obiettivo per ridurre i tempi di inizio di una adeguata rianimazione e salvare una vita».


Pazienti maltrattati «Infermieri a processo»

L'Arena di Verona del 26/11/2008 p. 15

La vicenda dei pazienti maltrattati è approdata nelle aule del Tribunale Si tratta solo di alcuni episodi, si sono difesi davanti agli investigatori. Sarà anche così ma ciò non ha impedito al pm Maria Beatrice Zanotti prima di aprire un'inchiesta e poi di chiedere il rinvio a giudizio a carico di tre persone per maltrattamenti e violenza privata. I tre indagati sono gli infermieri che lavoravano a Marzana nella struttura sanitaria dell'Ulss 20 che cura i malati di mente. In dicembre, i sanitari si troveranno davanti al gip Laura Donati per rispondere di quelle accuse. Di fronte ai tre, difesi dagli avvocati Montagnoli, Avesani e Maruzzo, non ci saranno le parti offese delle loro presunte angherie perchè nessuna tra le vittime nè i loro famigliari, si sono costituite parti civile. I tre infermieri sembrano orientati a chiedere il patteggiamento della pena e spegnere così le luci sulla vicenda. L'accordo sulla sanzione, in ogni caso, impedirebbe ai pazienti, vittime delle violenze, di ottenere qualsivoglia risarcimento dei danni se non aprendo un contenzioso civile. Nell'inchiesta, non sarebbe stata coinvolta l'Ulss 20 in quanto gli elementi raccolti non avrebbero fatto emergere responsabilità dei vertici della struttura sanitaria. I particolari sulle violenze, verificatesi a Marzana, trapelano con il contagocce. I fatti sarebbero iniziati nel 2003 e si sarebbero protratti per un paio d'anni. Le violenze sono emerse dopo che alcuni colleghi degli indagati hanno fatto partire le denunce. Sarebbero stati loro ad assistere alle aggressioni che avrebbero interessato alcuni pazienti. Non trapela, però, il numero preciso degli episodi e, soprattutto, il numero delle vittime di quelle aggressioni. Si sa solo che, a parere dell'accusa, ci sono stati alcuni episodi di violenza. Nel maggio scorso, sarebbero stati acquisiti documenti importanti al fine dell'indagine direttamente dalla sede dell'Ulss 20. Sul loro contenuto, si può solo ipotizzare che si trattasse delle cartelle cliniche dei pazienti, vittime della violenza degli infermieri. Sarebbero stati raccolti tutti i documenti, relativi all'attività dei tre infermieri. Sull'identità degli indagati, c'è il massimo riserbo degli inquirenti. Si tratterebbe, però, di persone ora non più in servizio in quei settori perchè in pensione o perchè destinati ad altri impieghi. Si sarebbero giustificati, a dire il vero, durante la fase delle indagini. Avrebbero detto che la loro violenza era giustificata dall'evitare guai ad altri pazienti che stavano per essere aggrediti. Se l'udienza preliminare si concluderà con il patteggiamento, non ci sarà mai un processo che chiarirà come sono andati veramente i fatti.


Aggiornamento sulle stomie per 35 infermieri del «Sant'Elia»

La Sicilia del 25/11/2008 ed. Nazionale p. 34

v. p.) È previsto per la giornata di venerdì 28 novembre, nella sala convegni dell'ospedale "Sant'Elia" un corso di aggiornamento sulle stomie destinato a 35 infermieri impegnati nelle unità operative di chirurgia generale e d'urgenza, sala operatoria di chirurgia, urologia e rianimazione. Il corso, diretto dal primario del reparto di chirurgia del nosocomio nisseno Silvio Morini, è organizzato in collaborazione dall'azienda ospedaliera "Sant'Elia" e dall'azienda "Hollister Spa" e rientra nel percorso di formazione previsto dal Ministero della Salute sull'educazione continua in medicina. Come relatori interverranno il dott. Nicolò Lo Cascio, responsabile di zona della "Hollister Spa" il dott. Piero Termini, medico chirurgo dell'azienda ospedaliera "Sant'Elia", il dott. Carlo Fidale, enterostomista del Policlino Universitario di Messina, il dott. Antonino Mangione, infermiere del reparto di chirurgia generale e d'urgenza del "Sant'Elia" e la dott.ssa Maria Antonietta Sardo. Il dott. Mangione aprirà la scaletta degli interventi parlando di "Igiene e apparecchiature delle stomie - Stoma Care". L'intervento del dott. Termini verterà invece sul "Trattamento chirurgico delle complicanze stomali e sulla classificazione delle stomie". Il dott. Carlo Fodale parlerà invece della "Classificazione delle stomie urinarie e dell'assistenza ai pazienti nelle fasi pre e post-operatorie" oltre a relazionare sugli aspetti burocratici che regolano la fornitura di materiale protesico. I corsisti svolgeranno anche un'esercitazione pratica sull'educazione alla gestione della stomia.


Per le cure alla fine della vita manca una regìa

Il Sole 24 Ore Sanita' del 25/11/2008 N. 46 25 NOV.-1 DIC. 2008 p. 31

Operatori e ospedali si muovono in ordine sparso: servono formazione Famiglie lasciate troppo spesso sole e reti di servizi anche nel supporto a casaCome si fa fronte, in ospedale e sul territorio, alle esigenze dei malati in punto di morte e delle loro famiglie? A un tema tanto delicato e trasversale risponde l'indagine triennale promossa in Veneto dal Comitato regionale di bioetica con la collaborazione del Centro regionale trapianti, dell'Osservatorio regionale per le cure palliative e dei 19 Comitati aziendali per la pratica clinica. La ricerca è stata appena presentata a Monastier in un convegno di bioetica. Ma il lavoro non termina qui: «La Regione - spiega infatti Giampietro Rupolo, dirigente Piani e programmi socio-sanitari del Veneto - organizzerà entro maggio una conferenza di consenso sulla gestione dei percorsi di fine vita nelle strutture. Così da mettere a punto, entro il prossimo autunno, un progetto obiettivo a cui possano conformarsi tutti i centri». E di linee guida condivise, stando ai risultati dell'indagine, c'è gran bisogno. I focus group sulla dignità del morire condotti con operatori di ogni estrazione professionale - che completavano le risposte a un questionario sintetizzate nei grafici in pagina - sono illuminanti. Il primo elemento che colpisce è che ancora oggi gli operatori sono colti impreparati dall'evento morte. Mancano guidelines per affrontare la terminalità del malato e gli operatori si muovono in ordine sparso. Prevalgono tecnicismo e tendenza alla fuga, a fronte di un'insofferenza, percepita nel malato, verso interventi sanitari considerati lesivi della dignità. E morire a casa non presenta minori difficoltà: a parte nicchie virtuose di volontari, pazienti e famiglie sono soli. Davanti a tanta inappropriatezza, la ricetta è dunque chiara: formazione adeguata e adozione di protocolli comuni. (B.Gob.) La morte non è un evento contemplato nell'organizzazione degli ospedali, sia dal punto di vista di come sono strutturati i reparti e le stanze sia dal punto di vista del personale. Sebbene si tratti di un evento non imprevedibile e in certi reparti piuttosto frequente, l'impressione è che ogni volta si improvvisi, che non si sia sviluppata una riflessione comune su come affrontare questo evento, su come comportarsi quando un paziente sta per morire. Tutto è lasciato «alla creatività o iniziativa o al buon senso del singolo operatore». Non è stabilita alcuna linea di azione comune rispetto alla comunicazione con il paziente e la sua famiglia né rispetto agli interventi da attuare. Emerge continuamente dai racconti di medici e infermiere l'atteggiamento di omertà e fuga degli operatori sia da una riflessione comune sul morire che da una relazione con il morente e la sua famiglia. In alcuni casi il malato viene trasferito in una stanza singola e "dimenticato" o più spesso separato dagli altri pazienti da un paravento dietro il quale è scarsamente salvaguardata l'intimità con i familiari. Per quanto riguarda chi lavora sul territorio, emerge una netta distinzione tra chi sta "dietro le quinte" - a esempio organizza l'assistenza domiciliare - e chi, invece, si trova quotidianamente immerso nella realtà domestica della morte: è il caso di un'infermiera domiciliare che tra un cambio e una flebo riesce a strappare anche qualche minuto per l'ascolto e l'accoglimento della sofferenza del malato e dei familiari a un'agenda serrata (venti minuti a prestazione), costruita sul modello del "lavoro a prestazioni". Questo modello è ricondotto a un approccio medico, specialistico, che «si limita a prestazioni di carattere infermieristico o sanitario» e viene contrapposto a una "visione globale", in cui «il paziente e la famiglia vengono presi in carico». Cosa si intende per "morte dignitosa"? A questa domanda gli operatori non hanno dato una risposta univoca: è emersa piuttosto una costellazione di significati che include il controllo del dolore, il rispetto della volontà del malato, il confine dei trattamenti, la possibilità per i familiari di stare accanto al proprio caro in un contesto di intimità. Intrappolato tra le richieste dei familiari e le ragioni degli operatori, il punto di vista del morente risulta pressoché assente. La sedazione. Sembra esservi accordo sul fatto che morire dignitosamente significhi morire senza dolore. Questo è il principale desiderio del malato e della sua famiglia, condiviso anche da medici e infermiere. Si riconosce che «il trattamento di sedazione è un trattamento assolutamente utile e anzi irrinunciabile», mentre «quando si tratta di togliere la coscienza a una persona» qualcuno solleva delle perplessità. La volontà del morente. Per alcuni l'idea di morte dignitosa comporta il rispetto delle volontà espresse dal morente, discorso questo complicato perché vede talvolta contrapposte la volontà del morente con quella dei familiari, la pratica medica e/o la normativa vigente. Non si tratta solo della questione dell'eutanasia, velatamente accennata da un operatore, ma anche della volontà a esempio di morire a casa propria. Il contesto. In generale si concorda sul fatto che la buona morte in ospedale sia quella confortata dalle persone care, in un ambiente tranquillo e protetto che ricrei in qualche modo l'atmosfera di casa. Sebbene da qualcuno la stanza singola sia considerata la situazione ottimale, perché pone il morente e i suoi familiari nella condizione di stare insieme in tranquillità, tuttavia spesso si traduce nell'isolamento del morente da parte del personale sanitario. La pratica di saltare la stanza dove si trova una persona per la quale non ci sono più speranze di guarigione è riportata frequentemente e riguarda, non solo i medici, ma anche il personale infermieristico. Se si muore in una stanza a più letti, in genere si utilizzano i paraventi, mentre le tende fisse «come si vedono nei telefilm americani», considerate da alcuni più decorose e rispettose della privacy, non sono a disposizione «perché costano troppo». Il confine dei trattamenti. Perché i medici a un certo punto non rinunciano a praticare interventi che hanno come unica conseguenza quella di prolungare la fase terminale in condizioni sempre meno dignitose? Da quanto riferito dagli operatori sanitari emerge l'idea che il cosiddetto accanimento terapeutico sia il risultato di una serie di reazioni a catena che sembrano avere come nodi centrali, da un lato la negazione della morte a livello sociale e dall'altro la comunicazione medici/pazienti (e/o i loro familiari) . È opinione diffusa che l'accettazione della morte si sia fatta sempre più difficile. I familiari premono perché sia fatto tutto il possibile, anche quando le condizioni del paziente non lasciano spazio a ulteriori interventi. Questa pressione di familiari sempre meno disposti ad accettare l'inevitabilità della morte, viene per altro sempre più spesso esercitata anche attraverso azioni legali. Da questo punto di vista quindi l'accanimento terapeutico sarebbe il risultato del diffuso rifiuto di accettare l'ineluttabilità della morte, che si tradurrebbe in una richiesta pressante di interventi da parte dei familiari a cui i medici non saprebbero opporsi e da un atteggiamento difensivistico messo in atto dai medici stessi nei confronti di eventuali denunce. La seconda reazione a catena sarebbe scatenata dal tipo di comunicazione dei medici che accompagna l'iter del paziente nel sistema sanitario. Al malato non viene spesso spiegata a chiare lettere la gravità della sua situazione e lo stesso vale per i parenti, per cui il fare qualcosa diventerebbe una necessità indotta delle aspettative suscitate da una comunicazione che lascia continuamente spazio alla speranza. I motivi di questa comunicazione non del tutto o per niente sincera sono di tre caratteri: psicologico, professionale e organizzativo. Da un lato, il medico non è sempre in grado di sopportare il carico emotivo legato alla comunicazione di fine vita, che viene quindi continuamente procrastinata e delegata ad altri, tanto che sempre più spesso le rianimazioni si trovano a doversi confrontare anche con familiari di pazienti con una lunga storia di malattia. Dal punto di vista professionale il paziente che muore è un fallimento per il medico, soprattutto nei reparti chirurgici e si cerca di fare di tutto per evitarlo. L'accanimento terapeutico infine è anche il risultato dell'impostazione aziendalistica dell'assistenza e della necessità di rispettare determinati tempi e paramentri. Si muore sempre più spesso in rianimazione anche perché nessun reparto vuole più farsi carico del morente. La decisione del medico in merito a cosa dire al malato e ai suoi familiari coinvolge necessariamente anche il resto del personale, le infermiere in primis, che si vedono a loro volta costrette ad assecondarli senza una chiara consapevolezza di che cosa sia stato detto e a chi. L'assistenza al malato da parte di queste figure si fa, in queste condizioni, più difficile. Oltre a interventi chirurgici senza speranza, a rianimazioni impossibili, rientra nelle forme di accanimento anche la nutrizione artificiale quando non fa che nutrire la malattia oppure le speranze dei familiari senza dare alcuna prospettiva di vita dignitosa al malato. Dignità della morte sarebbe anche «lasciare a una persona un corpo di cui non vergognarsi, da non farsi schifo». E se talvolta la decisione di non intervenire è relativamente facile, come di fronte all'arresto cardiaco di un paziente neoplastico terminale - nel qual caso "non si muove una foglia, si aspetta» - in altri casi lo è meno. I luoghi del morire. Sebbene vi sia una forte pressione, a livello regionale e di Ulss, perché si muoia a casa, i servizi del territorio non sembrano essersi attrezzati. Il malato a casa viene poco supportato e per il tempo strettamente necessario all'espletamento delle prestazioni assistenziali. I vincoli economici e organizzativi sembrano spingere sempre di più nella direzione di un'organizzazione "a prestazione". Si eliminano le reperibilità notturna, del sabato e della domenica, il telefono delle persone reperibili non viene fornito alla famiglia che si deve quindi rivolgere guardia medica che, non conoscendo la situazione, facilmente suggerisce il trasferimento in ospedale. L'assistenza domiciliare è organizzata in modo rigido e con tempi non compatibili con situazioni in evoluzione e che richiedono risposte in tempi brevi. Il lavoro di chi fa assistenza domiciliare è organizzato a numero di prestazioni, «caso mai un paziente può essere considerato come due prestazioni se è grave» e gli operatori sono incoraggiati a privilegiare l'efficienza a scapito di altri aspetti. La figura del medico di base, nonostante la sua riconosciuta importanza, risulta spesso poco presente se non addirittura assente nell'ambito dell'assistenza al morente, specie nell'opinione dei medici ospedalieri. L'organizzazione dell'assistenza, che dovrebbe "girare intorno al paziente" in realtà "quando si tratta di applicarla è esattamente il contrario...". Le cose cambiano quando interviene un'associazione di volontariato. Ma questo crea una situazione a macchia di leopardo e può addirittura risultare controproducente nella misura in cui maschera un bisogno che è lasciato scoperto dal servizio sanitario e di cui usufruiscono solo i fortunati che dispongono sul territorio di questo tipo di associazioni. In ogni caso le associazioni si occupano spesso solo di malati oncologici, così come gli hospice, facendo dire a qualcuno che il malato oncologico è "privilegiato". Si fa notare come la cultura del morire a casa vada adeguatamente supportata a livello assistenziale perché non finisca per ripercuotersi negativamente su quei familiari che pure vorrebbero tenere il proprio familiare a casa, ma che non sono nelle condizioni per farlo. L'hospice è considerato una situazione comparabile a quella ospedaliera, ma ottimale dal punto di vista strutturale per quanto riguarda la possibilità dei familiari di stare con il proprio caro. Tuttavia, parlando dell'organizzazione territoriale attorno alla morte, si sottolinea l'importanza del "lavoro di squadra" e di mettere in rete tutti coloro che seguono il malato, altrimenti "uno entra all'ospedale, uno sta a casa, uno va all'hospice", viene a mancare una regia e la possibilità di porre il paziente al centro dei servizi. Il ruolo degli operatori. Paradossalmente non è stato facile per gli operatori individuare quale fosse il loro ruolo rispetto al morente. Qualcuno ammette di non sapere «che cosa sarebbe giusto che il medico facesse e l'infermiere facesse». I partecipanti ai focus group ammettono che i medici pongono in atto un comportamento di fuga nei confronti del morente. È compito del medico impostare la terapia del dolore anche se questo compito viene eluso frequentemente, tanto che sono talvolta le infermiere a richiamarli a questa necessità ed eventualmente a svolgere una selezione dei medici più sensibili. C'è da chiedersi perché, pur riconoscendo che uno degli elementi caratterizzanti la morte dignitosa sia l'assenza del dolore, i medici si sottraggano così frequentemente a questo dovere. La comunicazione di fine vita spetta al medico, ma gli infermieri svolgono un importante ruolo di "traduzione" al paziente e ai familiari. Anche per questo si sottolinea l'importanza di concordare all'interno dello staff la linea di condotta da tenere con il malato e con la sua famiglia. Le infermiere sono le prime ad auspicare che si proceda in questo senso e anzi insistono che in queste riunioni sia presente oltre alla caposala, anche l'infermiere, che ha il contatto diretto con i pazienti. Allo stesso modo le infermiere chiedono che prima ancora gli stessi medici concordino fra loro una linea di condotta comune per evitare che al cambio turno ci si trovi con un medico che la pensa in un altro modo e che procede in senso diverso, quando non opposto, rispetto a quello del turno precedente. Quello che viene denunciato, sia dai medici che dalle stesse infermiere è una tendenza all'efficientismo, ancora più evidente nelle infermiere di nuova formazione. Il fatto di avere tante cose da fare è a sua volta considerato un alibi dietro il quale ci si barrica perché «a volte il tempo se si vuole si trova però è molto meglio dire "guarda, ho un sacco di cose da fare!"». Le esperienze che vedono il coinvolgimento dello psicologo sottolineano l'importanza che questa figura sia a sua volta preparata ad affrontare lo specifico tema della terminalità della vita. In alcuni casi la funzione di sostegno dello psicologo è sostituita dal gruppo nel suo complesso in una sorta di auto-mutuo supporto, che potrebbe presentare qualche rischio di circolarità e di autoreferenzialità. Nell'ambito dell'assistenza a casa nelle fasi terminali un ruolo fondamentale dovrebbe essere svolto dal medico di famiglia che dovrebbe essere sempre presente e "accompagnare l'assistito e la famiglia". Sullo svolgimento di questo ruolo, però, le esperienze risultano diverse a seconda di chi le riporta: se è un Mmg a parlare sembra esso venga espletato, altrimenti se ne denuncia la latitanza. Ed è in particolare all'assenza di questa figura che viene ricondotta la difficoltà della famiglia a far morire il proprio caro a casa. Il paziente straniero. Com'è prevedibile, i problemi sono principalmente linguistici e culturali. Altri problemi potrebbero sorgere in relazione, a esempio, alla compatibilità delle pratiche religiose con le norme attuali, anche se per il momento si è deciso di non affrontarli, trovando rimedi ad hoc. Cosa si dovrebbe fare per rendere più dignitosa la morte? I partecipanti suggeriscono: strutture e attrezzature adeguate; formazione sulla palliazione, sulla comunicazione, sull'accompagnamento del morente; supporto psicologico degli operatori; mobilità degli operatori di area critica; disegno strategico che strutturi iniziative e interventi in una logica unitaria; presa in carico della situazione nel suo complesso a livello di assistenza domiciliare. Le proposte per permettere una morte dignitosa concernono innanzitutto una serie di aspetti strutturali (prevedere "aree per la morte" sia per il morente che per i familiari, anche dopo la morte, e predisporre anche per il trasporto della salma dei canali riservati e obitori accoglienti), ritenuti imprescindibili per permettere anche un diverso approccio in termini di relazione. Sempre gli infermieri e gli Oss di reparti critici rivendicano il diritto alla mobilità. Chi si trova a operare in questi reparti si sente alla fine ostaggio degli stessi. Il trasferimento non viene concesso perché sono reparti in cui nessuno vuole andare e questo va a scapito della buona relazione e dell'accompagnamento partecipato alla morte. In merito alla preparazione degli operatori, i partecipanti lamentano l'assenza di una formazione a monte, ma, ancor più, di una sul campo. L'hospice fa eccezione, ma la formazione, in questo caso, si struttura soprattutto nei termini di auto-formazione e selezione a priori del personale sulla base di caratteristiche personali e motivazione. Laddove una formazione viene offerta si sottolinea come la partecipazione coinvolga chi è più interessato, con il rischio che chi ne avrebbe più bisogno. Come modalità formative si suggeriscono quelle interattive (a es. con role playing) e per piccoli gruppi. Pur con tutte le riserve avanzate, l'aspetto formativo può assumere un ruolo fondamentale se inserito all'interno di un piano più generale che ne garantisca integrazione e continuità. Molte iniziative sono infatti sentite come "buttate lì". In questo vuoto formativo si fa pressante la richiesta di sostegno psicologico che esprime in parte una reale necessità ed è in parte da ricondurre a una impreparazione di fondo ad affrontare i risvolti psicologici dell'accompagnamento alla morte, aggravata dalla rigidità del sistema. In termini organizzativi una delle risposte prospettate per affrontare l'evento morte in modo quantomeno coerente tra i diversi operatori è rappresentata dalle riunioni di équipe, che in alcuni reparti sono quotidiane mentre in altri più estemporanee e spesso più legate alla comunicazione e condivisione della terapia in corso che alla scelta e condivisione dell'approccio da avere con il paziente. Tuttavia in generale si ribadisce la necessità di un disegno strategico complessivo, che fissi delle linee di indirizzo e delle priorità, all'interno del quale collocare coerentemente le diverse proposte. Per quanto riguarda il morire a casa, si sottolinea l'importanza di mettere nei fatti il paziente al centro di una rete di servizi che si faccia carico della situazione complessiva del paziente e della sua famiglia. Pagina a cura di: Camillo Barbisan (Bioeticista); Marco Bonetti Dirett. Osservatorio cure palliative e lotta al dolore Regione Veneto); Alessandra Feltrin (Centro trapianti - Regione Veneto); Sabrina Cipolletta (Psicologa ricercatrice - Università di Padova); Mauro Niero (Prof. metodologia della ricerca Università di Verona); Nadia Oprandi (Psicologa ricercatrice Università di Verona) Strutture e logistica. Il problema che si rileva più frequentemente è l'assenza di spazi idonei e di tempi adeguati a vivere in modo degno l'esperienza della morte e della perdita. Si muore in camere con molti letti o in corridoio dietro un paravento, in modo tale che né il morente, né i suoi familiari, possono essere tutelati nel bisogno di esprimere la propria sofferenza fisica e/o emotiva, che risulta esposta agli occhi e alla sensibilità dei pazienti, operatori e frequentatori dell'ospedale. Anche gli obitori risultano spesso inadeguati ad accogliere i familiari e le loro esigenze, perché obsoleti o perché le nuove strutture non hanno previsto stanze per i parenti e per l'esposizione della salma
Questioni relative al morire nei luoghi di cura�? Organizzazione assistenza. La dimissione del morente è un evento ancora piuttosto raro. Se si muore ancora troppo spesso in un letto d'ospedale, anziché a casa propria, è a causa di un problema culturale, ma forse anche per questioni legate all'organizzazione dei servizi territoriali, all'educazione delle famiglie e alla pianificazione degli interventi. Sembra di poter rilevare che la dimissione del morente dovrebbe essere proposta, incoraggiata e organizzata con cura molto più spesso di quanto attualmente accade. Simili considerazioni valgono per i ricoveri in hospice �? Formazione del personale. Il personale sanitario sembra aver �? perduto la capacità di confrontarsi con l'evento morte e si sente sguarnito rispetto alle richieste di assistenza e sostegno che derivano dal morente e dai familiari che subiscono la perdita. Privi di una specifica formazione, i sanitari finiscono col pensare che queste esigenze non siano un preciso obiettivo assistenziale e quindi non rientrino nel loro ruolo �? Approccio di cura. La carenza di personale e di tempo, il privilegiare gli aspetti "tecnici" della cura, riduce i momenti da dedicare all'accompagnamento e al supporto dei pazienti e delle famiglie, con l'esito che queste persone sono lasciate sole e spesso sentite come presenze ingombranti o improprie nei reparti ospedalieri. Al contrario, uno dei bisogni fondamentali dei familiari nel momento della perdita è quello di poter stare accanto al morente e al defunto. Affine a questo aspetto è la constatazione che la pratica dell'igiene e della ricomposizione della salma in alcune realtà non viene eseguita in reparto, ma il cadavere arriva in obitorio senza essere preparato al trasferimento, con evidente mancanza di rispetto per la dignità del defunto �? Informazione. Risulta carente, all'interno delle nostre strutture sanitarie, l'informazione sugli aspetti procedurali assistenziali relativi alla morte. I familiari hanno bisogno di essere informatirispetto ai modi, ai tempi, ai percorsi; tuttavia la possibilità di accedere a tali informazioni è resa difficile dalla mancanza di referenti e di canali di comunicazione specifici. Talvolta, per esempio, i familiari non vengono informati che sul cadavere del loro congiunto viene eseguito il riscontro diagnostico, oppure non sanno come richiedere l'accompagnamento religioso Privacy dei congiunti. L'ampio risalto che i mezzi di comunicazione riservano alle notizie provenienti dal mondo sanitario, richiede che gli operatori considerino accuratamente le ricadute che le loro dichiarazioni possono provocare. Se questo è evidente e normato per gli ospiti delle strutture sanitarie, di non minore intensità è il rispetto dovuto al defunto e ai suoi familiari. Si rende pertanto opportuno verificare la necessità di esplicitare adeguate modalità di comunicazione Multiculturalità. Un richiamo a parte, in quanto trasversale ai precedenti ma specifico nei contenuti, merita il problema della multiculturalità e la inadeguatezza delle strutture di cura rispetto ai bisogni, alle pratiche, alle tradizioni legate al morire e alla morte nelle altre culture e religioni, che ora si esprimono nel nostro territorio. Questo aspetto di novità richiede interventi strutturali e organizzativi, iniziative formative, strategie comunicative e approcci assistenziali specifici


Friuli, Regione assicura-tutti

Il Sole 24 Ore Sanita' del 25/11/2008 N. 46 25 NOV.-1 DIC. 2008 p. 16

Risparmi di oltre il 15% - Colpa grave coperta per medici e infermieri
Definizione dei sinistri col turbo, costi a picco e rischio "colpa grave" coperta per due terzi dei medici e un terzo degli infermieri di un'intera Regione - il Friuli Venezia Giulia - che nel panorama nazionale continua a distinguersi per l'unicità del modello di risk management adottato: la gestione assicurativa centralizzata di tutto il Servizio sanitario regionale. Mutuato dal mondo anglosassone - in particolare dal sistema di gestione complessivo dei rischi sperimentato in Scozia - e appaltato alla società di brokeraggio Willis che ne è stata l'ideatrice creatrice, il modello friulano - introdotto nel 2005 - si fonda sul reperimento di una polizza unica per la copertura della responsabilità civile verso terzi e verso gli operatori (Rct/ Rcto) delle strutture sanitarie consorziate. Caratteristica peculiare della polizza unica, il pieno controllo e la piena gestione dei sinistri da parte della Regione tramite il Centro servizi condivisi (Csc) creato nel 2004 e titolare - in base al modello - del monitoraggio e della gestione "in autonomia" dei sinistri di piccola e media entità, con benefici effetti sul premio polizza e con risparmi complessivi di oltre il 15 per cento. Il tutto a fronte di un monte sinistri assestato su 350-400 l'anno, in linea con gli anni precedenti e con una quota di eventi negativi accertata per il 2006 che incide sullo 0,19% dei dimessi. Il meccanismo, ormai a regime, coinvolge tutte le aziende del Ssr friulano - 6 aziende sanitarie locali (Triestina, Isontna, Alto Friuli, Medio Friuli, Bassa Friulana, Friuli occidentale), 3 aziende ospedaliere (Trieste, Udine, Pordenone) e 2 Irccs (il Burlo Garofalo di Trieste e il Centro riferimento oncologico-Aviano) - e presenta numeri consorziali da capogiro. Nella rete di copertura figurano infatti tra l'altro le attività riferite a 23 presìdi ospedalieri; oltre 184mila dimessi; 19.500 dipendenti; 3.150 medici e 10mila infermieri. Proprio a questi ultimi si indirizza la polizza colpa grave voluta dalla Regione per risolvere il rischio di conflitto tra operatore e struttura sanitaria, o meglio di conflitto tra i rispettivi assicuratori, in caso di rischi non coperti dalla polizza aziendale pubblica. Attivato dallo stesso assicuratore (la Hdi Gerling Industrie Versicherung Ag per il triennio 2008-2010) e con le condizioni normative della polizza della struttura, il contratto assicura i rischi relativi alle responsabilità proprie dei singoli, con oneri a carico di questi ultimi, con massimali da 1,5 o 5 milioni di euro. Dopo il primo biennio di gestione centralizzata, la copertura assicurativa per i rischi di responsabilità civile è stata riaggiudicata per il triennio 2008/2010 al costo annuo complessivo di 4.031.000,00 euro (-4% rispetto alla precedente), e con una significativa riduzione della franchigia per sinistro, passando da 500 a 400mila euro (-20%). S.Tod.
La situazione assicurativa di partenzaCro Ass 1 Ass 2 Ass 3 Ass 4 Ass 5 Ass 6 Burlo Ao Ts Ao Pn Ao Ud Zurigo Zurigo Zurigo Lloyd's LIoyd's Azienda Generali Massimali Fondiaria-Sai Premi annuali Policlinico Lloyd's Qbe internacional insurance limited Qbe internacional insurance limited Ergo assicurazioni Fondiaria-Sai, Faro, Lloyd Adriatico, Liguria La franchigia per sinistro va da 100 a 50mila euro, fino a 1,5 milioni di euro. Le franchigie annue vanno da zero a 500mila euro fino a oltre 1 milione di euro I massimali variano da azienda e azienda, partendo da 1,5 milioni di euro a sinistro, passando per i 2,5 milioni, fino a toccare in un caso quota 7,7 milioni Variabilità estrema; superano i 15 mln di euro annui, escluse le franchigie Compagnia Franchigia
L'evoluzione dei sistemi finanziamento dei rischi sanitari
Gestione sinistri:

il prima...Sinistri del 2004 Sinistri del 2005 Dati 10/2007 51% 42% 49% 58% Sinistri in corso di definizione Sinistri analizzati e definiti
... e il dopo

Sinistri del 2006 Sinistri del 2007 Dati 10/2008 75% 48% 25% 52% Sinistri in corso di definizione Sinistri analizzati e definiti

martedì, novembre 25

Rassegna Stampa - 25.11.2008


Oggi il consiglio direttivo degli infermieri

Cronaca Qui Torino del 25/11/2008 p. 8

Si riunirà oggi pomeriggio, alle ore 18, l'asse mblea del consiglio Direttivo del Collegio Ipasvi. Durante la riunione verrà deliberata l'iscrizione all'ordine degli Infermieri dei neolaureati in scienze infermieristiche che abbiano già presentato la richiesta, allegando l'idonea documentazione. Una soluzione che dovrebbe consentire ai giovani che hanno appena finito gli studi, di partecipare ai concorsi pubblici che ancora si svolgeranno prima della fine dell'anno o di cercare, da subito, una collocazione tramite un'agenzia interinale. «Le preoccupazioni manifestate da alcuni giovani infermieri appena laureati sono del tutto infondate sottolinea il presidente del collegio, Rovelli -. Non vi è mai stato alcun problema sulle procedure d'iscrizione e non vi è mai stata alcuna intenzione di non iscrivere persone che ne hanno il diritto. Sono profondamente sorpreso e colpito da questo tipo di polemiche, legate a questioni di natura tecnica, che non hanno giovato all'immagine della nostra professione». [a.mal.]

"Una piccola équipe che lavora in sintonia"

La Repubblica del 25/11/2008 ed. Firenze p. 02

ANDREA Bollini conosce benissimo il sistema dell'emergenza fiorentina perché ci lavora dal 1979. Da giovane faceva il volontario della Misericordia poi si è laureato e ha fatto il medico sull'ambulanza, successivamente ha lavorato con l'automedica e oggi è al pronto soccorso di Ponte a Niccheri. «Parte davvero la riforma basata sulla macchina? Non ci speravo più», commenta.Quali sono i pregi dell'automedica? «Secondo me la sua forza è il fatto che a bordo ci siano un infermiere, che detto per inciso guida la macchina, e un medico. Due professionisti che hanno prerogative diverse. E' una piccola équipe che arriva sul luogo dell'incidente o del malore e lavora in sintonia.Quando ero sull'ambulanza, senza infermiere, mi trovavo a fare anche il lavoro che spetta a quella figura professionale».E i volontari? «Il loro è un ruolo fondamentale, lo dico anche perché ho una tradizione familiare nella Misericordia. Nei casi gravi accompagnano i feriti in ospedale, in quelli meno complessi possono svolgere da soli l'intervento. Comunque ci sono sempre, si incontrano con l'automedica sul luogo della chiamata».Conta la rapidità di spostamento della macchina? «Dipende dall'intervento, in realtà non è quello il suo pregio principale. Anche se può capitare di arrivare su un intervento, sistemare il paziente e lasciarlo andare con l'ambulanza al pronto soccorso senza seguirlo perché non ha bisogno del dottore. In quel caso medico e infermiere non perdono tempo, sono subito pronti per una nuova chiamata». (mi.bo.)

Il dottore lascia l'ambulanza viaggerà sull'automedica

La Repubblica del 25/11/2008 ed. Firenze p. 02

Volontariato e professionisti d'accordo sulla rivoluzione
MICHELE BOCCI LE MACCHINE già ordinate alla concessionaria, il volontariato e i professionisti d'accordo: il sistema del 118 fiorentino è pronto per la rivoluzione dell'automedica. Uno dei progetti sanitari più dibattuti degli ultimi anni, che ha attraversato polemiche, inversioni di marcia da parte della Asl e richieste di sperimentazioni, arriva in fondo. Dall'anno prossimo il sistema dell'emergenza cambierà radicalmente. Nella provincia fiorentina viaggeranno 6 macchine con a bordo il medico e l'infermiere. Una piccola équipe specializzata che si incontrerà sul luogo degli incidenti con l'ambulanza dei volontari, che poi se necessario trasporterà il ferito in ospedale.Il cambiamento sarà molto significativo anche per le associazioni di volontariato, Misericordie, Pubbliche Assistenze e Croce Rossa. Il medico non starà più nelle loro sedi ma partirà da strutture dell'azienda sanitarie. Già dal 2001 era stata avviata una automedica sperimentale che oggi parte da Montedomini. In base alla riforma, a cominciare da gennaio e fino all'estate si aggiungeranno via via quelle nuove.La prima sarà quella di Torregalli, che si occuperà dell'area dell'Isolotto e di Scandicci. Le altre faranno base a Ponte a Niccheri (per il Quartiere 3 di Firenze e Bagno a Ripoli), all'ospedale di Borgo San Lorenzo, al Serristori di Figline Valdarno, e a Pontassieve, probabilmente nella sede della Misericordia. In città e dintorni rimarranno poche ambulanze con il medico, la maggior parte saranno le cosiddette Bls, cioè mezzi con a bordo soli volontari (e in alcuni casi pure dipendenti delle associazioni), il cui numero è aumentato di una ventina di unità di recente. All'inizio di questo 2008, infatti, direzione del 118 e Asl fiorentina hanno stanziato i fondi per avviare la riforma che nella prima fase prevedeva proprio l'aumento di ambulanze senza professionisti per reggere l'enorme numero di chiamate per problemi non gravi e semmai per supportare i medici.Ora inizia la seconda fase, quella dell'introduzione dell'automedica. La Asl ha già concluso la gara per la fornitura delle macchine, e la consegna è prevista per il gennaio del 2009.Nel frattempo altre cose sono state decise dalla centrale del 118. Ad esempio ci si è accorti che in città il numero dei codici rossi, quelli gravi, sul totale degli interventi era più basso della media italiana (il 7% contro il 15-20) e si è deciso di "drammatizzare" le segnalazioni in arrivo per non perdere casi importanti. Una maggiore allarmismo per non rischiare. Oggi i codici rossi sono più del 10% del totale. L'obiettivo adesso è fare in modo che sui casi gravi arrivi sempre il professionista sanitario (o medico o infermiere), a meno che non ci si renda conto, magari attraverso l'ambulanza dei volontari, che si trattava di un falso allarme. La macchina con il medico e infermiere servirà anche a far funzionare questo sistema. pido possibile delle automediche. Per essere pronta al nuovo regime la Asl sta lavorando sugli organici, che ultimamente sono un punto debole. Si stanno formando gli infermieri ed è stato fatto un altro concorso per assumere una quindicina di medici. Si spera si presentino abbastanza candidati.Alla fine degli anni Novanta le associazioni di volontariato si opposero duramente al progetto dell'automedica e bloccarono quello già messo in piedi dall'allora direttore della Asl Paolo Menichetti. Si temeva che senza il medico in sede l'attrazione, soprattutto verso i giovani volontari, sarebbe stata minore. Si parlò anche di un servizio meno efficace. Così restò solo la macchina sperimentale a Campo di Marte, con la delusione dei medici, che sono sempre stati favorevoli al cambiamento. Oggi le cose sono completamente diverse. Le associazioni chiedono addirittura un avvio più ra- GLI INTERVENTI Nel 2007 la centrale del 118 fiorentino, che copre tutta la provincia tranne Empoli, ha coordinato 99.020 interventi, di cui 66.400 di giorno e 32.620 di notte I MOTIVI Circa 26mila gli interventi per traumi, 23mila per problemi cardiocircolatori, 10mila neurologici, 7mila respiratori, 2.600 psichiatrici, 1.400 etilici e altrettanti per intossicazioni I LUOGHI Oltre la metà degli interventi, circa 55mila, sono stati fatti in casa, 18mila in strada, 8mila in esercizi pubblici, 2.200 in luoghi di lavoro, 900 in impianti sportivi e 700 in scuole
CAMBIA COSÌ Il soccorso non prevede più il medico sulla ambulanza ma solo i volontari: il medico viaggerà sull'auto medica: ciò garantirà tempi più rapidi di intervento

"Cresce la qualità, calano gli operatori?

Corriere Adriatico del 25/11/2008 , articolo di GIUSEPPE MILITO p. 7

La denuncia del responsabile del reparto di chirurgia del Santa Colomba
OBIETTIVO SULLA SANITA' Pergola - Dopo che la tattica di irrisione verso chi segnalava i problemi della sanità pergolese ha portato quasi tutti i cittadini del capoluogo cesanense a iscriversi al partito di chi dice che "tutto va bene madama la marchesa", abbiamo letto con stupore che è sempre la carenza di personale il tallone d'Achille del reparto di chirurgia (e non solo) dell'ospedale di Pergola.Lo afferma in un intervento sul bollettino locale "L'Eco del Cesano" (ora diventato bimestrale) Augusto Verzelli, responsabile incaricato del reparto.Il dottor Verzelli dichiara testualmente che la chirurgia di Pergola è cresciuta come qualità ma diminuita come operatori, visto che prevede sei medici chirurghi, ma allo stato attuale sono solo in quattro.E lo stesso discorso vale per il personale infermieristico. Dato un contentino all'azienda ("bisogna dare atto che almeno su questo versante sta cercando di venirci incontro"), Verzelli parla poi delle inevitabili conseguenze sulle liste d'attesa."Se fossimo in sei, con due anestesisti, con un numero di infermieri adeguato, i tempi si potrebbero accorciare notevolmente. Carenze di organico che riguardano un po' tutti i servizi. Non solo chirurgia, ma anche medicina, radiologia...�?.Vogliamo vedere se adesso qualcuno avrà il coraggio di inserire il nome di Verzelli nell'elenco dei seminatori di falsi allarmi che dicono che l'ospedale di Pergola ha dei seri problemi, mentre invece tutto va meravigliosamente.Guai poi a mettere in dubbio la situazione idilliaca del reparto di chirurgia, come la scorsa estate quando addirittura qualche sprovveduto mise in evidenza i gravi disagi che dovevano affrontare gli infermieri per preparare le colazioni per le persone ricoverate.Il responsabile della chirurgia dà comunque anche delle buone notizie: la chirurgia lavora moltissimo, grazie a un personale che supplisce alle carenze raddoppiando l'impegno; l'ospedale di Pergola è l'unico nella provincia di Pesaro e Urbino a fare chirurgia laparoscopica avanzata; le donazioni della Banca di Credito Cooperativo e dell'Associazione di Solidarietà, hanno dotato il reparto di macchinari all'avanguardia; i pazienti arrivano anche da fuori Regione. In pratica grazie all'impegno del personale e alle donazioni il reparto ha raggiunto livelli eccellenti, ma i problemi di personale richiedono provvedimenti urgenti.Inoltre Verzelli chiarisce, si spera in modo definitivo, la questione delle urgenze: "Per quello che riguarda i pazienti che afferiscono all'ospedale di Pergola, sono di competenza della locale chirurgia e vengono operati in loco. Nel caso le condizioni generali necessitino di interventi particolari, allora possono essere trasferiti nella sala operatoria di Fano, dove, comunque, opererà la nostra equipe chirurgica".Non è una notizia del tutto positiva per le condizioni del tratto Pergola-Marotta che rende il viaggio a Fano a rischio per chi è in gravi condizioni.E' successo, anche recentemente, che (purtroppo) qualcuno all'ospedale di Fano non sia mai arrivato. Ma questo è un problema che la valle del Cesano conosce da secoli.Nel nosocomio cesanensepunto di riferimento dell'altavallata le carenze d'organicoriguardano tutti i reparti e nonsoltanto quello di Chirurgia Con sei medici, due anestesisti e un numeroadeguato di infermierisi ridurrebbero i tempid'attesa dei pazienti

La prassi: gli altri ospedali veneti non staccano la spina

Corriere del Veneto del 25/11/2008 ed. PADOVA p. 3

L'Usl di Vicenza: «Non esiste». A Verona: «Le cure proseguono fino alla fine»VENEZIA - La bufera che ha travolto l'ospedale di Treviso (che assicura l'arrivo di molti sms ed e-mail di solidarietà) dopo le esternazioni della dottoressa Nadia Battajon spinge il direttore sanitario, Michele Tesserin, a uscire di nuovo allo scoperto. «Continuiamo come sempre a lavorare in perfetta serenità - dice - in tutti gli ospedali del mondo ci si comporta così. Non sentiamo alcun disagio per la mancanza di una normativa in questa delicata materia, perchè c'è la completa condivisione dell'ambiente medico sul fatto che interrompere inefficaci se non dannosi accanimenti terapeutici sia doveroso. Superato il punto di non ritorno, abbiamo sempre applicato lo stesso modo di procedere e così si fa ovunque».Non è proprio così, nelle altre Patologie Neonatali venete non si interrompono le terapie ai bambini senza speranze. «Noi non stacchiamo mai la spina - conferma Eugenio Santuz, direttore sanitario dell'Usl 6 di Vicenza - ovvio, ogni caso è a sè e si decide di affrontarlo secondo le linee nazionali di bioetica ed eventualmente consultando il nostro Comitato interno, ma non si dice mai stop alle cure. Proseguono fino alla fine, con delicatezza, prudenza, attenzione e modalità diverse, magari limitandole ad antidolorifici. E sempre in accordo con i genitori». Lo stesso avviene all'ospedale Borgo Trento di Verona. «Non smettiamo mai di prenderci cura del bambino - dice il dottor Paolo Biban, responsabile della Terapia intensiva pediatrica - da noi non esiste il concetto di staccare la spina. Se non c'è possibilità di ripresa e il piccolo accusa solo sofferenza, evitiamo interventi invasivi che prolungherebbero l'agonia e li sostituiamo con la terapia anti-dolore, ma non con lo scopo di abbreviare la vita. Non acceleriamo mai il decesso, bensì accompagniamo il neonato alla morte, salvaguardandone la dignità e permettendo ai genitori di essere presenti ».Nemmeno nella Patologia neonatale di Padova, centro di riferimento regionale, vengono interrotte le terapie. «In casi disperati sostituiamo le cure intensive, che aggiungerebbero dolore e stress al paziente, con quelle palliative - spiega il primario, professor Lino Chiandetti -. Nel rispetto della dignità del bambino, non lo facciamo morire noi sospendendo ogni trattamento, ma lo accompagniamo alla fine della vita, che deve avvenire in modo naturale. E' obbligo morale del medico lavorare per la vita e quando questo non è possibile alleviare la sofferenza. Ma sono decisioni sempre molto dolorose». A Padova il problema è un altro: la carenza di spazi e infermieri. Lo denunciano da anni i genitori aderenti all'«Associazione Pulcino», che raccoglie un centinaio di famiglie di piccoli prematuri. «Medici e infermieri fanno miracoli, salvano bimbi anche di quattro etti, però il reparto è completamente abbandonato dalla Regione - denuncia la presidente, Elisabetta Ruzzon -. La Terapia intensiva dispone solo di 10 letti ma si arriva sempre a 13 degenti, quella subintensiva ne ha 15, ai quali ne vengono regolarmente aggiunti due. Essendo un centro di eccellenza arrivano neonati da tutto il Veneto, e non solo, eppure c'è un infermiere ogni cinque degenti, pur gravissimi. Siamo arrivati al paradosso - aggiunge Ruzzon - i gemelli vengono divisi e messi uno a Padova e l'altro, o gli altri, trasferiti negli ospedali di altre città, perchè non c'è posto. Ma un piccolo in quelle condizioni ha bisogno di sentire i genitori sempre vicini, anche se nel nostro reparto devono fare i turni, tutti non ci stanno».Allarga le braccia il direttore generale dell'Azienda ospedaliera, Adriano Cestrone: «Non ho spazi nè risorse per allargare il reparto e in organico mi mancano cento infermieri, quindi non sono in grado di assicurarne un turno in più alla Terapia intensiva neonatale. Infine la programmazione ospedaliera regionale non mi permette di aumentare i letti, quindi ho le mani legate».M.N.M.

lunedì, novembre 24

Rassegna Stampa - 22.23 - 24.11.2008


La rabbia di 300 neoinfermieri «Ci impediscono di lavorare»

La Stampa del 22/11/2008 ed. TORINO p. 63

Protestano 300 infermieri neolaureati: «In vista del rinnovo delle cariche, il Collegio Infermieri della provincia di Torino ha deciso di non convocare più il Consiglio che dovrebbe provvedere alla nostra iscrizione. Così nessuno potrà partecipare ai prossimi bandi di concorso al Mauriziano, al Gradenigo e al Martini. Mentre ovunque si denuncia la carenza cronica di infermieri ci viene di fatto negata la possibilità di lavorare, rinforzando gli organici». I 300 infermieri hanno diffidato formalmente il Collegio e il suo presidente Giuseppe Rovelli, che risponde: «Quanto prima provvederemo all'iscrizione di tutti coloro che ne faranno richiesta, avendone i requisiti, compresi i nuovi laureati. Vorrei però ricordare che, a termini di legge, si hanno tre mesi di tempo per provvedere all'iscrizione al Collegio Ipasvi di appartenenza». In questo clima di incertezza e polemica, all'ospedale San Giovanni Bosco si è deciso di superare l'ostacolo con un provvedimento significativo: «Per il prossimo concorso accetteremo le autocertificazioni degli infermieri neolaureati, che potranno fornirci in un secondo momento i documenti dell'avvenuta iscrizione».\

«Regolari le assunzioni dei precari»

Il Tempo del 22/11/2008 ed. Lazio Nord

Wanda Cherubini «Vogliamo ristabilire un clima di serenità tra i lavoratori della Asl». Questo lo scopo della conferenza stampa indetta ieri dai sindacati in merito alla stabilizzazione degli oltre 300 lavoratori precari all'interno dell'Azienda. «Vogliamo riportare la serenità tra il personale della Asl - ha esordito Angelo Sambuci della Uil - e difendere le trattative sindacali. La nostra Ausl è stata la prima a riuscire a stabilizzare tutti i suoi precari, grazie agli accordi regionali». «Siamo d'accordo che tutto il precariato debba essere sanato» - gli ha fatto eco Filippo Perazzoni dell'Ipasvi. «Gli accordi stipulati con la Regione - ha precisato Sergio Riccardi della Cgil - sono stati corretti e precisi». Vittorio Ricci della Fials ha aggiunto: «Se poi nei numeri ci possa essere stato qualche caso particolare di parentela - ha precisato - sfido a verificare se negli altri enti pubblici non ci sia una certa percentuale che abbia comunque una parentela». «È vergognoso avere tanto precariato nella sanità» - ha tuonato Aurelio Neri della Rdb. «Il 15 marzo 2007 - ha ricordato Mario Malerba della Cisl - c'è stato l'accordo tra i sindacati e la Regione e da quel momento a Viterbo abbiamo attivato le procedure di stabilizzazione dei precari. Siamo per l'internalizzazione delle attività, che porterà ad un risparmio annuo di 386 mila euro».

Aperti 23 «Puntoinsieme»

La Nazione del 22/11/2008 ed. Lucca p. 8

SONO STATI inaugurati ieri i 23 «Puntoinsieme» presenti sul territorio dell'Azienda USL 2: 14 sono nella Piana e 9 nella Valle del Serchio. L'unica cerimonia si è svolta nella sede di viale Giusti. I «Puntoinsieme» sono rivolti agli anziani non autosufficiente. Vi si trovano le risposte per poter gestire al meglio l'intero percorso assistenziale: sociale e sanitario. Sportelli dunque di prima accoglienza e ascolto creati dalla Regione Toscana. La rete dei «Puntiinsieme» è frutto dell'impegno di Azienda Usl e della Conferenza dei sindaci, in particolare tramite il lavoro delle due articolazioni zonali. Hanno sottolineato l'importanza dell'iniziativa il direttore dell'Azienda Usl Oreste Tavanti, il presidente della Conferenza dei sindaci Giorgio Del Ghingaro, l'assessore regionale al bilancio Giuseppe Bertolucci, l'assessore al sociale del Comune di Lucca Angelo Monticelli, l'assessore provinciale al sociale Mario Regoli, il presidente dell'Ordine dei medici Umberto Quiriconi e il presidente del Collegio Ipasvi Maria Cristina Orsi, oltre ai responsabili di molti dei 23 sportelli presenti a Lucca e in Valle del Serchio. Nel territorio dell'Azienda Usl questi sportelli costituiscono una rete di accoglienza collegata con i 2 «Punto unico di accesso e centrale operativa per l'assistenza distrettuale». Le 14 sedi di «Puntoinsieme» della Piana si trovano a Lucca, in viale Giusti; a S.Anna; nel centro; Lucca, a S.Vito; presso i servizi sociali comunali; al servizio sociale di Ponte e Moriano. A Capannori, in piazza Moro; a Marlia; a S.Leonardo in Treponzio; a Montecarlo presso i servizi sociali comunali e al Turchetto; ad Altopascio, Pescaglia e Villa Basilica presso i servizi sociali comunali. I 9 «Puntoinsieme» della Valle del Serchio si trovano presso i comuni di: Bagni di Lucca, Barga, Borgo a Mozzano,Coreglia Antelminelli, e presso i centri socio-sanitari di Fornaci di Barga, Fornoli, Gallicano, Piazza al Serchio, oltre alla centrale di Castelnuovo.

La doppia faccia della sanità:
troppi medici, pochi infermieri

Giornale di Brescia del 23/11/2008 p. 45

Secondo uno studio dell'Ocse, In Italia mancano 60.000 infermieri mentre abbondano i medici ROMAL'Italia è il Paese dei camici bianchi, con il più alto numero al mondo di medici per abitanti, mentre c'è carenza cronica di infermieri, figure professionali sempre meno reperibili sul mercato. Una situazione che rischia di avere gravi ripercussioni sul sistema pubblico di assistenza e che va dunque «risolta al più presto». A fotografare l'emergenza è il Rapporto Ocse 2008 sulle risorse umane italiane in ambito sanitario, che avverte: l'assunzione di personale paramedico straniero potrebbe rappresentare una soluzione, se l'eccessiva burocrazia italiana non rendesse tale procedura estremamente difficile. La sanità rischia il collasso La popolazione italiana è una delle più vecchie al mondo: quasi il 20% supera i 65 anni e nel 2050 circa l'8% degli italiani avrà più di 85 anni. Il sistema sanitario italiano, al momento, afferma l'Ocse, «potrebbe non essere in grado di far fronte a questi cambiamenti, in particolare per quanto riguarda l'assunzione del personale paramedico». Si calcola infatti che la carenza di infermieri, soprattutto al Nord, aumenti ogni anno a causa dello squilibrio tra i pensionamenti (17.000 l'anno) e le assunzioni (8.000 l'anno). L'Italia ha il più alto numero al mondo di medici per abitante: più di 600 ogni 100.000 abitanti nel 2005. I medici appartenenti alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) sono circa 370 mila, di cui un terzo lavora negli istituti pubblici. Inoltre, secondo l'Ocse, la competizione tra medici nel settore pubblico è molto alta e spesso i più giovani devono aspettare a lungo prima di ritagliarsi un posto di lavoro. D'altra parte, l'Ocse sottolinea come il mercato del lavoro italiano in ambito sanitario soffra di una «cronica mancanza di fondi, scarse opportunità di carriera e nepotismo, risultando poco attraente per professionisti stranieri». Il settore infermieristico deve far fronte al problema opposto. L'Italia ha meno infermieri che dottori (348.415 nel 2005), la maggior parte dei quali (70%) lavora in strutture pubbliche. Secondo la Federazione collegi infermieri (Ipasvi), nel 2006 la carenza era di circa 60.000 unità. Servirebbero gli stranieri, ma... La carenza di infermieri, sottolinea l'Ocse, «potrebbe essere in parte colmata dall'assunzione di personale estero. Ma a causa della competizione con altri Paesi, che offrono salari più alti e condizioni di lavoro migliori, il numero di infermieri stranieri in Italia è ancora molto basso: 6.730 nel 2005, di cui un terzo proveniente dall'Unione europea». Gli infermieri che arrivano hanno mediamente tra i 20 e i 39 anni e provengono da Romania (60%) e Polonia (25%). Malgrado la forte domanda, l'Italia, conclude l'Ocse, «rimane un Paese poco attraente per gli infermieri stranieri: lo stipendio non è competitivo (circa 1.600 euro al mese), le politiche di immigrazione sono sfavorevoli e la scarsa diffusione della lingua italiana all'estero rende la comunicazione più difficile». ©

«Servono più posti nelle università e più fondi»

Giornale di Brescia del 23/11/2008 p. 45

ROMAIl Governo «intervenga, con misure ad hoc e maggiori investimenti» per far fronte alla «emergenza della carenza di infermieri in Italia». A chiederlo è la presidente della Federazione dei collegi degli infermieri (Ipasvi) Abnnalisa Silvestro, commentando i dati del Rapporto Ocse 2008: «Se non ci saranno azioni concrete - ha annunciato Silvestro - ricorreremo ad eclatanti azioni di protesta». «Governo, Ministero e Regioni nulla stanno facendo - ha affermato Silvestro - per trovare una soluzione, anche se tutti prendono atto di una carenza ormai drammatica». Tra le richieste dell'Ipasvi quella, ad esempio, di «aumentare il numero di posti all'università, indicazioni alle Regioni per riempire i posti vacanti e maggiori investimenti per il settore». I professionisti stranieri, ha rilevato la presidente Ipasvi, «possono aiutare ma non rappresentano una soluzione strutturale». Una situazione «drammatica» che rischia di «mettere a rischio la sicurezza di pazienti e degli stessi infermieri, costretti - ha denunciato Silvestro - a prolungare i turni di lavoro». ©

Aperti 23 sportelli «PuntoInsieme»
per l'assistenza a chi ha più di 65 anni

Il Tirreno del 22/11/2008 ed. Lucca p. 5

LUCCA. Avete in famiglia un anziano non autosufficiente e non sapete come gestire la situazione? Adesso è possibile rivolgersi al "PuntoInsieme", sportello di prima accoglienza e ascolto creato dalla Regione Toscana. Sono quasi 300 gli sportelli a disposizione delle famiglie toscane, distribuiti in maniera capillare nelle varie realtà. Sul territorio dell'Asl 2 gli sportelli presenti sono 14 nella Piana di Lucca e 9 nella zona Valle del Serchio.Hanno sottolineato l'importanza dell'iniziativa il direttore dell'Asl 2 Oreste Tavanti, il presidente della Conferenza dei sindaci Giorgio Del Gingaro, l'assessore regionale al bilancio Giuseppe Bertolucci, l'assessore al sociale del comune di Lucca Angelo Monticelli, l'assessore provinciale al sociale Mario Regoli, il presidente dell'Ordine dei medici Umberto Quiriconi e il presidente del Collegio Ipasvi Maria Cristina Orsi, oltre ai responsabili di molti dei 23 sportelli presenti a Lucca e in Valle del Serchio.I 9 Punti Insieme della Valle del Serchio (comune di Bagni di Lucca, comune di Barga, comune di Borgo a Mozzano, sede Pua di Castelnuovo Garfagnana, comune di Coreglia Antelminelli, Centro socio sanitario Fornaci di Barga, Centro socio sanitario Fornoli, Centro socio sanitario Gallicano, Centro socio sanitario Piazza al Serchio) sono collegati e fanno capo alla centrale di Castelnuovo.Le 14 sedi di "PuntoInsieme" della Piana di Lucca (Lucca, distretto viale Giusti; Lucca, Centro socio sanitario S. Anna; Lucca, Css Lucca centro; Lucca, Css S. Vito; Lucca, Servizi sociali comunali; Lucca, Servizio sociale di Ponte e Moriano; Capannori, Css piazza Moro; Capannori, Css Marlia; Capannori, Css S. Leonardo in Treponzio; Montecarlo, Servizi sociali comunali; Montecarlo, Css Turchetto; Altopascio, Servizi sociali comunali; Villa Basilica, Servizi sociali comunali; Pescaglia, Servizi sociali comunali) sono collegati e fanno capo alla centrale di Lucca.Gli orari di apertura sono diversificati nelle varie sedi, ma in ogni centro il servizio è assicurato almeno per tre giorni alla settimana.Ogni "PuntoInsieme" si avvale di operatori dipendenti, in media due per ogni sede, anche con ruoli diversi (sanitario, sociale, amministrativo) individuati presso le varie strutture, che accolgono le domande di segnalazione per persone non autosufficienti attraverso la compilazione di una scheda.L'obiettivo prioritario è quello di semplificare l'accesso ai servizi dei cittadini, evitando loro viaggi inutili da una struttura all'altra (anche per chi si presenta fuori orario rispetto a quello ufficiale del "PuntoInsieme").Allo sportello i cittadini trovano un operatore che riceve la loro segnalazione e compila una scheda con tutti i dettagli sullo stato di salute della persona per la quale si richiede sostegno.Le richieste vengono poi esaminate dall'Unità di valutazione multidisciplinare (Uvm), un gruppo di esperti composto da un medico di distretto, un assistente sociale e un infermiere professionale.Di volta in volta l'unità potrà essere integrata dal medico di medicina generale dell'assistito e da specialisti ed operatori della riabilitazione.R.L.

«Infermieri, nessun problema per le iscrizioni»

Cronaca Qui Torino del 22/11/2008 p. 10

Il presidente del Collegio Ipasvi di Torino, Giuseppe Rovelli, rispetto all'articolo "Impossibile iscriversi all'Albo, niente lavoro agli infermieri" intende fare alcune precisazioni. «Le notizie riportate non corrispondo del tutto a verità. Da alcuni giorni stiamo ricevendo le comunicazioni preoccupate di alcuni infermieri neolaureati che paiono convinti di non poter essere iscritti al Collegio Ipasvi. Si tratta di una convinzione errata. Il Collegio ha ricevuto tutta la documentazione dei neolaureatie quanto prima provvederà all'iscrizione. Ricordiamo che a termini di legge l'iscrizione può avvenire entro tre mesi dalla presentazione della domanda e vorremmo tranquillizzare i neolaureati che non esiste alcun problema riguardo le iscrizioni». «Mi rendo conto della grande carica che i nuovi giovani laureati hanno nell'affrontare la professione e mi complimento per il bel risultato che hanno conseguito alla conclusione del loro percorso di studi. Vorrei però rammentare che nell'ultimo Consiglio di Collegio, del 4 novembre, abbiamo deliberato l'iscrizione di 40 nuovi giovani infermieri. E nel prossimo deliberemo l'iscrizione di chi ha presentato domanda, naturalmente dopo averne valutato i requisiti. Mi domando perché, ora, sia improvvisamente esplosa questa immotivata preoccupazione. Dubbi che devono esser fugati anche alla luce dell'iniziativa dell'AslTO2 la quale ha affermato quanto segue: "AslTO2 è in grado di tranquillizzare i giovani infermieri precisando che, per i concorsi da essa banditi saranno ammessii candidati che autocertificheranno di aver presentato al Collegio degli Infermieri domanda di iscrizione. È naturalmente posta condizione di sostituire l'autocertificazione con il certificato non appena possibile". Mi preme sottolineare, infine, che l'attività del Collegio Ipasvi, nonostante l'imminenza delle elezioni che rinnoveranno il Consiglio Direttivo, non è affatto bloccata».


L'ospedale S. Spirito assume nuovi addetti Sostituiranno
il personale che da febbraio passerà nell'hospice

La Stampa del 22/11/2008 , articolo di FRANCA NEBBIA ed. ALESSANDRIA p. 59

CASALE MONFERRATOAssunzioni verso fine anno o inizio 2009 all'ospedale Santo Spirito. Saranno infatti assunti 6 infermieri professionali e 6 Oss (operatori socio sanitari) per sostituire coloro, già dipendenti del nosocomio, che verranno impiegati nella struttura dell'hospice che aprirà ufficialmente a febbraio. Oltre a questi, l'equipe prevede psicologi, due medici, fisioterapisti e personale amministrativo, già in forza all'ospedale. Oltre, naturalmente, personale volontario di Vitas.«I dipendenti che saranno impegnati all'hospice - dice il direttore sanitario, Gianfranco Ghiazza - hanno già seguito particolari corsi di formazione e, data la delicatezza del settore di cui si occuperanno, è opportuno impiegarli in quel reparto. Gli infermieri che saranno sottratti ai vari reparti saranno invece essere sostituiti con nuovo personale».Intanto però si sta affrontando il problema di Pediatria, che in primavera (marzo/aprile) avrà nuovamente la degenza, che era stata abolita anni fa. Anche in questo caso serviranno nuovi infermieri e la dirigenza sta esaminando il problema dal punto di vista logistico, nel senso che «ci sarebbero economie di esercizio - come spiega Ghiazza - se il reparto continuasse a rimanere accanto al nido, che già impiega personale formato per assistenza all'infanzia».Entro fine gennaio verranno intanto esaminate le candidature che sono state presentate per i primariati di Medicina e Cardiologia, che - a detta del direttore sanitario - sono comunque tutte di ottimo livello. Un medico in più, esperto nel settore epidemiologico, verrà assunto al Centro di ricerca, prevenzione e sorveglianza per l'amianto. Manterrà i rapporti con il servizio regionale epidemiologico e nello stesso centro entreranno due borsisti, uno con competenze giuridiche (per raccogliere tutta la documentazione relativa a sentenze che riguardino l'amianto), l'altro con competenze mediche per raccogliere a livello internazionale tutte le informazioni sulle ricerche sul mesotelioma e le mallattie correlate all'amianto.

Ospedale, chirurgia da potenziare

Il Messaggero del 22/11/2008 , articolo di RENZO BERTI ed. UMBRIA p. 44

In forte crescita il numero di interventi. E ora cresce anche l'organicoUna crescita costante quella dell'attività operatoria dell'ospedale San Matteo degli Infermi. Con numeri che, nel caso dell'ortopedia, lo scorso anno sono stati superiori persino a quelli dell'ospedale di Foligno. Anche quest'anno, l'unità di chirurgia e quella di ortopedia, senza contare quella di ginecologia, effettueranno nelle sette sale operatorie in attività oltre tremila interventi. Uno standard di primissimo livello che costituisce la migliore garanzia contro i presunti pericoli di ridimensionamento dell'ospedale spoletiono. E che porterà ad una riorganizzazione dell'attività del blocco chirurgico con un potenziamento degli attuali organici. «Attualmente dobbiamo fare i conti con una carenza di organico nel settore paramedico ed infermieristico -dice il direttore sanitario del San Matteo degli Infermi, Luca Sapori- E quindi c'è la necessità di recuperare personale per potenziare quello in dotazione alle unità di chirurgia e di ortopedia che sono in sofferenza per la crescita esponenziale dell'attività operatoria. Un dato che dimostra gli elevati standard qualitativi raggiunti dall'equipe del dottor Casciola e da quella del dottor Ottaviani».Già, ma come sarà recuperato personale infermieristico considerando che le graduatorie dell'ultimo concorso sono ormai chiuse? In un modo molto semplice: recuperando risorse umane all'interno dello stesso presidio applicando il turn-over laddove è possibile. Il piano della direzione di presidio prevede di recuperare cinque unità all'interno dell'attività chirurgica di ginecologia. Una mossa che, all'inizio, aveva suscitato qualche malumore tra il personale assegnato alle sale operatorie coordinate dal dottor Martines. Malumori che ora stanno rientrando. «L'attività infermieristica può essere svolta efficacemente anche dal personale ostetrico che -dice Sapori- sarà potenziato adeguatamente attraverso nuove assunzioni in organico». Insomma, le esigenze di un futuro ormai prossimo, legato anche allo sviluppo di nuove specializzazioni chirurgiche come quella oncologica, saranno risolte con un ritorno al passato quando nel reparto di ginecologia ed ostetricia, in ossequio al nome, operavano solo ed esclusivamente ostetriche e non infermiere come è poi avvenuto negli anni più recenti.

«Un sistema per 'allertare' polizia e pompieri»

Il Resto del Carlino del 22/11/2008 ed. Modena p. 7

E' LA TEMPESTIVITÀ degli interventi, in molti casi, a permettere di salvare la vita alle persone. E' per questo che il 118 è organizzato in maniera 'chirurgica' con mezzi e operatori dislocati in ogni angolo della provincia. Modena soccorso può contare su 13 ambulanze con infermiere, due con il medico e tre ad equipaggio misto. Ci sono anche due auto mediche, un elicottero con base a Pavullo e 41 ambulanze con soccorritori volontari. Sono proprio loro, i volontari, i fiori all'occhiello del nostro sistema di emergenza che, insieme al personale istituzionale, garantiscono l'aiuto richiesto in varie parti del territorio. «La nostra organizzazione - aggiunge Marilena Campisi, responsabile del 118 - è caratterizzata dalla presenza di volontari che vanno a integrare gli operatori istituzionali. Si tratta di una realtà importante che ci permette di coprire in modo capillare il territorio». Il personale di Modena Soccorso è caratterizzato da un organico vasto, fatto di 120 operatori tra medici, infermieri, autisti e coordinatori, ai quali bisogna aggiungere il personale di pronto soccorso disclocato nei vari Comuni e l'esercito di volontari. Esiste poi un rigido protocollo di intervento, che permette di portare il paziente nell'ospedale giusto. Per esempio, i traumi gravi vengono centralizzati all'ospedale di Baggiovara dove esiste un trauma team, mentre per quanto riguarda gli infartuati, sono dirottati negli ospedali dove esistono i laboratori di emodinamica, cioè Baggiovara e Policlinico. «Chi sente i tipici dolori da infarto - aggiunge Campisi - chiami il 118. Consigliamo di non andare all'ospedale da soli, perché si rischia di allungare i tempi dei soccorsi. L'aiuto dei medici e degli infermieri arriva sempre prima chiamando l'ambulanza». Il 118 si sta attezzando anche per quanto riguarda gli arresti cardiocircolatori che nell'87 per cento dei casi portano alla morte: le forze dell'ordine e i vigili del fuoco sono già stati dotati di defribillatori, ma il progetto 'codice blu' prevede l'installazione di un vero e proprio allarme che attivi polizia, vigili urbani, carabinieri e pompieri in modo che se l'ambulanza dovesse tardare, ci sia qualcuno addestrato per prestare il primo soccorso. Anche di questo si parlerà il 13 dicembre in un congresso formativo che si terrà a Modena. val. b.

Se la cicogna fa lo straordinario

Il Secolo XIX del 22/11/2008 ed. Savona p. 40

record di nascite al san paolo In meno di due giorni nati 18 bambini. Mancano i letti, mamme ospitate in ginecologiaSavona .C'era un allegro trambusto ieri e l'altro ieri nel reparto di Ostetricia dell'ospedale San Paolo dove, nel giro di poco meno di due giorni, sono nati ben 18 bambini. Un trambusto che oltre a ravvivare l'atmosfera in Ostetricia ha contagiato anche il reparto di Ginecologia dove sono state ospitate alcune delle puerpere dal momento che le camere di ostetricia erano già tutte occupate.Un carico straordinario e inaspettato di lavoro che ha impegnato ma soprattutto fatto la felicità delle cinque ostetriche in servizio, divise tra sala parto e sala travaglio e il personale infermieristico, oltre a pediatri e ginecologi. Per non parlare delle infermiere addette alla nursery costrette a darsi un gran da fare tra bebè piangenti in attesa della poppata, piccoli a cui fare il bagnetto, qualcuno da cambiare e gli altri da sottoporre alla pesata giornaliera.Il massimo della tensione è arrivato nella mattinata di ieri quando praticamente in contemporanea sono nati 5 bambini. Qualche partoriente è stata "ospitata" in sala travaglio dove poi ha dato alla luce il bebè ma vista l'emergenza e il risultato ne è valsa la pena. Tutto è andato per il meglio sia per le mamme, estremamente collaborative e preparate, sia per i bebè.«Eravamo tutti in allerta. Si tratta di un caso eccezionale che ci ha costrette ad un super lavoro ma che ha dato un'enorme soddisfazione - dice Lia Minetti, capo ostetrica che ha fatto venire al mondo oltre 13.000 pargoli - i parti sono andati tutti bene, la maggior parte sono stati naturali, pochissimi i cesarei. Le mamme hanno collaborato e stanno tutte bene. Lo stesso vale per i neonati. La cosa eccezionale è che le mamme si stanno aiutando tra loro. Chi è al secondo o terzo figlio dà consigli e aiuta le altre. E' la tipica solidarietà che si crea tra madri in questi momenti e che nell'occasione è resa ancora più forte dal gran numero di parti così ravvicinati». Ma la capo ostetrica Minetti spezza una lancia anche a favore dei papà che negli ultimi anni sono sempre più coinvolti sia in sala parto sia alle prese con pannolini e cambi. Il loro "lavoro" inizia ai corsi pre-parto, dove sono pienamente coinvolti, passa in sala parto (il momento più difficile e di tensione per il sesso forte che in questo caso dimostra tutta la sua fragilità) e prosegue in reparto e poi a casa. «Anche i papà stanno collaborando - continua la capo ostetrica - e cercano di rendersi utili e dando una mano come possono».Il reparto del padiglione Astengo è insomma diventato una sorta di piccola comunità dove mamme, papà, e personale infermieristico e ospedaliero lavorano per fare fronte all'improvviso aumento dell'indice di natalità cittadino. All'affollamento in reparto corrisponde la stessa situazione alla nursery.«La nursery è bella piena ma non siamo ancora arrivati al punto di dovere mettere due bambini in un'unica culla - scherza la Minetti - scherzi a parte siamo attrezzati ed ogni bambino ha la sua culla e tutto lo spazio che gli serve per il sonnellino». Al contrario di quello che si potrebbe pensare la maggior parte dei bebè sono figli di mamme residenti nella provincia di Savona mentre i bambini stranieri sono soltanto due, uno albanese e uno marocchino. Altro dato in controtendenza è che i maschietti, per ora sono la maggior parte del "gruppo dei 18".«Ci sono altri parti in programma - conclude Lia Minetti - e ci stiamo preparando ad accogliere anche i prossimi nuovi nati». Nel frattempo qualche mamma sarà dimessa e lascerà spazio a nuove puerpere anche se, un altro caso come quello di giovedìè difficile che si realizzi a così poca distanza di tempo. L'addetto all'aggiornamento dei pannelli luminosi del Comune dove compaiono i nomi dei bambini nati nella giornata ha avuto il suo bel da fare ad aggiornare tutti i dati relativi ai neonati dei giorni scorsi. I pargoli venuti alla luce a partire dalla serata di giovedì ed è proprio il caso di dire in ordine di arrivo sono: Erica Marta Samuel, Giorgia, Filippo Samuel, Erica, Matteo, Alli, Lisa Anselmo , Antonio Pietro , Francesco, Andrea e S. elena romanato22/11/2008

L'Italia affollata di medici ma senza infermieri

Il Tempo del 23/11/2008 ed. Nazionale

L'Italia è il Paese dei camici bianchi, con il più alto numero al mondo di medici per abitanti, mentre è carenza cronica di infermieri, figure professionali sempre meno reperibili sul mercato. A fotografare l'emergenza è il Rapporto Ocse 2008 sulle risorse umane italiane in ambito sanitario, che avverte: l'assunzione di personale paramedico straniero potrebbe rappresentare una soluzione, se l'eccessiva burocrazia italiana non rendesse tale procedura estremamente difficile. Che la Penisola abbia medici in abbondanza lo dimostra il fatto che sono più di 600 ogni 100.000 abitanti, nel 2005. I medici appartenenti alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) sono circa 370 mila, di cui un terzo lavora negli istituti pubblici. Inoltre, secondo l'Ocse, la competizione tra medici nel settore pubblico è molto alta e spesso i più giovani devono aspettare a lungo prima di ritagliarsi un posto di lavoro. Il settore infermieristico, invece, deve far fronte al problema opposto. L'Italia ha meno infermieri che dottori (348.415 nel 2005), la maggior parte dei quali (70%) lavora in strutture pubbliche. La carenza di infermieri, sottolinea l'Ocse, «potrebbe essere in parte colmata dall'assunzione di personale proveniente dall'estero. Ma a causa della competizione con altri Paesi, che offrono salari più alti e condizioni di lavoro migliori, e delle complesse politiche di immigrazione, il numero di infermieri stranieri in Italia è ancora molto basso: 6730 nel 2005, di cui un terzo proveniente dall'Unione europea». Gli infermieri che arrivano in Italia hanno mediamente tra i 20 e i 39 anni e provengono generalmente da Romania (60%) e Polonia (25%). Le assunzioni dall'estero possono essere facilitate tramite contatti diretti tra le istituzioni. La Spagna per esempio, che presenta un esubero di infermieri, ha un accordo con l'Italia. L'unico accordo che coinvolge direttamente le autorità nazionali è quello che l'Italia ha con la Tunisia tramite il ministero del Welfare. Malgrado la forte domanda di personale paramedico, l'Italia, conclude l'Ocse, «rimane un Paese poco attraente per gli infermieri stranieri: lo stipendio non è competitivo (circa 1600 euro al mese), le politiche di immigrazione sono sfavorevoli e la scarsa diffusione della lingua italiana all'estero rende la comunicazione più difficile».

'Gli organici sono carenti'

La Nazione del 23/11/2008 ed. Viareggio p. 5

Le ostetriche ipotizzavano standard di sicurezza scarsi e pericoli
iN UNA LETTERA protocollata la metà dello scorso mese di giugno e inviata ai vertici della Asl, le ostetriche dipendenti a tempo indeterminato dell'Asl 12 Versilia all'ospedale denunciavano la carenza di personale e dichiaravano di non poter assistere adeguatamente in sicurezza le pazienti quando si trovano contemporaneamente più donne in pretravaglio, travaglio parto e puerperio. A giugno la lettera sfogo arrivò sul tavolo del direttore generale Sassoli, di quello sanitario Latella, del responsabile amministrativo Rapalini e ai vertici di ostetricia e ginecologia, informati per conoscenza. I casi ravvicinanti dei tre decessi di piccoli non erano ancora avvenuti ma letto ora quell'esposto fa sicuramente riflettere perchè si sottolineavano già i problemi legati alla carenza di organico che sono poi emersi dopo le tragedie. LE OSTETRICHE, che naturalmente si sono firmate, prendevano atto dalla mancata riorganizzazione del servizio di assistenza alle pazienti a fronte di un aumento del numero dei parti (1633 nel 2007 contro i 1216 di quattro anni prima), trend consolidato nel 2008. E puntavano l'indice sul fatto che «le colleghe in congedo per maternità non sono state sostituite da figure dello stesso profilo professionale oltre che sulle difficoltà lavorative che giornalmente vengono affrontate a scapito della sicurezza e della qualità delle attività e delle condizioni correlate all'evento parto-nascita». E nella loro analisi le ostetriche facevano riferimento agli ultimi standard assistenziali secondo i quali «l'ottimizzazione del lavoro sarebbe quello di garantire ad ogni donna gravida presente in sala parto un'ostetrica secondo quel criterio che in gergo viene chiamato 'one to one'». E veniva detto che «in corso di travaglio-parto l'obiettivo è garantire un livello appropriato di assistenza nel caso in cui subentrino problemi che pongono l'indicazione di un taglio cesareo da effettuarsi in condizioni di emergenza-urgenza». Veniva anche ricordato nella lettera che un decreto dell'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro cità testualmente che «per un'adeguata assistenza al travaglio e al parto si prevede questo personale: ostetrico-ginecologo, neonatologo e/o pediatra con competenze in patologioa neonatale, anestesista, ostetrica, infermiera per l'assistenza diretta delle donne degenti, infermiere pediatrico e/o infermiere con competenza pediatriche. E ancora che la presenza dell'ostetrica, degli infermieri deve essere garantita 24 ore su 24 in modo continuativo e in numero sufficiente ad assicurare l'assistenza complessiva al nido e al rooming-in». Vista tutta questa premessa la lettera si concludeva con la dichiarazione «di non poter assistere adeguatamente in sicurezza le pazienti quando si trovano contemporaneamente più donne in pretravaglio, travaglio, parto e puerperio».

Italia, troppi medici ma pochi infermieri

Eco di Bergamo del 23/11/2008 p. 9

L'Italia è il paese dei camici bianchi, con il più alto numero al mondo di medici per abitanti, mentre è carenza cronica di infermieri, figure professionali sempre meno reperibili sul mercato. A fotografare l'emergenza è il Rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) 2008 sulle risorse umane italiane in ambito sanitario, che avverte: l'assunzione di personale paramedico straniero potrebbe rappresentare una soluzione, se l'eccessiva burocrazia italiana non rendesse tale procedura estremamente difficile. La popolazione italiana è una delle più vecchie al mondo: quasi il 20% supera i 65 anni e nel 2050 circa l'8% degli italiani avrà più di 85 anni. Il sistema sanitario italiano, al momento, afferma l'Ocse, «potrebbe non essere in grado di far fronte a questi cambiamenti, in particolare per quanto riguarda l'assunzione del personale paramedico». Si calcola infatti che la carenza di infermieri, soprattutto al Nord, aumenti ogni anno a causa dello squilibrio tra i pensionamenti (17.000 l'anno) e le assunzioni (ottomila l'anno). Viceversa, l'Italia ha il più alto numero al mondo di medici per abitante: più di seicento ogni centomila abitanti nel 2005.

Oltre 55mila interventi per il 118

Gazzetta di Modena del 22/11/2008 ed. Nazionale p. 17

Un aumento del 2%. La casa resta il luogo "più pericoloso"Quando una vettura piace e inanella successi per le sue prestazioni, è perchè, oltre ad una moderna carrozzeria, ha un ottimo motore. E il merito va a chi costruisce il motore, pezzo per pezzo, i riconoscimenti vanno a chi progetta, a chi studia, a chi si impegna e anche a chi guida, al pilota che sceglie la strada giusta. Questa vettura si mette in moto con una chiave particolare: è un numero, il 118. Chilometraggio nel 2008 sino a novembre? Ben cinquantacinquemila29 richieste d'intervento, il 2% in più dell'anno scorso. Un grande team di centodiciottisti e volontari.Descrivere Modena soccorso in cifre può sembrare riduttivo. Sono centoventi i centodiciottisti (nove medici, settatancinque infermieri, quarantatrè autisti, i restanti responsabili e coordinatori di servizio) che fanno capo alla centrale cittadina. Ma questa cifra è una punta di un iceberg perché non tiene conto delle diramazioni che il 118 ha su tutto il territorio provinciale, di quella miriade di volontari che sono l'anima delle associazioni convenzionate con il servizio, di tutto il personale attivo in ospedale pronto ad intervenire su sollecitazione della centrale, dell'insieme di persone, medici e infermieri, che vengono mobilitati non solo sul territorio, all'esterno, per strada ma nelle stesse strutture sanitarie. Il pronto soccorso che si attrezza per ricevere quel paziente con quel tipo di emergenza, il medico, l'equipe medica, la sala operatoria, il reparto che viene "acceso" perché sta arrivando quel ferito: in tanti vengono coinvolti, parecchie persone diventano protagoniste di un film di azione che ha sempre un unico titolo, salvare una vita. E tutto inizia da una telefonata.Il set di questo film è costituito da una popolazione di 665mila "comparse" (252 abitanti per chilometro quadrato) di cui il 20% ha più di 65 anni. Il 6% è costituito da stranieri. Da ricordare le 40-50mila persone di passaggio sulle autostrade e i picchi in Appennino in estate e in inverno. Nove i "centri di produzione-raccolta" del materiale girato, ovvero gli ospedali, dalla Bassa alla montagna.La troupe è composta da tredici ambulanze con infermiere, due ambulanze medicalizzate con medico e infermiere, tre con personale misto (volontario, infermiere o medico), due automediche con medico e infermiere, 41 ambulanze con soccorritori del volontariato in convenzione con le associazioni, tre basi di elisoccorso (Bologna, Parma, Ravenna) con equipe, un elicottero a Pavullo.Bene, si gira. Arriva la telefonata: chi chiama parla ad un centralino che fa da filtro, ascolta, si fa spiegare, poi passa la chiamata al box emergenza dove il personale specializzato capisce, capta la gravità, la tipologia dell'intervento e di conseguenza gli interventi che a catena devono susseguirsi. E quindi scatta l'ambulanza. In media ogni giorno le chiamate sono 170 con picchi in alcuni casi di duecento, duecentoventi.Fortunatamente solo il 24%, statistiche alla mano, è un codice rosso, cioè di elevata criticità presunta. La metà è un codice giallo (gravità intermedia), il 18% codice verde (gravità lieve) e 8% codice bianco (in prevalenza trasporti intraospedalieri urgenti). L'analisi dei dati evidenzia che nel 68% dei casi in codice rosso sono intervenuti mezzi istituzionali del 118 (ambulanze o automediche).Ma qual è la tipologia della chiamata? Il pensiero va sempre all'incidente stradale eppure nel 75% dei casi, la Centrale operativa è intervenuta per problemi di natura internistica, legati all'apparato cardiocircolatorio, respiratorio e di tipo neurologico (infarti ed ictus).Solo nel 25% dei casi, invece, si è trattato di interventi effettuati a seguito di eventi traumatici. La casa il luogo da cui provengono più richieste d'intervento: le chiamate, rispetto al dato complessivo sono infatti il 60% del totale, ben 27.714. La strada rappresenta il secondo luogo più rischioso con 7.488 interventi richiesti, pari al 16% del totale, e nel 70% dei casi si è trattato di traumi a causa d'incidente. Seguono poi i luoghi pubblici con 1.963 chiamate, i luoghi di lavoro (1.256), gli impianti sportivi (481) e la scuola (355).Modena Soccorso ha avuto quest'anno alcuni rinforzi: il parco mezzi si è ampliato, sono state aggiunte sette ambulanze, una a Vignola, tre alla Centrale 118, una a Finale, una a Sassuolo e una a Carpi. L'investimento totale è stato di 450.000 euro. Un aiuto anche dall'alto: è in avanzata fase di sperimentazione il sistema che sfrutta le potenzialità della tecnologia Gprs. Un sistema di controllo satellitare Gprs su alcuni mezzi di soccorso per localizzare da dove viene la chiamata ma soprattutto per individuare la posizione delle ambulanze libere.

Anziani, assistenza domiciliare addio

Il Centro del 22/11/2008 ed. Pescara p. 4

Dallo scorso giugno il servizio è stato sospeso senza spiegazioni - La denuncia di un cittadino che ha chiesto a Geriatria un sostegno per i suoi genitoriPESCARA. La Asl ha sospeso il servizio di ospedalizzazione domiciliare degli anziani. La denuncia arriva da uno dei tanti cittadini che hanno chiesto al reparto di Geriatria dell'ospedale civile assistenza per i propri genitori. Nessuno ha saputo spiegargli, ma dallo scorso giugno sono rimasti soli quei circa 20 nonni che prima potevano contare sull'assistenza casalinga di due medici e di alcuni infermieri. Insomma, la possibilità di essere curati tra le mura familiari della propria casa. Con un notevole risparmio per la Asl: un posto letto in ospedale costa tra i 600 ed i 700 euro al giorno.Ed è sempre un posto letto di fortuna ricavato tra le corsie perennemente al collasso del reparto di Geriatria, dal quale dipendeva il progetto sperimentale avviato con fondi regionali nel 2005 nell'ambito di un piano di deospedalizzazione precoce. Vale a dire una manovra per ridurre i ricoveri tramite la cosiddetta ospedalizzazione domiciliare di quei pazienti dimessi prima della loro completa guarigione.Tre anni dopo, invece, il reparto di Geriatria è costretto a lavorare costantemente sotto pressione, giorno dopo giorno con un numero di posti letto al di sopra delle proprie capacità di ricovero, fissate in 45 degenze. Più di qualcosa, insomma, non è andato secondo le previsioni.Ai pazienti anziani affetti da patologie non curabili con una semplice terapia domiciliare, ma che non impongono necessariamente il ricovero, non resta che l'ospedalizzazione, con tutte le conseguenze psicologiche del caso (oltre al rischio di contrarre ulteriori infezioni) e quelle economiche per le casse vuote della Asl.Carenza di fondi, giochi politici o rimbalzi di competenze: in ogni caso, non esisterebbe neanche una comunicazione ufficiale dell'interruzione del progetto sperimentale e della sua mancata istituzionalizzazione all'interno del reparto di Geriatria, il cui personale riusciva, seppur faticosamente, ad assicurare ai pazienti a domicilio gli stessi identici servizi prestati dalla Asl in condizione di ricovero.L'anziano curato nell'ambiente confortevole della propria casa poteva infatti beneficiare delle stesse terapie mediche e antibiotiche dispensate in corsia e consegnate gratuitamente a domicilio, ma anche di esami e radiografie eseguiti in ospedale con il trasporto dell'ambulanza.Terapie e indagini cliniche che oggi le famiglie sono costrette ad accollarsi, dal punto di vista economico ma anche da quello pratico e organizzativo, i cui risvolti spesso fanno sì che l'anzianità dei propri cari sia vissuta come un trauma.In seno al progetto di deospedalizzazione domiciliare, di cui era responsabile l'allora primario di Geriatria, Giuseppe Guizzardi, era assicurata anche la copertura assistenziale di dodici posti letto presso la clinica De Cesaris di Spoltore.Degenze esterne alla Rsa monitorate da medici e infermieri della Asl, supportati dal personale della residenza sanitaria assistica, e destinate a quei pazienti che a casa non potevano contare su un adeguato supporto familiare all'ospedalizzazione domiciliare.Monica De Panfilis

Dirigenti dell'Ass: infermieri, rilevante l'azione sul territorio

Il Piccolo di Trieste del 22/11/2008 ed. Nazionale p. 19

Scambio di lettere tra i primari medici sul caso delle sale operatorie e la mancanza di infermieri. Sedici dirigenti dell'Azienda sanitaria rispondono con un lungo testo a quello reso pubblico nei giorni scorsi da un gruppo di colleghi ospedalieri, che lasciavano intendere come l'Azienda ospedaliera soffra per mancanza di infermieri mentre quella territoriale si avvantaggia del trasferimento di professionisti. «Rifiutiamo l'idea stessa di un ''conflitto di interessi'' tra le nostre due Aziende, non farebbe che ledere gli interessi del cittadino facendo intravedere un'inesistente lotta di potere tra corporazioni o parti del sistema sanitario - scrivono i primari territoriali -. Non sarà certo ''il territorio'' a negare la rilevanza delle sale operatorie e delle rianimazioni», tuttavia «deve esistere pari dignità e massima collaborazione nell'interesse dei cittadini, che meritano e ci chiedono alleanze, parsimonia, prudenza, saggezza, non competizioni, mentre a noi ''dirigenti'' spetta valorizzare e rendere sempre più credibile la nostra appartenenza a un sistema sanitario pubblico, la prima responsabilità per ciascuno di noi è impiegare al meglio le ingenti risorse che la collettività ci assegna». Il testo è firmato da Maria Grazia Cogliati, Paolo Da Col, Emanuela Fragiacomo, Angela Pianca, Giuseppe Dell'Acqua, Roberta Balestra, Marina Brana, Andrea Di lenarda, Giorgio Mustacchi, Vittorio Antonaglia, Roberto Mezzina, Pasquale Evaristo, Matteo Impagnatiello, Elisabetta Pascolo Fabricci, Daniela Vidoni e Maurizio De Vanna. I mittenti ricordano: «Da 10 anni la politica regionale è il rafforzamento del ''territorio''». Rammentano che la scarsità di infermieri è un problema «datato e nazionale». Ricusano gli argomenti dei colleghi coi numeri: «Il presunto esodo di infermieri dall'ospedale al territorio nel 2008 è stato di 15 unità, a fronte di un organico infermieristico complessivo in Azienda ospedaliera di circa 900 unità; oggi gli infermieri all'Azienda sanitaria sono 461, ed erano 474 nel 1994; in 10 anni il tasso di ospedalizzazione era di 270 per 1000 cittadini, oggi è di 160, mentre gli ultra-ottantenni sono quasi raddoppiati e l'ospedale ha 200 letti in meno». Dunque, si afferma, un'importante parte di sanità si è spostata sul territorio. Infine i medici dell'Azienda sanitaria invitano a «far vincere non il migliore, ma il migliore buon senso» e a una migliore conoscenza reciproca: «Saremo lieti di accompagnarvi a visitare i nostri servizi domiciliari e residenziali - dicono ai colleghi - . Siamo certi che per molti di voi costituiranno una sorpresa». (g. z.)

Appello ai sindaci lecchesi per fermare la corsa
all'esternalizzazione del servizio infermieristico da parte
dell'azienda ospedaliera lecchese

La Provincia di Lecco del 21/11/2008 p. 21

Appello ai sindaci lecchesi per ?fermare? la corsa all'esternalizzazione del servizio infermieristico da parte dell'azienda ospedaliera lecchese. Si allarga la protesta partita dal Mandic con una petizione di oltre 400 firme, sottoscritta da circa la metà del personale, che conta al Mandic, tra infermieri, oss e medici, circa 800 dipendenti. «Abbiamo portato il problema all'assemblea dei sindaci, oltre che alla commissione dei servizi sociali del Comune di Lecco», sottolinea Walter Quintini, portavoce del dipartimento Sanità di Rifondazione Comunista, sottolineando che alcuni esponenti degli enti locali, tra cui lo stesso sindaco di Merate, Giovanni Battista Albani, hanno già espresso l'intenzione di appoggiare la protesta. Protesta che si sta acuendo anche perché i tempi stringono. Il direttore generale dell'Ao Lecco, Ambrogio Bertoglio, ha confermato la volontà e la necessità di proseguire sulla linea dell'esternalizzazione. Già il reparto di ortopedia di Lecco è affidato in toto alla società Hcm dallo scorso settembre. Scelta che aveva scatenato non pochi dissapori all'interno del reparto. Per Merate le proteste sono più accese: anche perché qui, dicono i dipendenti, il rperato di ortopedia è un fiore all'occhiello per il presidio, e qui vengono a curarsi pazienti da tutta Italia. I nuovi infermieri della Hcm arriveranno, con tutta probabilità, tra due mesi, all'inizio del nuovo anno. Sono in tutto una ventina i dipendenti del Mandic, tra infermieri e oss, (operatori socio sanitari), che verranno spostati dal reparto di ortopedia e trasferiti in altri punti nevralgici (ossia, carenti di personale) dello stesso presidio, come ad esempio il Pronto Soccorso. «In ortopedia tira un'aria decisamente non bella. C'è rabbia, rassegnazione. Ma anche fervore per questa protesta in corso. Qui c'è gente che crede nel lavoro che fa, e per questo fa di tutto per conservare la propria postazione», ci racconta un infermiere del reparto di ortopedia del Mandic. Cosa significherà l'esternalizzazione? «Sicuramente, uno scadimento nella qualità del servizio. È inutile negarlo: i dipendenti di una cooperativa esterna spesso non hanno la preparazione professionale dei dipendenti assunti nel pubblico. E tante volte fanno un doppio lavoro. È chiaro che, rispetto ad uno che ha l'esclusiva per l'ospedale, chi lavora anche altrove, magari facendo due turni, ha più probabilità di commettere errori». Intanto la Rsu dell'ospedale ha fissato per il prossimo 16 dicembre l'incontro con Bertoglio: «Rispetto a chi protesta, ci poniamo l'obiettivo di arrivare comunque ad un accordo con l'ospedale. L'azienda è stata chiara: o il service, o tagliare parecchi posti letto. E di fronte a questa prospettiva che, purtroppo, rischia di diventare un problema sociale, dobbiamo fare i conti anche con l'eventualità del service. Tutelando quanto più possibile i dipendenti».L. Bos.21/11/2008

Chirurgia pediatrica: si apre

Unione Sarda del 22/11/2008

Reparto al via, dopo diciassette anni di attesaIl direttore Antonio Dessanti, dopo quasi due decenni di salti mortali potrà contare su tre chirurghi. Ora il problema più grande è la mancanza della terapia intensiva pediatrica: non se ne parlerà prima di un mese.Dopo diciassette anni, un'inchiesta della Procura (dimenticata in un cassetto), decine di bambini acciuffati per i capelli, caricati su un aereo della Protezione civile e trasportati d'urgenza in un ospedale oltre Tirreno, Sassari ha un reparto di chirurgia pediatrica. Ma al reparto tanto agognato manca qualcosa.Non c'è una rianimazione per i pazienti più gravi, non ci sono gli infermieri e il trasferimento vero e proprio avverrà, forse, fra due settimane. Prima c'è da spostare la banca del seme. Il direttore Antonio Dessanti, dopo quasi due decenni di salti mortali (finora è intervenuto sui bambini confidando nella disponibilità degli altri reparti che mettevano a disposizione i letti per mamme e bimbi) potrà contare su tre chirurghi. Questa è l'unica certezza. Servirebbero anche sette infermieri per turno, ma la disponibilità di personale è un punto di domanda. Ma il problema più grande è la mancanza della terapia intensiva pediatrica. L'attivazione di due posti è nei programmi dell'Azienda mista, ma non se ne parlerà prima di un mese. Fino ad allora il fiammante reparto di chirurgia pediatrica non potrà essere operativo, se non per i casi di routine. Intanto, al terzo piano delle cliniche universitarie, c'è stata l'inaugurazione della nuova struttura: corridoi lucenti, stanze pitturate di fresco con colori pastello, pupazzetti fra i letti per addolcire la degenza dei piccoli. Per l'occasione ci sono anche bibite, stuzzichini, l'assessore regionale alla Sanità, Nerina Dirindin, i vertici dell'Azienda mista ospedaliero-universitaria, alla loro prima uscita ufficiale, una passerella di professori universitari e politici. Tutti prodighi di sorrisi e strette di mano. Quasi tutti. Poco prima, nell'aula magna della Facoltà di medicina, nel corso di una conferenza stampa convocata per suggellare l'evento, più di un medico si libera dei sassolini nelle scarpe. L'assessore e il direttore generale dell'Azienda, Renato Mura, sventolano cifre e grandi progetti: 123 milioni di finanziamenti, due nuovi padiglioni da costruire entro i prossimi tre anni, ristrutturazioni a tappeto, «per rendere a norma tutte le strutture esistenti», e tre milioni di euro subito per un rinnovamento tecnologico. Proprio quest'ultima dichiarazione spinge in alto la mano del professor Franco Meloni, responsabile del reparto di Otorino laringoiatria del Santissima Annunziata. Si avvicina al microfono e fa due precisazioni: «Da noi il rinnovamento tecnologico non esiste da decenni. Io nel mio ambulatorio ho a disposizione un microscopio del 1978, abbiamo la peggior Tac della Sardegna, e settecento pazienti in lista d'attesa per un'operazione». Dalla platea prende coraggio anche un nonno: «Mia figlia ha partorito nei giorni scorsi nel reparto di Maternità infantile, scusatemi, ma quel posto è una vergogna: c'è un solo bidet per trenta pazienti». Qui l'assessore Dirindin non può tacere: «Mi scuso a nome del servizio sanitario regionale, cose di questo genere non dovranno più succedere».VINCENZO GAROFALO 22/11/2008

II nuovo che avanza

Gestione e Qualità del 21/11/2008 SETTEMBRE /OTTOBRE 2008 p. 42

II Galliera, lo storico nosocomio ligure, guarda al futuro e si prepara a cambiare. In meglio ovviamenteGenova, zona residenziale di Carignano, 18 marzo 1888. Il primo paziente varca la soglia dell'Ente ospedaliero Galliera, sancendone ufficialmente l'apertura. Fin dalle sue primissime origini, la "Opera Pia" - donata alla città della Lanterna dalla cosmopolita Duchessa di Galliera, discendente dell'antica e nobile famiglia genovese dei Brignole Sale - si conferma subito una struttura innovativa. Secondo alcuni, addirittura da considerarsi antesignana del concetto di salute come diritto di tutti, quindi anticipatrice della moderna sanità pubblica. Pur fedele alla tradizione, l'ospedale non ha mai smesso di rinnovarsi: il 2008 è destinato a lasciare il segno, dal momento che sono state prese decisione molto importanti in vista di un avvenire ormai prossimo. Passato, presente e futuro Si protraggono i festeggiamenti per i 120 anni di storia, mediante una lunga serie di eventi e manifestazioni in programma fino alla fine dell'anno, rivolti sia alla comunità scientifica che al pubblico genovese. Tali celebrazioni diventano occasione per guardare al futuro nell'ambito dei progetti di crescita e di sviluppo, da tempo nei piani della direzione dell'ospedale. Nel rispetto della continuità e con il fermo proposito di perseguire sempre l'innovazione, si cerca ora di adeguare le strutture, e naturalmente le prestazioni, alle necessità di oggi, sia quelle dei pazienti che degli operatori. Tanto è vero che di recente è stato siglato dalle autorità locali, alla presenza del Presidente dell'ente, il cardinale Bagnasco, il protocollo d'intesa che sancisce il via libera alla realizzazione di una vasta opera di rinnovamento. Sono previsti 3 anni di lavori a partire dal 2011, per un costo totale che si aggira sui 160 milioni di euro, di cui 53 provenienti dalle casse regionali e un'altra parte dalla valorizzazione di quanto il Galliera andrà a dismettere, nonché dall'accensione di un mutuo. Se in tutti questi anni l'ente ospedaliero ha avuto modo di affermarsi come struttura di eccellenza nel panorama sanitario regionale, sia dal punto di vista della qualità delle cure che per quanto riguarda gli elevati livelli della tecnologia medica adoperata e la professionalità degli operatori, il meglio deve ancora venire. Cosa cambierà L'idea è quella di un "ospedale verde", ovvero rispettoso dell'ambiente, che punti a ridurre significativamente sia le emissioni inquinanti che il consumo energetico. Soprattutto si ha in mente un modello gestionale meno farraginoso e più modulare, attento alle mutate esigenze dei pazienti e alla crescente complessità delle cure. L'area su cui sorgerà la nuova struttura ha un'estensione complessiva di 60mila metri quadri, ed è composta da terreni che sono già di proprietà dell'ospedale (attualmente destinati a parcheggio). Spazi ed edifici non funzionali al progetto verNuova formula ranno alienati o destinati diversamente: alcuni reparti dismessi ospiteranno sicuramente nuove attività di funzione pubblica (verosimilmente, foresterie per studenti e per parenti dei malati, alloggi protetti per assistere persone disagiate, nonché residenze per anziani). Per quanto riguarda gli edifici in odore di vendita, la loro destinazione d'uso verrà resa nota a tempo debito dagli acquirenti, sulla base dei vincoli posti dal Comune di Genova, grazie anche al coinvolgimento della Provincia e della Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici della regione. Ma torniamo all'assetto del nosocomio che verrà. I numeri resi noti dall'azienda parlano di 8 piani, 5 esterni e 3 seminterrati, a cui si aggiungono altri 2 piani sotterranei destinati al parking, in grado di ospitare circa 1.200 veicoli. Le piastre funzionali saranno in totale 3: la più estesa - la seconda ospiterà il Pronto soccorso, gli ambulatori e i servizi; la prima piastra sarà quella con i laboratori, la diagnostica, la farmacia, l'anatomia patologica, le camere mortuarie ed altri servizi; nella terza troveranno spazio le terapie intensive, il blocco operatorio, il day hospital, il day surgery, gli studi medici, la didattica e la reception. I posti letto saranno in totale 480, di cui 340 per la degenza ordinaria, distribuiti su una superficie di poco più di 12mila mq, e 140 destinati alla riabilitazione, per una superficie di 8mila mq. La vera novità, al di là dell'aspetto esteriore e dell'impostazione strutturale, sarà di tipo organizzativo. Forti di una nuova cultura dell'assistenza, ci si orienterà verso un modello ospedaliere pianificato "per intensità di cura": spariranno i reparti e altre forme di rigide compartimentazioni in favore di aree omogenee, in cui il personale medico e infermieristico coopererà e lavorerà in gruppo, attenendosi ai protocolli diagnostici e terapeutici. Il mutamento di prospettiva sarà radicale: da un ospedale medico-centrico si passerà ad un'interpretazione dell'assistenza più marcatamente paziente-centrica. Porre il malato al centro di ogni azione siFormazione innanzitutto gnifica, principalmente, seguirlo in tutto il suo percorso clinico. Date queste premesse, rivestiranno un ruolo fondamentale i tutor o "case manager". C'è chi li ha definiti esperti del vivere meglio. Fatto sta che queste figure professionali, nate già una trentina di anni fa negli Stati Uniti e di recente sbarco anche in Italia, uniscono competenze specialistiche e responsabilità sociale. Con l'obiettivo di valutare i singoli bisogni specifici e di coordinare le risorse disponibili, garantendone un'appropriata utilizzazione. E non è cosa da poco. Le più importanti esperienze intemazionali confermano che il "case management" sia un modo di operare economico ed efficiente per raggiungere con efficacia gli obiettivi di assistenza individuale. Là dove applicato, non solo il paziente non viene mai lasciato solo con i su problemi, ma l'assistenza erogata non è mai disaggregata e tanto meno antieconomica e inutile. Nella fattispecie del Galliera, il tutor sarà un medico gsneralista supportato dal corpo infermieri e da équipe di specialisti, 3on i quali condividerà la responsabilità dell'operato per la tutela dell'assistito. Ovviamente, come spesso accade quando si ha a che fare con un cambiamento organizzativo e soprattutto culturale, la costante formazione del personale rivestirà un ruolo fondamentale. Si era detto in precedenza - e qui 10 ribadiamo - che il nuovo nosocomio non avrà più dipartimenti né strutture complesse: ciò significa che l'organizzazione sarà incentrata su livelli di intensità di cura, 3 a voler essere più precisi. 11 livello ad intensità più bassa (il terzo) è quello relativo alle cure intermedie, alla riabilitazione, alla continuità assistenziale temporale, alle cure domiciliari, agli Mmg e ai pediatri di prima scelta. Il secondo livello, ad intensità media, interessa le degenze mediche e chirurgiche, mentre il livello "uno" ad alta intensità di cura, riguarda, ad esempio, unità come quella di Terapia intensiva respiratoria, di Terapia intensiva coronarica e ancora, di Terapia intensiva medica. Il grado di complessità verrà definito durante gli incontri tra il tutor e le équipe assistenziali e specialistiche, tenendo conto dei bisogni individuali di ciascun assistito, stabilendo quindi anche gli eventuali cambiamenti dei livelli di assistenza durante la permanenza nell'ospedale. A ciascun livello di assistenza corrisponde, come responsabile, un direttore clinico, da cui dipendono i vari case manager, impegnati fianco a fianco ai medici specialisti riuniti in team e alle strutture diagnostiche, quali laboratori piuttosto che radiologia Pet/Tc. Dal momento che il coordinamento deve essere totale, tutor e team specialistici collaboreranno inevitabilmente sia con gli infermieri (a cui è affidata la gestione dei livelli di assistenza) che con i tecnici responsabili dei servizi. D'altronde, la buona organizzazione è quella dove regna l'armonia. ^

Pochi infermieri, troppi medici

La Provincia di Cremona del 23/11/2008 p. 5

ROMA - L'Italia è il Paese dei camici bianchi, con il più alto numero al mondo di medici per abitanti, mentre è carenza cronica di infermieri, figure professionali sempre meno reperibili sul mercato. Una situazione che rischia di avere gravi ripercussioni sul sistema pubblico di assistenza. A fotografare l'emergenza è il Rapporto Ocse 2008. L'Italia ha il più alto numero al mondo di medici per abitante: più di 600 ogni 100.000 nel 2005. Il settore infermieristico deve far fronte al problema opposto, con meno infermieri che dottori (348.415 nel 2005). La carenza di infermieri, «potrebbe essere in parte colmata dall'assunzione di personale proveniente dall'estero. Ma a causa della competizione con altri Paesi, che offrono salari più alti e condizioni di lavoro migliori, e delle complesse politiche di immigrazione, il numero di infermieri stranieri in Italia è ancora molto basso.

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